Testimoni del nostro tempo |
Marco Tecilla, una vita con Chiara
DI ORESTE PALIOTTI
A 91 anni ci ha lasciati il primo focolarino. Una vita lunga, movimentata e per tanti versi straordinaria, la sua. Da quando, operaio, conobbe la fondatrice dei Focolari, Chiara Lubich, e nonostante le bombe della seconda guerra mondiale, per lui cominciò una grande, divina, avventura.
Marco Tecilla, il primo focolarino – così lo ricorderà la storia dei Focolari – ci ha lasciati a 91 anni. Una vita lunga, movimentata e per tanti versi straordinaria: quella di un semplice operaio trentino diventato apostolo dell’unità prima in diverse città italiane, in Sudamerica e nell’allora Cecoslovacchia, superando la “cortina di ferro”; poi di nuovo in Italia, dal sud al nord, nella sua Trento dove aveva ricevuto l’”illuminazione” iniziale, e infine a Rocca di Papa, presso la sede centrale del Movimento.
Nel 2011 aveva accettato volentieri il mio invito a raccontare qualcosa di sé e del suo rapporto privilegiato con la fondatrice Chiara Lubich, spentasi appena tre anni prima. Lo ricordo accogliermi sorridente sulla soglia della villetta dove abitava con altri focolarini della prima ora, e poi nella sua stanza piena di libri e foto di persone care, col suo stile semplice e asciutto, estrarre dallo scrigno di una memoria ancora lucida episodi noti e meno noti dei primordi dei Focolari, quando sotto l’imperversare delle bombe sbocciava a Trento il seme di una nuova realtà ecclesiale.
Verso la fine del 1945 il giovane Marco era un «buon cattolico tradizionalista», prevenuto verso ogni fermento di novità nel campo religioso. Invitato suo malgrado ad un incontro spirituale la cui animatrice era Chiara, rimase conquistato dallo slancio e dalla convinzione con cui lei parlava di Dio. E siccome la sua personale ricerca di Dio era sincera, per non perdere il filone d’oro appena intravisto trovò il modo di mantenere i contatti con Chiara e le sue compagne nel modo a lui più congeniale: andando a fare riparazioni elettriche nel povero alloggio dove abitavano quelle ragazze.
«Avevo quindi modo di ascoltare le loro conversazioni che erano sempre di carattere spirituale. Pur non comprendendo ancora di che cosa si trattasse, quegli argomenti mi interessavano e a poco a poco dentro di me si scioglieva “qualcosa”. Ogni volta che mi chiamavano era sempre un tuffo di gioia. Quell’ambiente mi affascinava. Lo stesso mio modo di pregare andava modificandosi, anche se resisteva la dura corteccia del mio carattere tipicamente trentino». Questo agli inizi. Ma tutta la vita, per Marco, è stata un ascoltare incantato Chiara trasmettergli Dio e il fuoco divino dell’unità, e da parte sua un cercare di attuarlo e parteciparlo ad altri, senza compromessi.
La sua risposta alla mia domanda «Chi è stata, chi è per te ora Chiara?»: «Una madre, che mi ha generato a questa vita di Vangelo e mi ha guidato passo passo credendo in me, andando al di là delle apparenze. È stato il suo amore speciale che mi ha formato, che mi ha orientato e mi ha reso partecipe del carisma del nostro Ideale. Non ricordo particolari purificazioni personali se non qualche richiamo dopo aver combinato qualche errore. Ma più che rimproveri, ho sentito l’amore di una madre che sa bruciare il negativo che sicuramente c’è stato e c’è in me».
«Marco Tecilla, il primo focolarino, è la perla che si è aggiunta questo pomeriggio alla corona di Maria. Siamo tutti intorno a lui in un abbraccio che unisce cielo e terra, con infinita gratitudine». Così Maria Voce, la presidente dei Focolari, ha annunciato ieri la scomparsa, avvenuta nel pomeriggio, di Marco Tecilla, primo giovane a seguire Chiara Lubich nella strada del focolare.

