Testimoni del nostro tempo |
Marcello Candia, l'industriale per i poveri
Promulgato il decreto sul riconoscimento delle virtù eroiche del Servo di Dio che spese la sua vita per aiutare gli "ultimi" nella lontana Amazzonia
MILANO, 17 Luglio 2014 (Zenit.org) - L´8 luglio 2014, la Congregazione dei Santi ha promulgato il decreto sul riconoscimento delle virtù eroiche del servo di Dio dott. Marcello Candia, missionario laico in Amazzonia brasiliana dal 1965 al 1983, dove ha speso la sua vita di volontario fra i poveri e i lebbrosi e tutte le sue sostanze.
Marcello Candia (1916-1983), figlio di un industriale milanese, nato a Portici (Napoli), eredita dal padre la fabbrica di acido carbonico, la dirige per 18 anni con successo, fondando tre nuovi stabilimenti. Ma Dio lo chiamava ad essere "l'industriale della carità". Fin da giovane studente (tre lauree in chimica, biologia e farmacologia), divideva il suo tempo fra l'industria paterna e le opere di carità nella sua Milano: il "Villaggio della madre e del fanciullo", l'assistenza ai profughi dai campi di concentramento tedeschi, un dispensario medico gratuito per i poveri, l'aiuto ai baraccati delle periferie milanesi (dove da adolescente mamma Luigia portava i cinque figli alla domenica pomeriggio), il "Collegio degli studenti d'Oltremare" voluto dal card. Montini.
Non si era sposato per fare opere di bene e sentiva profondamente anche la chiamata alle missioni. Fonda la scuola di medicina per missionari (all'Università di Milano) e sostiene i primi organismi di laicato missionario in Italia. Nel 1949 incontra mons. Aristide Pirovano, missionario del Pime e fondatore della diocesi di Macapà alle foci del Rio delle Amazzoni, che lo invita ad andare con lui per fondare un ospedale per i poveri. Marcello va in Amazzonia e si appassiona di quel popolo, ma solo nel 1964, a 49 anni, riesce a vendere la sua fiorente industria e va a Macapà con i missionari del Pime, donandosi totalmente a quella missione.
La sua vita, nei 19 anni di Amazzonia (muore nel 1983 di cancro al fegato) è tutta una corsa contro il tempo per realizzare e finanziare molte opere di bene: l'ospedale di Macapà, allora il più grande e moderno dell'Amazzonia brasiliana, il rifacimento del lebbrosario di Marituba (con 2000 lebbrosi), nella foresta presso Belem, centri sociali e casette per i poveri, scuola per infermiere, aiuti a tutte le missioni del Brasile povero che ricorrevano a lui.
All'inizio, in Amazzonia, aveva più d'un miliardo di lire (del 1964), spende tutto e incominciano ad arrivargli le offerte dei suoi ex-dipendenti, di molti amici e di tanti altri che venivano a conoscenza della sua avventura. Marcello mandava foto e lettere e tornava un mese l'anno in Italia per rispondere a inviti di conferenze e interviste. Avendo venduto anche la sua casa a Milano, in Italia era ospite del Pime, che gli organizzava gli incontri e le interviste a giornali, radio e televisioni.
Dove sta la grandezza di questo "santo" del nostro tempo, modello per i laici missionari? Nella sua profonda vita di fede e di pietà e nella sua carità. Si definiva "un semplice battezzato": non apparteneva ad alcuna associazione o movimento ecclesiale; un uomo libero, con una spiritualità profonda ma elementare, che s'è santificato con le preghiere del "Manuale del buon cristiano". Era il santo della carità, il santo della Croce e il santo della gioia. In quel tempo di dittatura in Brasile, i militari sospettavano di questo riccone che va a spendere i suoi soldi in una regione ai confini del Paese e vive poveramente. Lo sorvegliavano, ostacolavano, umiliavano e lui sopportava con pazienza. Il governatore militare di Macapà dice al vescovo mons. Giuseppe Maritano: "Mi spieghi lei questo mistero. Vedo che il dottor Candia s'interessa solo dell'ospedale e spende tutto quel che ha per i poveri.. Però, quando gli parlo mi sembra una persona normale". Mons. Maritano ha testimoniato: "Voleva che l'ospedale fosse per i poveri, perché questo era l'unico scopo per il quale l'aveva costruito. Diceva: 'Se c'è un malato povero e uno ricco, prima ospitiamo il povero e poi, se c'è posto, il ricco, che può rivolgersi all'ospedale governativo. Io voglio un ospedale missionario per i poveri e quindi dev'essere per forza passivo. Se è in attivo vuol dire che non è più missionario e per i poveri'. Marcello pagava tutte le spese e i passivi".
