Giovedì 19 Dicembre 2024

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Cronaca Bianca


Quando in azienda si fa spazio alla preghiera

di Barbara Sartori

 

«Impresa Orante», ovvero «Metti al lavoro la preghiera». Se il fondatore della «Ferrero» – piemontese di Alba – non faceva mistero della sua devozione mariana, tanto da volere in ogni stabilimento una statua della Madonna di Lourdes, dal Piemonte arriva ora da un gruppo di imprenditori l’appello ai colleghi di tutta Italia ad unirsi per creare una rete di preghiera pensata ad hoc per il mondo del lavoro.

 

«Viste le fatiche che sperimentiamo a causa di un’economia confusa e alterata nella sua natura – spiega una delle promotrici, Mariachiara Martina, titolare di “Fioredentro”, che opera nel campo della moda – abbiamo deciso di giocare la partita tirando fuori una carta inaspettata: la preghiera e, in particolare, la preghiera del rosario recitata in azienda una volta alla settimana».

 

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Ha debuttato a febbraio a Torino, all’Opera dei Giuseppini del Murialdo. A quattro mesi di distanza, la squadra Impresa Orante (IO in sigla) si è allargata. Sono nate cellule a Nichelino, nel Torinese, in provincia di Cuneo, a Savona e a Milano. Ne partiranno a Padova e Verona. Attraverso il sito www.impresaorante.org arrivano richieste di informazioni da Rimini, Prato, Catania, Cosenza, Roma, perfino dagli Stati Uniti. Mariachiara Martina e don Danilo Magni, direttore dell’Opera del Murialdo e assistente spirituale di IO, stanno girando la penisola per far conoscere la proposta. Ieri sono stati a Piacenza, invitati dall’Ucid e dall’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali.

 

«La bellezza di Impresa Orante è la contemporaneità e la coralità del momento di preghiera – sottolinea Martina – ma anche l’unione nel pregare per un’unica grande intenzione: far rinascere l’economia secondo nuovi parametri, rendendola mezzo di gratificazione e promozione della dignità dell’uomo. L’auspicio è di coinvolgere più imprenditori di uno stesso territorio, così da poter condividere il Rosario, a turno, nelle varie realtà aziendali, con l’aiuto di meditazioni dei Misteri che sono state composte tenendo conto delle problematiche del mondo del lavoro. Una volta al mese si propone inoltre di celebrare la Messa».

 


 

Roba da ingenui, in una crisi che pare senza fondo? Le voci degli “oranti”, titolari di aziende ma pure dipendenti, sono di tutt’altro segno. «Non prego in chiesa, se non ai funerali, quindi per me questo è un momento che mi riavvicina a Dio – confida Mario –. Sto consigliando di partecipare a mia moglie, anche se a lei sembra incredibile al lavoro questo tempo dedicato alla preghiera. Eppure è proprio il luogo che fa la differenza».

 

«Ti cambia il modo di vedere il mondo degli affari – è l’esperienza di Tiziana, imprenditrice –. Così quando sai che il tuo concorrente storico è fallito, non gioisci, ma preghi per lui, per la sua famiglia, che come la tua ha dedicato a questo settore quarant’anni di vita».

 

«Non tutti in azienda partecipano alla cellula – dice un’altra “orante” – ma è successo che, in occasione di una fiera importante cui dovevamo partecipare, una collega sia venuta a chiederci di pregare per loro che ci andavano, perché potesse essere occasione utile per superare il periodo difficile. La fiera è andata bene, come non succedeva da tempo».

 

FONTE – AVVENIRE



 

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Messaggio Cristiano
UDIENZA GENERALE - Aula Paolo VI Mercoledì, 11 Dicembre 2024

Ciclo di Catechesi. Lo Spirito e la Sposa. Lo Spirito Santo guida il popolo di Dio incontro a Gesù nostra speranza. 17. Lo Spirito e la Sposa dicono: “Vieni!”. Lo Spirito Santo e la speranza cristiana

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Siamo arrivati al termine delle nostre catechesi sullo Spirito Santo e la Chiesa. Dedichiamo quest’ultima riflessione al titolo che abbiamo dato all’intero ciclo, e cioè: “Lo Spirito e la Sposa. Lo Spirito Santo guida il Popolo di Dio incontro a Gesù nostra speranza”. Questo titolo si riferisce a uno degli ultimi versetti della Bibbia, nel Libro dell’Apocalisse, che dice: «Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”» (Ap 22,17). A chi è rivolta questa invocazione? È rivolta a Cristo risorto. Infatti, sia San Paolo (cfr 1 Cor 16,22), sia la Didaché, uno scritto dei tempi apostolici, attestano che nelle riunioni liturgiche dei primi cristiani risuonava, in aramaico, il grido “Maràna tha!”, che significa appunto “Vieni Signore!”. Una preghiera al Cristo perché venga.