Marco Tecilla, fratello di Maria, fu il primo focolarino: «Mia sorella, di quando in quando, chiedeva a mia madre qualche capo di vestiario che giudicava superfluo per portarlo a “certe” amiche. Data la nostra precaria situa-zione economica ciò procurava in mia madre e in me un certo stupore. Eravamo noi i poveri! Questa “esagerata” generosità e le continue uscite di casa avevano creato in famiglia una certa tensione. […] “Cristiani sì, ma non esageriamo!”…
Più tardi venni a sapere che il gruppo frequentato da Maria era composto da ragazze che avevano dato anima e corpo per “una certa causa”. Io le consideravo esaltate e bigotte. Naturalmente questo mio modo di giudicare non aveva alcun fondamento poiché di esse poco o nulla conoscevo».
Finita la guerra, la famiglia Tecilla, sfollata in montagna, ritornò in città. Si rimise a posto la casa piena di calcinacci. L’ambiente dell’officina dove Marco lavorava non era sereno. Risentiva sia della ritrovata libertà sia di un odio contro la religione e le istituzioni. Marco sentì il bisogno di parlarne con qualcuno. Riprese i contatti con padre Casimiro che lo invitò ad un incontro che si sarebbe tenuto il sabato successivo in Sala Massaia, alle 14.30. Con Marco erano stati invitati altri sei-sette giovanotti. Era il dicembre del 1945.
«Mi sentii preso in contropiede: riconobbi in quelle ragazze le amiche di mia sorella, quelle amiche che io tanto detestavo. Colei che parlava era l’animatrice del gruppo: Chiara Lubich.
Il mio primo istinto fu quello di andarmene, ma – sempre a causa della timidezza e per una certa educazione – rimasi al mio posto.
La signorina parlava di Dio con un fervore e una convinzione che non lasciavano dubbi. Sono stato sempre cristiano ma non avevo mai sentito parlare di un Dio così vicino, così amore, così padre. Ero come una spugna secca che finalmente beve. E quando i miei compagni alla fine dell’incontro incominciarono a discutere su questa unità, fu come un brutto risveglio. Loro erano più istruiti di me, alcuni laureati, io ero un semplice operaio, ma quelle cose mi erano scese così profonde nel cuore, che mi pareva che essi ora sciupassero tutto».
Marco venne a sapere che quelle ragazze alla fine del mese non avevano un soldo. Forse lui, che sapeva fare di tutto, avrebbe potuto essere utile. L’occasione fu un fornello elettrico a cui cambiare la resistenza. E quei momenti passati alla casetta divennero frequenti, tutte le volte che c’era qualcosa da riparare.
«Una sera sono stato lì più del solito: saltavano fuori sempre nuovi lavori, l’impianto era vecchio e non resisteva a fornellini e stufette. Quella sera Chiara mi invitò a sedere un poco. Mi misi al lato opposto della tavola, dove lei con l’ago e il filo in mano aggiustava qualcosa. La guardavo un po’ dal basso in alto: lei era maestra, studiava filosofia all’università, io non ero che un operaio e poi, dopo quella volta che l’avevo sentita parlare…
Mi parlò di Gesù, di quel Gesù in cui io credevo, ma che avevo sentito sempre molto lontano pur ritenendomi un fervente cristiano.
Ricordo l’esempio che mi portò: “Coloro che fanno teatro” –mi disse–“imparano la loro parte e quando viene il momento di debuttare si truccano, si immedesimano in un determinato personaggio e recitano il loro ruolo. Terminata però la commedia si tolgono il trucco e ritornano ad essere quelli di sempre. Così –proseguì Chiara – fanno molti cristiani: viene la domenica, mettono, per così dire, il trucco da cristiano, vanno alla Messa e poi, ritornati a casa, depongono il trucco da cristiano”. Ascoltavo attento quelle parole che scendevano profondamente nella mia anima portandovi una vera rivoluzione. In quell’esempio mi ci vedevo perfettamente.
“Gesù – continuò Chiara – se venisse oggi in questo XX secolo sarebbe Gesù 24 ore su 24: Gesù che lavora, che prega, che mangia, che riposa… ma sempre Gesù. Forse–disse–oggi sarebbe un Gesù elettrotecnico, come te…”.
[…] Questa nuova visione cristiana mi stordì. Vidi il mio passato – che avevo sempre ritenuto buono – crollare davanti a me come un edificio colpito dalle bombe e provai una certa angoscia. Nel contempo vedevo aprirsi davanti a me un orizzonte nuovo, pieno di luce. Ce l’avrei fatta?».
Poi Marco partì per il servizio militare. Ma non fu solo. Le ragazze da Trento, a turno, scrivevano ogni giorno una lettera. Marco era sempre al corrente di quanto accadeva.
