Letture e meditazioni |
Maria, il nome femminile dell´Amore
Il Santo Rosario: I misteri della Risurrezione
Primo mistero: Gesù incontra Maria di Magdala nel giardino
«Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì” – che significa “Maestro mio!”» (Gv 20, 16).
Il pastore conosce le sue pecore, ciascuna per nome, ed esse conoscono la sua voce (10, 3-4. 14).
È bello essere chiamati per nome: dice amicizia, rapporto personale, intimità. Con quel nome, “Maria”, è come se Gesù l’abbracciasse, la prendesse dentro di sé: «Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43, 1).
E lei, con quel nome, “Maestro mio!”, è come se lo abbracciasse. Anzi, l’abbraccia davvero!
Chiediamo a Maria il dono di un rapporto personale e profondo con il Signore risorto.
Secondo mistero: Gesù incontra i due discepoli sulla strada di Emmaus
«Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. (…) Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24, 15.30-31).
Il buon pastore va in cerca della pecora smarrita e la trova su una strada di periferia, verso Emmaus. Entra nel mondo dei due, tristi e delusi, e con la sua vicinanza ridona speranza e fa ardere il loro cuore.
Chiediamo a Maria che tutte le persone triste e deluse possano incontrare il Signore risorto e ritrovare la gioia.
Terzo mistero: Gesù incontra gli Undici nel cenacolo
«Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi”. (…) Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi» (Lc 24, 36.40).
Gesù “sta”, la sua è ormai una presenza stabile: è questo l’essere profondo della Chiesa, la presenza del Signore crocifisso, espressione dell’amore infinito di Dio; presenza che dà pace.
Chiediamo a Maria che la promessa di Gesù di “rimanere sempre con noi” dia alla Chiesa il coraggio e l’audacia di annunciare il Vangelo ad ogni creatura.
Quarto mistero: Gesù incontra Tommaso nel cenacolo
Gesù «disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; prendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo; ma credente!». Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”» (Gv 20, 27-28).
È la più alta professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: una fede partecipata, personale, appassionata: «Sei il “mio” Signore, il “mio” Dio», così come per la Maddalena era il Maestro “mio”.
Egli è “mio” perché io sono suo, mi ha acquistato a caro prezzo, testimoniato dal segno dei chiodi e della lancia che non ha voluto cancellare perché sempre, per tutta l’eternità, vi leggessimo il suo amore infinito.
Chiediamo a Maria il dono della fede per quanti dubitano o non credono: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
Quinto mistero: Gesù incontra Pietro sul lago
«Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. (…) Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? Gli disse per la terza volta: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. (…) “Seguimi”» (Gv 21, 15-19).
Pietro ha rinnegato per tre volte il Signore, adesso per tre volte gli professa un amore incondizionato. Ogni sbaglio è l’occasione per un amore più grande. Il Risorto ci insegna che si può ricominciare. Si può sempre ricominciare a “seguire” Gesù.
Chiediamo a Maria che preghi “per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”, che preghi per tutti i peccatori, perché ritorniamo a Dio con fiducia.

Maria. I filologi lo interpretano in tanti modi, tutti belli; ma il significato suo più denso di bellezza è quel suo indicare particolarmente, inconfondibilmente, lei: l’unica tra le donne: Maria.
Un nome che non si finisce mai di pronunziare; e che ogni volta dona gioia. Nella salutazione angelica, che solca la vicenda umana come una fontana di letizia, milioni di creature ogni giorno più volte così la chiamano.
E così la chiamavano i genitori e i parenti e i vicini di casa a Nazareth. E così ad ogni ave torniamo tutti a chiamarla familiarmente, allo scopo di chiedere la sua intercessione in questo esperimento della vita che culmina nella morte, varco alla perenne vita.
«Maria»: al pronunziare quel nome il cuore balza in petto come il bambino nel seno di Elisabetta, «ed Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo». «Maria», dicevano pastori e artigiani quando si affacciavano sul vano di quella sorta di spelonca che era l’abitazione della sacra famiglia nella collina di Nazareth, per chiederle un favore: ella era così servizievole con tutti, così ricca di risorse per ciascuno. E se non avevano nulla da domandarle, s’affacciavano per la gioia di salutarla: la gioia di dire quel nome che aduna tante cose belle, poiché riassume i misteri dell’amore. Il nome femminile dell’Amore.
