Letture e meditazioni


San Giuseppe nel Canone della Messa

Intervista a padre Tarcisio Stramare, OSJ, direttore del Movimento Giuseppino

 

 

Papa Francesco ha dato al mondo la gioia di poter menzionare San Giuseppe, lo sposo di Maria Santissima, in tre delle preghiere eucaristiche della messa di rito romano, come proposto dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

 

Per approfondire i contenuti di questa decisione, ZENIT ha intervistato padre Tarcisio Stramare, sacerdote degli Oblati di San Giuseppe, e instancabile direttore del Movimento Giuseppino a Roma, istituto che studia e medita una figura salvifica come quella di San Giuseppe, spesso non compresa a sufficienza dagli studi teologici e catechetici.

 

Padre Tarcisio, come ha accolto questa nuova disposizione di papa Francesco?

 

Padre Stramare: A essere sincero, l’ho ricevuta come un atto “dovuto” e sono grato a papa Francesco per questa decisione. Tenuto conto che Giovanni XXIII aveva disposto di inserire il nome di san Giuseppe nel Canone Romano, allora “unico”, sembrava logico, infatti, che eventuali altri Canoni seguissero la stessa norma.

 

Che cosa intende il Papa con questa decisione?

 

Padre Stramare: Penso che Papa Francesco abbia voluto porre fine ad un’attesa che si protraeva ormai da oltre 50 anni.

 

Perché questo riferimento esplicito alle preghiere II, III e IV del Canone Romano?

 

Padre Stramare: Probabilmente in vista della terza edizione tipica del Messale Romano. Il silenzio circa “altri” Canoni, già esistenti o futuri, lascia supporre una diversa interpretazione.

 

C’era bisogno di un intervento così?

 

Padre Stramare: Nel testo del Decreto sono indicati i motivi che giustificano l’inserimento. Oltre alla santità di san Giuseppe, emerge soprattutto il suo ruolo nel piano della salvezza: la cura paterna di Gesù; lo status di “capo della Famiglia di Gesù”; l’amorevole cura della Madre del Figlio; l’impegno nell’educazione di Gesù Cristo; il patrocino sulla Chiesa.

 

Il Papa ha voluto sottolineare lo status di marito di san Giuseppe. Perché?

 

Padre Stramare: Perché il titolo di “sposo” è indispensabile sia per onorare la maternità di Maria, sia,  in particolare, per garantire a Gesù la discendenza davidica, necessaria per il titolo di “Cristo”, come insegna l’evangelista Matteo. 

 

Quindi senza san Giuseppe...

 

Padre Stramare: Senza san Giuseppe, inoltre, non esisterebbe la “Santa Famiglia”, “mistero salvifico”, che colloca san Giuseppe, insieme con Maria, nell’ordine dell’Unione ipostatica! L’Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II  è esplicita in proposito. La pastorale della famiglia ha urgente bisogno di approfondire questa dottrina.

 

Pensa che ora ci sarà una crescita nella devozione e nel culto di san Giuseppe?

 

Padre Stramare: La devozione del popolo cristiano verso san Giuseppe c’è sempre stata ed è ben radicata, come espressamente riconosciuto nel Decreto. Anche la Liturgia e i documenti del Magistero onorano convenientemente san Giuseppe. Quello che manca, invece, è il supporto dei teologi e dei catechisti, che continuano a considerare irrilevante il ruolo di San Giuseppe nel mistero dell’Incarnazione.

 



 

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Messaggio Cristiano
"Magnifica humanitas":

l’enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità

Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.

Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.

Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)

La presentazione del card. Parolin:

“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.

Leone XIV