Alla fine di settembre del 1948, con una licenza di tre mesi per malattia, Marco tornò dalla caserma della Cecchignola (Roma). Si incontrò subito con Chiara che lo invitò, per la sera, nella casa della famiglia Agostini.
La sera, in via Antonio da Trento 13, con Chiara c’erano una delle sue compagne e Livio, un giovane terziario francescano che si era unito per breve tempo al gruppo delle ragazze, vedendovi soltanto un rinnovamento del francescanesimo. A un certo punto, Chiara si rivolse alla padrona di casa: «Mammina, possiamo vedere la stanza? Che bello, sai, qui nasce il primo focolare maschile!».
«Mi sentii lontano – racconta Marco –. Tante cose si facevano e io non c’ero. Fu un vero dolore. Mi venne da pensare che avevo perso tempo ed ero andato indietro nella vita dell’Ideale. Chi avrebbe composto il nascente focolare? Anche perché io sarei dovuto tornare in caserma dopo tre mesi. Mi sentii escluso. In quel momento, nello spazio di un lampo, mi sono ricordato di una domanda che un giorno Chiara mi aveva posto davanti alla casetta: “Marco, tu hai scelto questa strada, però sei solo, non abbiamo approvazioni, domani che farai?”. E le avevo risposto: “Ho scelto Gesù Abbandonato!”.
In quell’istante Chiara si rivolge verso di me: “Allora, Marchetto, domani, se vuoi, puoi già venire qui!”».
da Abbiamo creduto all’amore, di Tanino Minuta (Città Nuova, 2013)
ORESTE BASSO - Tra i primi focolarini che hanno affiancato Chiara Lubich nello sviluppo e nella diffusione del Movimento dei Focolari (1 gennaio 1922 – 14 aprile 2013)
“ Sono stato un uomo molto fortunato; vorrei esprimere tutto l’amore di Dio ma credo che sia impossibile dire tutto quanto ho ricevuto [da Lui] e quindi poterlo comunicare”; cominciava così Oreste Basso a narrare, nel 1997, ad un gruppo di giovani, il filo d’oro di cui vedeva intessuta la sua storia.
Nato a Firenze il 1° gennaio 1922 da una famiglia che gli ha trasmesso principi cristiani ed una rettitudine d’animo a tutta prova, ama gli studi umanistici, e sogna una professione ed una vita “a posto”. L’esperienza della guerra è “una lezione tremenda, perché lì si vedevano tutti gli ideali umani cadere”. “L’unica cosa che poteva rimanere in piedi dopo la guerra – ricorda – erano gli affetti naturali, quelli della famiglia”.
Conseguita la laurea in ingegneria, nel ‘46 trova lavoro in uno stabilimento industriale a Sesto San Giovanni (Milano), che allora era considerata la “Stalingrado d’Italia”.
Abita a Milano e la sera va spesso in una mensa dove incontra degli amici – Piero Pasolini, Danilo Zanzucchi, Guglielmo Boselli, Alfredo Zirondoli – poi divenuti tra i primissimi a seguire l’avventura del focolare; si confrontano su Maritain, il neotomismo, l’arte, la musica. Uno di loro, Giorgio Battisti, propone un giorno ad Oreste di “conoscere una cosa bella, delle giovani che vivono il Vangelo”.
Una di esse, Ginetta Calliari, tra le prime ad aver seguito Chiara Lubich, si reca ad incontrarli ed è tempestata dalle domande che questi giovani non cessano di porle rimanendo ad ascoltarla fino a tarda notte e dandosi appuntamento di mese in mese con lei che viene appositamente da Trento. “Cominciammo a capire – Oreste racconta – che il Vangelo era una cosa che poteva essere vissuta non da persone lontane, ma da noi, da me, da lui, dagli altri”. I frutti di questa nuova vita sono evidenti: Oreste si guadagna la stima di un suo subalterno politicamente molto attivo che osservandolo e venuto a conoscere il suo ideale evangelico gli dice: “Se lei crede in questo Dio, anch’io posso credere in Lui come lei dice”.
Nel 1951 Oreste lascia la sua abitazione e va a comporre il focolare di Milano insieme a coloro che nell’annuncio di Ginetta hanno colto la chiamata a questa via; poco dopo conosce Chiara: “Un incontro bellissimo! – afferma – ; mi apparve una persona stupenda nella sua grandissima semplicità e luce”.
