Testimoni del nostro tempo


NINO OLIVA : AMARE E SERVIRE I FRATELLI

02/05/2016

 

“Carissima mamma, raffinato fiore del mio giardino, luce e gioia del mio sguardo. È il primo anno che posso parlarti dopo otto di silenzio e ti dico che il mio cuore è gonfio d’amore per te.  Coglieremo insieme i frutti che la vita ci darà, dolci o amari.  Con tanto amore. Marco”.

 

Così scrive alla mamma nel 2001. Sono le prime parole che, con l’ausilio di una tastiera, riesce a donare ai suoi genitori.

 

Marco nasce il 25 giugno 1992 in piena salute. Tuttavia ai Bettiol, giovane famiglia vicentina del Movimento dei focolari, Dio chiede subito tantissimo. Affetto già a tre mesi da crisi epilettiche, Marco è ben presto vittima di serie disabilità motorie ed impossibilitato a comunicare con il mondo esterno.

 

«Accogliere Marco è stato vivere con lui ogni sua conquista - raccontano i genitori - ogni passo senza pretendere che fosse come gli altri bambini. Marco era un bambino con un sorriso speciale e travolgente».

 

Attraverso la scrittura facilitata dalla tastiera, Marco svela il suo intimo: dentro quel corpo fragile e deforme, c’è un’anima che la malattia ha reso ancora più sensibile all’amore di Dio e del prossimo.

 

Questa scoperta porta immediatamente nuove sfide per chi gli è accanto. E pur se talvolta travagliato per quello che appare, Marco riesce sempre a cogliere in ogni attimo l’amore di Dio e sa essere un dono speciale per chi gli sta accanto.

 

Di lui dice Elisa, la sorellina terzogenita: «Certo, nessuno è uguale a Gesù, gentile come Gesù, però Marco è quello che gli assomiglia più di tutti! Lui gioca con me, mi fa le coccole, mi dice delle parole bellissime». Eppure, fisicamente, Marco non può fare nulla di tutto ciò. È l’amore che sa trasmettere che arriva dove materialmente non riuscirebbe!

 

Marco fa parte attivamente del Movimento Gen, i giovani dei Focolari. Fa della sua dolorosa situazione un mezzo straordinario per realizzare quotidianamente la frase evangelica: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.” (Mt 18,20). Nell’ultimo incontro che ha con gli amici gen, così li sprona: “Noi siamo chiamati a fare la volontà di Dio e ci aiutiamo a viverla come fratelli che vogliono camminare insieme nel Santo viaggio”.

 

Un rapporto speciale lo lega a Chiara Luce Badano, la gen savonese morta a diciotto anni per un tumore e  beatificata il 25 settembre 2010. Grandissima è per lui l’emozione nel poter partecipare a questo evento:“Una gioia smisurata che riprovo ogni giorno se dico il mio sì a Dio nell’adesione all’attimo presente, essere come lei vuol dire per me essere tutto donato a Gesù e farmi uno con Lui e la Sua volontà”.

 

Partecipare alla beatificazione di una giovane che, come lui, ha vissuto nella malattia il suo eroico sì a Dio, è il viatico per l’ultimo viaggio.

 

Come alla beata Chiara Luce Badano, anche alla sua anima sono stati sufficienti diciotto anni per prepararsi all’incontro con il Signore. La sua vita terrena si è infatti conclusa pochi giorni dopo, il 15 ottobre, a causa di un improvviso blocco respiratorio. Era riuscito a scrivere agli amati genitori: Ciao Patrizia e ciao Franz, che duo favoloso che siete!”.

 


 

Versione senza grafica
Versione PDF


<<<  Torna alla pagina precedente

Home - Cerca  
Messaggio Cristiano
"Magnifica humanitas":

l’enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità

Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.

Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.

Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)

La presentazione del card. Parolin:

“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.

Leone XIV