A distanza di secoli, noi, a mo’ dell’arcangelo e di Giuseppe, a mo’ di tutti i santi e di tanti peccatori, seguitiamo a chiamarla così: Maria; cinquanta, cento e più volte al giorno, senza scortare mai quel nome con titoli di nobiltà, epiteti di boria, patenti di primato. A noi piace — come piace a lei — di avvicinarla, non di distaccarla, per avvicinare lo Sposo, che con lei fa unità. La ressa delle strade, il turbine delle passioni, la traccia dello spirito sono venati, solcati da quel nome, su cui transita l’amore da terra a cielo. L’umiltà avvicina e l’amore unifica; ed è il più grande tributo. Noi ci sentiamo di casa nella Chiesa di Cristo, noi ci sentiamo di casa nella comunione dei santi, nello stesso ambito della SS. Trinità, anche perché c’è Maria; c’è la madre e dunque c’entrano i figli. Dov’è Maria è l’amore: e dove è l’amore è Dio. E dunque dire quel nome in ogni circostanza e ambiente è penetrare di colpo in un’atmosfera di divino, è accendere una stella nella notte; aprire una sorgiva di poesia in una plaga tecnologica; far fiorire di gigli una palude. È un restituire il calore della famiglia in un campo di lavori forzati.
Maria ama: e nell’amore si nasconde. Il vero amore è contemplazione della persona amata. Anche in questo, imitando la giovinetta nazarena, si può essere contemplativi, stando nel mondo, in una stamberga di contadini o in un appartamento di città.
L’amore in lei è stato così grande che ci ha dato Dio: Dio che è amore. Lei lo ha quasi strappato dal cielo per darlo alla terra; dal solo divino per farlo anche uomo, a servizio degli uomini.
E veramente amare è farsi uno con l’Amato: e Maria si fece talmente uno con Dio che Dio si donò a lei, per donarsi, mediante lei, a tutti gli uomini.
In definitiva si sta nel mondo, in posizioni diverse, con vestiti d’ogni sorta; ma, standoci come Maria, si prepara sempre e dappertutto la stanza per Gesù.
(Igino Giordani, Maria modello perfetto, Città Nuova, Roma 2012, pp. 17-20)
R come ROSARIO. Recitare questa preghiera è un mezzo per stare il più possibile vicini a Gesù e Maria, e al loro amore che ci cambia la vita
Di Paolo Gulisano
Il Rosario della Vergine Maria è una delle più belle preghiere della Chiesa. E’ una preghiera che è stata prediletta da numerosi Santi, e sempre incoraggiata dal Magistero. Nella sua semplicità e profondità, rimane, anche oggi, una preghiera di grande significato, destinata a portare frutti di santità. Essa ben s'inquadra nel cammino spirituale di un cristianesimo che, dopo duemila anni, non ha perso nulla della freschezza delle origini, e si sente spinto dallo Spirito di Dio a prendere il largo per testimoniare Cristo al mondo come Signore e Salvatore, come via, verità e vita.Il Rosario, infatti, pur caratterizzato dalla sua fisionomia mariana, è preghiera dal cuore cristologico. Nella sobrietà dei suoi elementi, concentra in sé la profondità dell'intero messaggio evangelico, di cui è quasi un compendio. In esso riecheggia la preghiera di Maria, il suo perenne Magnificat per l'opera dell'Incarnazione redentrice iniziata nel suo grembo verginale. Con esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e all'esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore. Il Rosario era la preghiera prediletta di san Giovanni Paolo II, che la definiva “preghiera meravigliosa! Meravigliosa nella sua semplicità e nella sua profondità. [...] Si può dire che il Rosario è, in un certo modo, un commento-preghiera dell'ultimo capitolo della Costituzione Lumen gentium del Vaticano II, capitolo che tratta della mirabile presenza della Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa. Difatti, sullo sfondo delle parole Ave Maria passano davanti agli occhi dell'anima i principali episodi della vita di Gesù Cristo. Essi si compongono nell'insieme dei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, e ci mettono in comunione viva con Gesù attraverso – potremmo dire – il Cuore della sua Madre. Nello stesso tempo il nostro cuore può racchiudere in queste decine del Rosario tutti i fatti che compongono la vita dell'individuo, della famiglia, della nazione, della Chiesa e dell'umanità. Vicende personali e vicende del prossimo e, in modo particolare, di coloro che ci sono più vicini, che ci stanno più a cuore. Così la semplice preghiera del Rosario batte il ritmo della vita umana
II Rosario, proprio a partire dall'esperienza di Maria, è una preghiera spiccatamente contemplativa. II Rosario, basato sulla ripetizione, presuppone una fede viva ed un amore sincero a Cristo Redentore ed alla Vergine Maria. E’ un metodo per contemplare.