Intanto in varie città d’Italia aumentando il numero di persone desiderose di conoscere il Movimento nascente, Oreste Basso si trasferisce a Parma insieme a Lionello Bonfanti; il suo racconto ha il sapore delle origini: “Per poter dormire c’era un divano, e per mangiare comprammo un fornello a spirito: in genere si mangiava formaggi, tante volte il latte; il latte era la nostra salvezza! Ma eravamo proprio contenti!”.
Passa qualche anno e il Movimento dei Focolari – Opera di Maria (questo il nome dato da Chiara alla nuova realtà ecclesiale) si diffonde e si staglia in multiformi aspetti. Oreste è quindi invitato a trasferirsi a Firenze, a ricoprire un ruolo di responsabilità; la sua adesione è immediata nonostante sul lavoro gli sia stata proposta una ulteriore promozione e il direttore generale stesso si sia mostrato desolato per la sua partenza; “È cominciata un’altra vita” commenta Oreste immerso completamente nel carisma di cui Chiara è portatrice.
Alla fine degli anni ’50 è chiamato a Roma, dove, accanto a Chiara, svolge con il suo stile, insieme gioioso e discreto, un compito di primo piano anche nelle diverse stesure degli Statuti dell’Opera che negli anni si succedono e si adeguano ad una realtà in costante crescita; nel 1981 Oreste è inoltre ordinato sacerdote, ministero che considera un privilegio, una chiamata ad un amore più grande.
Eletto copresidente del Movimento nel 1996, esercita un ruolo fondamentale alla morte di Chiara (14 marzo 2008) e durante la successiva Assemblea generale che avrebbe eletto colei che doveva succedere alla fondatrice.
I messaggi giunti alla notizia della sua scomparsa dal Santo Padre per mano del Segretario di Stato Vaticano, dal Cardinal Bertone e da Mons. Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici attestano la radicalità della vita evangelica e la semplicità di rapporti sinceri che Oreste Basso ha saputo costruire giorno dopo giorno fino all’ultimo. A lui, le numerosissime testimonianze che continuano ad arrivare, esprimono affetto e gratitudine.
RINO CHIAPPERIN“ Come la imparai (la Sapienza) così la comunico senza invidia e senza nasconderne la ricchezza” (Sap 7,13). Il tuo segreto sia: dare tutto e sempre.
E’ difficile ripercorrere una vita così ricca come quella di Rino. Per questo ne daremo solo alcuni cenni, sperando di farlo conoscere più a fondo in seguito.
Nato a Solesino (Padova) il 20 novembre 1931, Rino ha conosciuto l’Ideale nel 1952 da Palmira Frizzera, accompagnata in quell’occasione da Fede Marchetti.
Lui stesso racconta: “Ricordo ogni particolare di quella sera; era il 21 aprile, ma soprattutto ricordo Palmira, una delle prime focolarine. Tale era il fervore con cui parlava della vita del Vangelo, da incantare letteralmente me e gli altri giovani presenti. Ci ha intrattenuti per quasi 6 ore di seguito, ascoltando le nostre domande e dando risposte meravigliose, che avvicinavano l’anima a Dio.
Passavo di meraviglia in meraviglia e già da quel primo istante ho avvertito il desiderio di seguire Dio e Dio solo”.
Nel 1953, con un amico andò a Tonadico dove si svolgeva quell’incontro che negli anni successivi sarà chiamato Mariapoli. Ci arrivarono sfiniti, dopo aver percorso in bicicletta 200 km. “Il giorno seguente – racconta – ebbi un incontro che resterà memorabile nella mia vita, un saluto di Chiara che mi ha toccato profondamente l’anima, e prima del mio ritorno a casa una cena nel focolare di Chiara. Qui era tale la presenza di Gesù in mezzo da sentirlo col cuore, con la mente e con l’anima. Ero così assorto che mi sono dimenticato perfino di mangiare. Tanto che Chiara vedendomi immobile col cucchiaio in mano mi ha detto: “Ma adesso mangia…”.
E questo incanto di fronte alla luce del carisma, Rino lo ha sempre conservato.
Il 15 agosto del ‘55 Rino è entrato in focolare. Era in corso la Mariapoli a Vigo di Fassa ed è stato don Foresi a dirgli: “Chiara è contenta che tu entri in focolare”.