Il mistero della sua vita sta tutto nella sua preghiera. Pregava molto, una preghiera semplice e continua, aveva sempre il pensiero rivolto a Dio e ha portato in Brasile le Carmelitane di Firenze, costruendo due loro conventi, perché diceva: "La preghiera è il carburante delle opere di bene".
Ho accompagnato Marcello nella visita a diversi lebbrosi. Si inginocchiava vicino al letto, baciava quei malati e mi diceva: "In ogni malato c'è Gesù". Faceva una vita di grandi rinunzie e sofferenze, anche per visitare le sue opere in tutti il Brasile dei poveri (quando è morto finanziava 14 opere da lui fondate). In Brasile ha avuto cinque infarti e un'operazione al cuore, non sarebbe dovuto tornare in Amazzonia, ma lui è stato fedele alla chiamata di Dio.
Nel 1975 il presidente del Brasile dà a Marcello Candia l'onorificenza più importante del paese - "Cruzeiro do Sul" - e il più importante settimanale illustrato brasiliano, Manchete di Rio de Janeiro, gli dedicò un articolo intitolato: "L'uomo più buono del Brasile", che incominciava con queste parole: "Il nostro Paese è terra di conquista per finanzieri e industriali italiani. Molti vengono da noi ad impegnare i loro capitali allo scopo di guadagnarne altri. Marcello Candia, ricco industriale milanese, vive in Amazzonia da dieci anni, vi ha speso tutte le sue sostanze, con uno scopo ben diverso: aiutare gli indios, i caboclos, i lebbrosi, i poveri. L'abbiamo eletto l'uomo più buono del Brasile per l'anno 1975".
Nel 1982, un anno prima di morire, Marcello ha istituito la Fondazione Candia per continuare a mantenere le opere da lui fondate; oggi la Fondazione finanzia più opere di quante ne ha lasciate Marcello. Indirizzo: Fondazione dott. Marcello Candia - Via P. Colletta, 21, 20135 Milano, tel. 02.546.37.89. Chiedere DVD e filmati, immaginette e il bollettino "Lettera agli Amici di Marcello Candia".
Per conoscere Marcello Candia: P. Gheddo, "Marcello dei lebbrosi", la biografia che è un romanzo d'avventure e le sue "Lettere dall'Amazzonia", una lettura appassionante e commovente. Chiedere questi libri a P. Piero Gheddo, Pime, Via Monterosa,81 - 20149 Milano - Tel. 02.43.82.04.18.
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Messaggio Cristiano UDIENZA GENERALE - Piazza San Pietro -
Mercoledì, 29 aprile 2026
Il Viaggio Apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Oggi desidero parlare del Viaggio apostolico che ho compiuto dal 13 al 23 aprile, visitando quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.
Fin dall’inizio del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale. Ed esprimo il mio “grazie” più sentito ai Vescovi e alle Autorità civili che mi hanno accolto e a tutti coloro che hanno collaborato all’organizzazione.
La Provvidenza ha voluto che la prima tappa fosse proprio il Paese dove si trovano i luoghi di Sant’Agostino, cioè l’Algeria. Così mi sono trovato, da una parte, a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano.
