I Cappuccini


Padre Casimiro Bonetti

Fu il cappuccino ad accogliere la consacrazione a Dio di Chiara Lubich, il 7 dicembre 1943. La presidente Maria Voce: "La Provvidenza lo ha legato agli albori del Movimento"

Il 7 dicembre 1943, mentre la pioggia e il vento infuriavano, Chiara Lubich entrò nella Chiesa dei Cappuccini a Trento (Italia), per consacrarsi a Dio per sempre, in solitudine, lei e il sacerdote che la accompagnava come padre spirituale. Sposava Dio. Ma con questo atto avrebbe anche dato inizio a una strada nuova.

Leggiamo e ascoltiamo le parole con le quali Chiara Lubich stessa ricordava quel giorno. (…) Oggi guardando indietro possiamo capire cosa poteva dirci, diversi decenni fa, quel 7 dicembre ’43, anno della nascita del nostro Movimento; afferma che un carisma dello Spirito Santo, una nuova luce è scesa in quei giorni sulla terra, luce che nella mente di Dio doveva dissetare l’arsura di questo mondo con l’acqua della Sapienza, riscaldarlo con l’amore divino e dar così vita ad un popolo nuovo, nutrito dal Vangelo. Questo anzitutto. E, poiché Dio è concreto nel suo agire, ecco che ha provveduto subito ad assicurarsi il primo mattone per l’edificio – quest’Opera – che sarebbe stata utile al suo intento. E pensa di chiamare me, una ragazza qualunque; e di qui la mia consacrazione a Lui, il mio “sì” a Dio seguito ben presto da tanti altri “sì” di giovani donne e giovani uomini. 2/2 Di luce, dunque, parla quel giorno e di donazioni di creature a Dio quali strumenti nelle sue mani per i suoi fini. Luce e donazione di sé a Dio, due parole estremamente utili allora, in quel tempo di smarrimento generale, di odio reciproco, di guerra. Tempo di tenebra, dove Dio pareva assente nel mondo col suo amore, con la sua pace, con la sua gioia, con la sua guida, e sembrava nessuno si interessasse di Lui. E luce e donazione di sé a Dio, due parole che anche oggi il Cielo vuole ripeterci, quando sul nostro pianeta si protraggono tante guerre e soprattutto. (…) Luce che significa Verbo, Parola, Vangelo, ancora tanto poco conosciuto e soprattutto troppo poco vissuto.

Chiara Lubich (Conversazioni, Città Nuova, Roma 2019, p. 665) Foto: © Archivio CSC Audiovisivi

 

Ci lascia una figura la cui storia si è intrecciata con quella di Chiara Lubich e dei Focolari. Messaggio della presidente Maria Voce in occasione della morte di P. Casimiro Bonetti.

 

Il Movimento dei Focolari esprime la propria sentita vicinanza all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini per la dipartita di P. Casimiro Bonetti.

 

La Provvidenza di Dio ha voluto legare la sua persona agli albori del Movimento dei Focolari.
Fu lui, infatti, che il 7 dicembre 1943, accolse la consacrazione a Dio di Chiara Lubich.
Fu lui che in diverse circostanze si rivelò strumento di Dio.Si pensi alla risposta data a Chiara, avendone colto la generosità: “Si ricordi signorina: Dio la ama immensamente!”. O al pensiero da lui espresso il 24 gennaio 1944 a proposito del momento più doloroso della passione di Gesù, che a suo parere era da individuare quando Egli gridò: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).

 

Tali affermazioni, di cui egli stesso si è poi stupito riconoscendole frutto dell’agire dello Spirito Santo, hanno avuto nell’anima di Chiara Lubich una risonanza particolare. Grazie al carisma da Dio a lei donato, esse, insieme ad altre intuizioni da lei avute, sono divenute nel tempo fondamenti della spiritualità dell’unità che anima la vita del Movimento dei Focolari.

 

Conservando vivo il ricordo di P. Casimiro Bonetti, insieme a quanti in diverse maniere fanno parte del Movimento dei Focolari, assicuro la comune preghiera per lui con gratitudine e riconoscenza.