Commenta Rino: “Quando ho conosciuto il Movimento dei Focolari non mi sarei immaginato la quantità di traslochi che avrei fatto nella mia vita! Trento, Firenze, Roma, Trapani, Recife, San Paolo, Belem, Grottaferrata, Padova, Bologna, Portogallo, San Paolo, Centro dei volontari, Perù e infine qui nella Mariapoli Romana”.
Nel 1959 Chiara lo sceglie per andare in Brasile e il 25 ottobre Rino, assieme a Marco Tecilla, Ginetta Calliari e altri focolarine e focolarini, parte con la nave per Recife, nel Nord Est del Brasile.
E qui ci sarebbe da scrivere un libro! Nel 1964 in occasione di un viaggio in Brasile, Chiara parlando con Rino, gli comunica la forte impressione che aveva suscitato nella sua anima una frase tratta dal libro della Sapienza che dice: “Come la imparai (la Sapienza) così la comunico senza invidia e senza nasconderne la ricchezza” (Sap 7,13), aggiungendo: “Rino, se sei contento, te la do come Parola di vita. Come faccio io, così devi fare anche tu, dare tutto. Il tuo segreto sia come il mio: dare tutto e sempre”.
E’ un periodo di fioritura per il Movimento in Brasile e qui Rino dà un grande contributo con il suo slancio apostolico e con il suo grande cuore che non lasciava indifferente nessuno. Al momento di partire dal Brasile, Rino così ne parla: “In questi anni ho cercato di lavorare affinché l’Opera di Dio risplendesse e si diffondesse il più possibile. Quanto ci sono riuscito? Lascio a Dio la risposta. Lui conosce tutto: negligenze, fallimenti, miserie e anche il positivo che col Suo aiuto sono riuscito a compiere. Parto contento perché ho la certezza che Dio ama anche me, se non altro come la ‘pecorella smarrita’. Sono contento per il clima di famiglia che c’è sempre stato tra tutti e per l’unità vera e fraterna con le pope, che sempre sono state meravigliose”.
Dopo il Brasile Rino si trasferisce in diversi focolari d’Italia, poi in Portogallo, finché a 65 anni parte per Lima in Perù. Un periodo di fondazione per il Movimento anche in quella nazione, che ha prodotto tanti frutti. Lasciando dopo 8 anni il Perù scrive: “Il cuore piange, Gesù in mezzo con i popi mi aiuta a distaccarmi da tante persone carissime e amatissime, disponendo la mia anima al lavoro che Dio intende fare su di me per essere sempre più suo”.
Il rapporto con Chiara è sempre rimasto intenso e vitale, nel 2002 le scrive: “Certo è che, impegnandomi a vivere il ‘Sei Tu Signore, l’unico mio Bene’, puntando anima e cuore sulla realtà dell’attimo presente, mi sembra che tutto scorra in modo straordinario. Le difficoltà non mancano e i limiti persistono, ma tutto sembra sciogliersi quasi per incanto”.
E ancora: “L’età avanza e proprio per questo mi è sembrato opportuno vedere se Gesù abbandonato è o no, il tutto della mia vita. Sono passati tanti anni da quando ne sentii parlare per la prima volta, ma ho sempre vivo il ricordo della gioia che gustavo in fondo al cuore quando riuscivo ad amarLo. Col passare del tempo, Gesù abbandonato si è fatto più presente e le Sue visite più impegnative, ma ogni incontro con Lui è sempre accompagnato dalla certezza di essere sulla buona strada”.
“Da tempo mi soffermo a parlare a lungo con Gesù, guardando a Lui crocifisso e abbandonato, dinanzi ad un quadretto appeso nella mia stanza. Più che essere io a dirGli cose, cerco di ascoltare ciò che Lui col Suo grido mi vuole dire e sento che questo mi fa molto bene all’anima”.
E, ricordando una meditazione di Chiara che parla della ‘commedia divina’, continua: “E’ proprio così, l’ho sperimentato ed è vero. Sentire la morte nell’anima e continuare a parlare agli altri di vita, provare il buio più nero e aprire agli altri spiragli di luce; talora mi è sembrato un grande assurdo, una vera illusione, ma sempre più mi accorgo che non esiste altra soluzione: il vero più vero è Gesù abbandonato”.