In quella fase più antica l’invocazione aveva uno sfondo che oggi diremmo escatologico. Esprimeva, infatti, l’ardente attesa del ritorno glorioso del Signore. E tale grido e l’attesa che esso esprime non si sono mai spenti nella Chiesa. Ancora oggi, nella Messa, subito dopo la consacrazione, essa proclama la morte e la risurrezione del Cristo “nell’attesa della sua venuta”. La Chiesa è in attesa della venuta del Signore.

Ma questa attesa della venuta ultima di Cristo non è rimasta l’unica e la sola. Ad essa si è unita anche l’attesa della sua venuta continua nella situazione presente e pellegrinante della Chiesa. Ed è a questa venuta che pensa soprattutto la Chiesa, quando, animata dallo Spirito Santo, grida a Gesù: “Vieni!”.

È avvenuto un cambiamento – meglio, uno sviluppo – pieno di significato, a proposito del grido “Vieni!”, “Vieni, Signore!”. Esso non è abitualmente rivolto solo a Cristo, ma anche allo Spirito Santo stesso! Colui che grida è ora anche Colui al quale si grida. “Vieni!” è l’invocazione con cui iniziano quasi tutti gli inni e le preghiere della Chiesa rivolti allo Spirito Santo: «Vieni, o Spirito creatore», diciamo nel Veni Creator, e «Vieni, Spirito Santo», «Veni Sancte Spiritus», nella sequenza di Pentecoste; e così in tante altre preghiere. È giusto che sia così, perché, dopo la Risurrezione, lo Spirito Santo è il vero “alter ego” di Cristo, Colui che ne fa le veci, che lo rende presente e operante nella Chiesa. È Lui che “annuncia le cose future” (cfr Gv 16,13) e le fa desiderare e attendere. Ecco perché Cristo e lo Spirito sono inseparabili, anche nell’economia della salvezza.

Lo Spirito Santo è la sorgente sempre zampillante della speranza cristiana. San Paolo ci ha lasciato queste preziose parole: «Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo» (Rm 15,13). Se la Chiesa è una barca, lo Spirito Santo è la vela che la spinge e la fa avanzare nel mare della storia, oggi come in passato!

Speranza non è una parola vuota, o un nostro vago desiderio che le cose vadano per il meglio: la speranza è una certezza, perché è fondata sulla fedeltà di Dio alle sue promesse. E per questo si chiama virtù teologale: perché è infusa da Dio e ha Dio per garante. Non è una virtù passiva, che si limita ad attendere che le cose succedano. È una virtù sommamente attiva che aiuta a farle succedere. Qualcuno, che ha lottato per la liberazione dei poveri, ha scritto queste parole: «Lo Spirito Santo è all’origine del grido dei poveri. È la forza data a quelli che non hanno forza. Egli guida la lotta per l’emancipazione e per la piena realizzazione del popolo degli oppressi» [1].

Il cristiano non può accontentarsi di avere speranza; deve anche irradiare speranza, essere seminatore di speranza. È il dono più bello che la Chiesa può fare all’umanità intera, soprattutto nei momenti in cui tutto sembra spingere ad ammainare le vele.

L’apostolo Pietro esortava i primi cristiani con queste parole: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». Ma aggiungeva una raccomandazione: «Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto» (1 Pt 3,15-16). E questo perché non sarà tanto la forza degli argomenti a convincere le persone, quanto l’amore che in essi sapremo mettere. Questa è la prima e più efficace forma di evangelizzazione. Ed è aperta a tutti!

Cari fratelli e sorelle, che lo Spirito ci aiuti sempre, sempre ad “abbondare nella speranza in virtù dello Spirito Santo”!

[1] J. Comblin, Spirito Santo e liberazione, Assisi 1989, 236.

Papa Francesco