 

Maria Voce
Presidente del Movimento dei Focolari

 

2014 (Zenit.org) - Il Movimento dei Focolari esprime la propria sentita vicinanza all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini per la scomparsa di padre Casimiro Bonetti. Fu proprio il frate ad accogliere,il 7 dicembre 1943, "la consacrazione a Dio di Chiara Lubich", come ricorda Maria Voce, presidente del Movimento.

 

"La Provvidenza di Dio ha voluto legare" la persona di padre Bonetti "agli albori" del Movimento dei Focolari - afferma in una nota - "fu lui che in diverse circostanze si rivelò strumento di Dio". La presidente dei Focolari ricorda anche la risposta data dal cappuccino alla Lubich, "avendone colto la generosità": "Si ricordi signorina: Dio la ama immensamente!”. O anche "al pensiero da lui espresso il 24 gennaio 1944 a proposito del momento più doloroso della passione di Gesù, che a suo parere era da individuare quando Egli gridò: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).

 

"Tali affermazioni, di cui egli stesso si è poi stupito riconoscendole frutto dell’agire dello Spirito Santo, hanno avuto nell’anima di Chiara Lubich una risonanza particolare", afferma Maria Voce. E aggiunge: "Grazie al carisma da Dio a lei donato, esse, insieme ad altre intuizioni da lei avute, sono divenute nel tempo fondamenti della spiritualità dell’unità che anima la vita del Movimento dei Focolari".

 

Il Movimento mantiene dunque vivo il ricordo di padre Bonetti, assicurando "la comune preghiera per lui con gratitudine e riconoscenza".

 

 

Io, Chiara Lubich e quella vocazione

   

25-01-2010  di Lucia Bellaspiga


fonte: Città Nuova

 

 
Novant'anni fa nasceva la fondatrice dei Focolari. Nelle parole ad "Avvenire" di padre Casimiro, il frate che ispirò la sua vocazione, il racconto degli esordi di un carisma rivoluzionario.


 

Casimiro Bonetti

 

 
Era solo un giovane frate, padre Casimiro da Perarolo, quando nel 1942 si sentì rivolgere una di quelle domande che, sotto la cenere, covano la miccia degli eventi epocali: «Perché non viene a predicare su da noi? Ci sono tre maestrine, che imparino qualcosa su san Francesco!». A parlare era padre Bruno da Verla, che sui monti di una Trento sventrata dalle bombe dava ricovero a decine di orfanelli mentre a valle la guerra infuriava.


«Avevo appena finito gli studi - racconta oggi padre Casimiro, 95 anni portati con estrema lucidità e ruvido vigore -. Il Superiore provinciale mi aveva affidato il Terz’Ordine francescano, così io andavo in giro a predicare. Anche quel giorno nell’orfanotrofio di Cognola alle tre giovanissime maestre parlai dell’ideale di san Francesco, del suo "fuoco d’amore". Alla fine chiesi loro che cosa ne pensassero e una sola, Lubich Silvia, mi rispose con parole che non ho mai dimenticato: "Padre, io non avevo mai sentito cose del genere. Voglio anch’io questo fuoco d’amore, voglio portarlo nel mondo". La guardai e la vidi ardere dello stesso fuoco». Presto la maestrina Silvia da Trento, anni 22, diventerà Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari, la donna che farà del Vangelo la sua potente rivoluzione fondando una nuova corrente di spiritualità, fino a raccogliere uomini e donne di ogni categoria sociale, età, razza e cultura nel mondo intero. Tra molti anni ai cattolici si uniranno cristiani di altre Chiese, ebrei, musulmani, buddisti, non credenti, tutti misteriosamente attratti dal suo linguaggio universale. Prima donna cristiana, la Lubich sarà chiamata a parlare davanti a diecimila buddisti a Tokyo, a migliaia di islamici afro-americani nella moschea di Harlem a New York, alla comunità ebraica di Buenos Aires. Nel 1997 nel Palazzo di Vetro dell’Onu spiegherà ai grandi della terra l’unità dei popoli, e per decenni, fino alla sua morte avvenuta il 14 marzo del 2008, affascinerà con la forza del suo agire Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI...