Tutti coloro che hanno vissuto con Rino negli ultimi anni a Villa Achille ricordano il suo amore speciale per Maria, il suo raccoglimento per prepararsi prima della Messa e la sua capacità di creare famiglia, accogliendo con grande affetto le persone che arrivavano, stabilendo un bel rapporto con tutti e particolarmente con i bambini.
Col passare del tempo diminuivano le sue forze e il suo carattere alle volte forte - che lo portava a chiedere scusa con grande umiltà - diventava sempre più dolce. Era solito salutare chi era vicino alla morte per sostenerlo ed incoraggiarlo, dicendo: “Ci vedremmo presto”, “teniamo Gesù in mezzo”.
Giovanni Torelli Stimato professore universitario e grande esperto in analisi matematica, Giovanni Torelli aveva una caratteristica, fare tutto per Dio: «Ho scoperto – scrive – che facendo anche cose semplici, banali, ma con semplicità, meglio che posso, per Lui, ho fatto tutto».
Nato e cresciuto a Trieste, Giovanni rimane presto orfano del padre. Così, nel vortice di una vita fatta di studio accademico e piccoli lavoretti, all’università conosce Maria Clotilde. Si sposano il 4 luglio 1957 ed entrambi iniziano ad insegnare in due scuole superiori triestine. Dal ’59 al ’65 nascono Paola, Lucio, Marina e Franca. Nel ’74 la famiglia Torelli adotta anche Francesco.
Nel ’63 su invito dell’Azione Cattolica, Giovanni conosce la spiritualità dei Focolari al fine di costruire solide realtà parrocchiali. Rimane colpito dai focolarini, ma anche dubbioso: «Avevo dei problemi, problemi sociali, problemi della scuola. In quegli incontri parlavano di piccole cose, di bambinate, di piccole esperienze, di bicchieri dati a chi ha sete… Comunque sentivo che c’era qualcosa di grosso, lì sotto, che meritava forse starci dietro».
Con il suo tipico fare scherzoso, Giovanni racconta ancora: «A forza di sentir parlare di amore a destra, amore a sinistra,… ho capito che amare vuol dire volere il bene dell’altro». Un giorno prende così una decisione storica: prepara lui il pranzo per la moglie per farle una sorpresa! A poco a poco, capisce che anche le cose semplici, le “bambinate” sono importanti». Comprende che questo amare ‘a fatti’ è al cuore del messaggio del Vangelo e sceglie di entrare, come sposato, nel focolare.
Pian piano cambiano i suoi atteggiamenti, soprattutto al lavoro. Riguardo le frequenti liti tra colleghi ad esempio, racconta: «Ho capito che dovevo buttarmi nelle spaccature, non certo confidando nelle mie capacità “logiche”, ma sapendo che solo Gesù sa fare nuove tutte le cose».
Nel ’76, nel giro di pochi mesi, Maria Clotilde si scopre affetta da un tumore e Giovanni viene ricoverato per problemi al cuore. Sono anni di sofferenze, ma sempre vissuti con la fiducia in Dio.
Il distacco dalla moglie – morta nel 1987 – è doloroso, ma lo radica più profondamente in Dio. Nel 1988 si rende necessaria un’operazione al cuore. Con il solito buonumore, comunica: «Affari di cuore mi terranno fuori da Trieste per alcune settimane!». Anche prima di entrare in sala operatoria saluta tutti con serenità. Quel 20 dicembre, per alcune complicazioni, viene invece improvvisamente a mancare.
Da alcuni stralci letti ai funerali con una folla di gente, emerge chiaramente lo stile di vita di Giovanni Torelli: «Talvolta qualcuno mi fa notare che sono un fallimento totale. Ci resto male… Mi verrebbe voglia di precisare, di dire che forse qualcosa di buono l’ho fatto in qualche campo, dimenticandomi che è Gesù che opera in me… Scelgo Lui e basta; ora sì che mi sento ricco, ricco di Lui solo!».
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Messaggio Cristiano VEGLIA DI PREGHIERA
PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV
Saluto del Santo Padre sul sagrato della Basilica prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro
Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!
Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.
Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.
Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.
Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.
Vi do da qui la benedizione, poi preghiamo insieme dalla Basilica e potete seguire con gli schermi. Grazie di nuovo per la vostra presenza.
[Benedizione]
Grazie a tutti, buona preghiera.
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Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace
Cari fratelli e sorelle,
la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.
San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.
La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.
Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).
Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!
Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!
Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).
Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).
Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).
Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:
Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!
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