In Algeria ho ricevuto un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso. Inoltre, è stata l’occasione propizia per mettersi alla scuola di Sant’Agostino: con la sua esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità egli è maestro nella ricerca di Dio e della verità. Una testimonianza oggi quanto mai importante per i cristiani e per ogni persona.
Nei successivi tre Paesi che ho visitato, la popolazione è invece a larga maggioranza cristiana, e dunque mi sono immerso in un clima di festa della fede, di accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana. Ho sperimentato anch’io, come i miei Predecessori, un po’ di quello che accadeva a Gesù con le folle della Galilea: Lui le vedeva assetate e affamate di giustizia, annunciava loro: “Beati i poveri, beati i miti, beati gli operatori di pace…” e, riconoscendo la loro fede, diceva: “Voi siete sale della terra e luce del mondo” (cfr Mt 5,1-16).
La visita in Camerun mi ha permesso di rafforzare l’appello a impegnarci insieme per la riconciliazione e la pace, perché anche quel Paese purtroppo è segnato da tensioni e violenze. Sono contento di essermi recato a Bamenda, nella zona anglofona, dove ho incoraggiato a lavorare insieme per la pace. Il Camerun è detto “Africa in miniatura”, in riferimento alla varietà e alla ricchezza della sua natura e delle sue risorse, ma possiamo intendere questa espressione anche nel senso che i grandi bisogni dell’intero continente li ritroviamo in Camerun: quello di un’equa distribuzione delle ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica; quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale. Ringrazio la Chiesa in Camerun e tutto il popolo camerunese, che mi ha accolto con tanto amore, e prego affinché lo spirito di unità che si è manifestato durante la mia visita sia mantenuto vivo e guidi le scelte e le azioni future.
La terza tappa del Viaggio è stata in Angola, grande Paese a sud dell’equatore, di plurisecolare tradizione cristiana, legata alla colonizzazione portoghese. Come molti Paesi africani, dopo aver raggiunto l’indipendenza, l’Angola ha attraversato un periodo travagliato, che nel suo caso è stato insanguinato da una lunga guerra interna. Nel crogiolo di questa storia Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace. Chiesa libera per un popolo libero! Al Santuario mariano di Mamã Muxima – che significa “Madre del cuore” – ho sentito pulsare il cuore del popolo angolano. E nei diversi incontri ho visto con gioia tante religiose e tanti religiosi di ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente; ho visto catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità; ho visto volti di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del Vangelo; ho visto donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle ideologie e dalle vane promesse dei potenti.
Questa speranza esige un impegno concreto, e la Chiesa ha la responsabilità, con la testimonianza e con l’annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e di promuovere il loro effettivo rispetto. Con le Autorità civili angolane, ma anche con quelle degli altri Paesi, ho potuto assicurare la volontà della Chiesa Cattolica di continuare a dare questo contributo, in particolare in campo sanitario ed educativo.
L’ultimo Paese che ho visitato è la Guinea Equatoriale, a 170 anni dalla prima evangelizzazione. Con la sapienza della tradizione e la luce di Cristo, il popolo Guineano ha attraversato le vicende della sua storia e nei giorni scorsi, alla presenza del Papa, ha rinnovato con grande entusiasmo la sua volontà di camminare unito verso un futuro di speranza.
Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale: i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare “per i loro peccati e la loro libertà”. Non avevo mai visto nulla di simile. E poi hanno pregato con me il “Padre nostro” sotto una pioggia battente. Un segno genuino del Regno di Dio! E sempre sotto la pioggia è iniziato il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata. Una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile. Questa festa è culminata nella celebrazione eucaristica del giorno dopo, che ha coronato degnamente la visita in Guinea Equatoriale e anche l’intero Viaggio apostolico.
Cari fratelli e sorelle, la visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti. Sono felice di aver dato loro questa possibilità, e nello stesso tempo ringrazio il Signore per ciò che loro hanno donato a me, una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero.
Leone XIV
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