«Ma eravamo nel 1942 - continua padre Casimiro - e mai avrei pensato... Tornai più volte nell’orfanotrofio a predicare e, vedendo il suo entusiasmo, le affidai altri giovani. Successe l’impensabile». Rapita dall’esempio del santo che lasciò tutto per seguire Cristo ("In foco amor mi mise"), Silvia volle offrirsi al Signore e prese il nome da Santa Chiara d’Assisi. «Non voleva farsi suora, desiderava offrirsi a Dio restando laica. Io le chiesi di pensarci bene, le dissi che poi, se avesse cambiato idea, solo il Santo Padre avrebbe potuto scioglierla dal voto, ma lei era raggiante. Mi raccontò che suo fratello, medico e comunista, le aveva trovato un bravo collega d’ospedale come marito, ma che lei ormai apparteneva a Dio e come Francesco voleva amarlo attraverso i fratelli».


Di nuovo sarebbe toccato a padre Casimiro accendere la miccia. Avvenne il 7 dicembre del 1943 quando, a tu per tu con una Chiara 23enne nella chiesetta dei Cappuccini di Trento, ebbe il privilegio di assistere al suo sì incondizionato: «Eravamo soli. Dissi Messa e lì Chiara si offrì a Dio, promise povertà, obbedienza e castità e partì per la sua grande avventura. Nasceva il Movimento dei Focolari...».
Un numero sempre maggiore di ragazze e ragazzi di Trento si lasciarono contagiare e la seguirono, soccorrendo con lei l’umanità dolente sotto le bombe. «Chiara infiammava chiunque la incontrasse. Ricordo benissimo l’impressione che riscossero un giorno a Trento tutte quelle ragazze che passavano, quasi duecento, belle, ordinate, ben vestite, alla testa del Corpus Domini... Un primo nucleo di giovani andò a vivere con lei nella prima casetta del Movimento, sotto il nostro convento». Ed è lì che per la terza volta il cappuccino si fa inconsapevole veicolo di Dio: «Una di loro, Doriana, andando ad assistere i senzatetto si era ammalata e quel giorno Chiara mi chiese di portarle l’Eucarestia a casa. Era il 1944». Una scena mai dimenticata: nel letto Doriana, lì accanto, seduta, Chiara. Al giovane frate salì spontanea una domanda, ancora oggi non sa spiegarsi come: qual è l’istante in cui Gesù ha sofferto di più? «Mi vengono ancora i brividi - ricorda padre Casimiro -. Non avevo idea di cosa stesse avvenendo, solo a pensarci mi viene da inginocchiarmi». Chiara provò a rispondergli: «Nell’orto dei Getsemani?». Il frate la corresse: «No, fu quando gridò al suo stesso Padre "perché anche tu mi hai abbandonato?", quello è stato il momento più atroce».


Fu un fulmine a ciel sereno. Chiara, folgorata dall’intuizione, stabilì l’ideale del suo Movimento: «Da quell’istante e per sempre prese con sé Gesù abbandonato, riconoscendolo in ogni fratello della famiglia umana». Nell’Uomo-Dio che dalla croce grida l’abbandono del Padre, Chiara trovava la chiave per ricomporre l’unità con il Creatore e tra tutti gli uomini: nasceva quel giorno il "progetto di unità" che sarà lo scopo della sua vita, orientata ad attuare l’ultima volontà di Cristo, che tutti siano uno.


Fino al giorno della morte la sua passione sarà la stessa, riportare al Padre il mondo sanato da ogni divisione e ricomposto nella fratellanza universale: Nel tuo giorno, mio Dio, verrò verso di Te con il mio sogno più folle: portarti il mondo fra le braccia, scriverà... Ai suoi funerali in San Paolo fuori le Mura due anni fa portarono la loro testimonianza rappresentanti delle religioni orientali, dell’islam, dell’ebraismo, di confessioni cristiane, di movimenti ecclesiali, oltre a politici di ogni schieramento, tutti ugualmente trascinati dal carisma di Chiara Lubich... «Aveva una intelligenza fuori dal comune e si era iscritta a filosofia - prosegue il frate -, ma le consigliai di lasciar perdere: erano tempi duri, le dissi, stai invece accanto a questi poveretti che nei bombardamenti hanno perso tutto... Le trasmettevo le parole di Cristo, "quando due o più sono uniti nel mio nome, sono io in mezzo a loro", e lei le ha diffuse in modo nuovo, rivoluzionario».


L’estate scorsa a trovare padre Casimiro è arrivata una cinquantina di giovani studenti di teologia dalla Terra del Fuoco alla Corea, piccola rappresentanza di quel popolo di Chiara che ormai abita tutta la Terra. «Sono venuti nel giorno in cui compivo i 70 anni di ordinazione sacerdotale, volevano conoscere gli esordi di Chiara, sentire dalla mia voce ciò che avevo visto, anche ringraziarmi, ma io ero stato solo la scintilla inconsapevole: nulla avviene per caso e il Signore si era servito di me tre volte per indicarle la via».
 

Per questo, forse, nel maggio del 1915 al piccolo Casimiro, figlio di un ferroviere abruzzese, era toccato nascere non all’ombra del Gran Sasso ma delle Dolomiti bellunesi. E il suo destino era già scritto quando, giunti a Rovereto, la mamma («ogni volta che papà veniva trasferito, lei cercava subito la chiesa più vicina a casa») buttò gli occhi sulla cappella dei Cappuccini «e tutte le mattine mi portava a Messa qui, dove un giorno avrei trovato la vocazione». Poi a Trento l’incontro con Chiara, 22 anni lei e 27 lui: due giovani vite che si sarebbero sfiorate qualche mese. Giusto il tempo per cambiare il mondo.
 
 
Da Avvenire del 23 gennaio 2010


 


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Messaggio Cristiano
UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 5 agosto 2026

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

in questa catechesi riprendiamo la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium (SC). Oggi ci soffermiamo sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica.

Come suggerisce l’Apostolo Paolo, è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare. Dal giorno di Pentecoste, lo Spirito abita la Chiesa, ispirando ogni sua attività e, in particolare, la preghiera. La vita della prima comunità, nata a Gerusalemme dopo la Pasqua di Gesù, è vita nello Spirito donato dal Signore risorto. «Da allora – dice il Concilio – la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo “in tutte le Scritture ciò che lo riguardava” (Lc 24,27), celebrando l’Eucaristia, nella quale vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte e rendendo grazie “a Dio per il suo dono ineffabile” (2Cor 9,15) nel Cristo Gesù, “a lode della sua gloria” (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo» (SC, 6).

Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione. Inoltre, anche in diverse famiglie cristiane non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale. La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità.

La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha preso sul serio tale esigenza. E ciò rallegrava profondamente il Papa San Paolo VI, il quale, promulgando questo primo documento approvato dal Concilio Vaticano II, affermò: «Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale» (Discorso, Basilica di San Pietro, 4 dicembre 1963).

Nella Costituzione, infatti, il termine “la preghiera” designa tutta la liturgia. Questa prospettiva è decisiva, perché ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio, «il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo» (SC, 5), al quale possiamo rispondere «per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo», vale a dire grazie alla «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre» (SC, 84).

Per questo San Paolo VI desiderava ardentemente che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio (cfr Cost. ap. Laudis canticum).

Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana.

Ogni settimana e ogni giorno, l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo. In questa preghiera, Cristo «unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode» (SC, 83); così, di giorno in giorno, siamo associati sempre di più al mistero pasquale e conformati a Lui.

Afferma Sant’Agostino: «Quando parliamo a Dio nella preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio; e quando prega il corpo del Figlio, non separi da sé il proprio capo; sia dunque lo stesso unico salvatore del suo corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e la sua voce in noi» (Enarr. in psalmum LXXXV: PL 37, 1081).

Legata all’Eucaristia, di cui prolunga la luce, la Liturgia delle Ore santifica il tempo della nostra vita quotidiana: al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio. Ogni Ora è un atto di speranza: durante il pellegrinaggio terreno, vegliamo attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore.

Leone XIV