Come nasce la preghiera del Rosario? Essa s'inserisce in quel rigoglioso rifiorire in manifestazioni nuove della devozione verso la Vergine, nei suoi aspetti più popolari, che è caratteristico già sul finire del secolo XII; vi contribuirono largamente i Cistercensi e poi, sin dal principio del secolo seguente, i grandi Ordini mendicanti nelle loro strenue lotte contro le eresie. Per la più facile e diligente recitazione si adottò la corona, che era già in uso per devozioni consimili. Ben presto si introdusse in tale recitazione il ricordo dei Misteri della vita di Maria e di Gesù. San Domenico ed i suoi frati, predicatori popolari per missione, non potevano rimanere estranei a questo movimento, ma non è facile determinare sotto quale forma precisa lo abbiano sul principio praticato e diffuso. Una sanzione, si può dire ufficiale, si ebbe quando san Pio V rese fissa ed uniforme la formula dell'Ave Maria.
Negli anni turbolenti del post-concilio, si assistette purtroppo ad una certa crisi di questa preghiera che, nel contesto storico e teologico di quegli anni, rischiò di essere a torto sminuita nel suo valore e perciò scarsamente proposta alle nuove generazioni. C'era chi pensava che la centralità della Liturgia, giustamente sottolineata dal Concilio Ecumenico Vaticano II, avesse come necessaria conseguenza una diminuzione dell'importanza del Rosario. In realtà, come precisò il beato Paolo VI, questa preghiera non solo non si oppone alla Liturgia, ma le fa da supporto, giacché ben la introduce e la riecheggia, consentendo di viverla con pienezza di partecipazione interiore, raccogliendone frutti nella vita quotidiana.
Forse c'è anche chi teme che essa possa risultare poco ecumenica, per il suo carattere spiccatamente mariano. In realtà, essa si pone nel più limpido orizzonte di un culto alla Madre di Dio, quale il Concilio l'ha delineato: un culto orientato al centro cristologico della fede cristiana, in modo che « quando è onorata la Madre, il Figlio sia debitamente conosciuto, amato, glorificato.
Il motivo più importante per riproporre con forza la pratica del Rosario è il fatto che esso costituisce un mezzo validissimo per favorire tra i fedeli un impegno di contemplazione del mistero cristiano come vera e propria 'pedagogia della santità', un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell'arte della preghiera.
Il Rosario – ripetiamo- si pone nella migliore e più collaudata tradizione della contemplazione cristiana. Sviluppatosi in Occidente, esso è preghiera tipicamente meditativa e corrisponde, in qualche modo, alla “preghiera del cuore” tipica dell'Oriente cristiano.
Alle critiche di chi definisce il Rosario una preghiera per illetterati, per persone semplici che non sono ancora salite alle vette sublimi della spiritualità, per vecchiette ignoranti, rispondeva già anni fa padre Vincent McNabb. Il domenicano irlandese amico di G.K. Chesterton di cui abbiamo già accennato nelle voci di questo Dizionario della Fede. Mc Nabb affermava che il Rosario era il modo più sicuro per essere in unione con Dio attraverso la preghiera mentale. Nella sua personale esperienza aveva incontrato la fede profonda di tanti fedeli cui era stato insegnato a pregare Dio attraverso la Beata Vergine. "La maggior parte dei contemplativi che ho incontrato sono nel mondo,- disse- e questi hanno trovato l'unione con Dio attraverso il Rosario." La devozione al Santo Rosario, a suo parere, avrebbe dovuto essere fondamentale per una vita di preghiera autentica: "L'Incarnazione è il centro di tutta la nostra vita spirituale. Uno dei mezzi con i quali si può farla diventare tale è il Santo Rosario. Non vi è modo di arrivare a una realizzazione di questo grande mistero pari a quella di dire il rosario. Niente potrà avere così effetto sull’animo come andare oltre, abitare nel pensiero un piccolo spazio ogni giorno, a Betlemme, sul Golgota, sul monte dell'Ascensione."
Il Rosario, insomma, come un mezzo per stare il più possibile vicini a Gesù e Maria, e al loro amore che ci cambia la vita.
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Maria, la madre di Gesù, vigila sul buon esito della festa. Saggia e accorta, non si lascia sfuggire il venir meno improvviso del vino. Soltanto un miracolo può evitare lo spegnersi della festa. E solo il Figlio lo può compiere.
“Venuto a mancare il vino, … “ (Gv 2,3). La gioia della festa nuziale di Cana, come ogni altra gioia umana, è fragile e instabile, ed è esposta continuamente al rischio dell’interruzione. Il vino “che dà gioia al cuore dell’uomo”(Sal 104, 15), può venire a mancare. Un progetto di felicità basato soltanto sulle scorte umane non ha solidità. Cana racconta i chiaroscuri dell’amore umano, soggetto a caducità e a precarietà. Talvolta sulla tavola del mondo viene meno il vino dell’amore, della bellezza e della gioia. I giorni raccontano il venir meno di tante esperienze di amore. Tuttavia Dio non si rassegna. Maria non si rassegna.
“Venuto a mancare il vino, la Madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. La premurosa intercessione di Maria inverte la tendenza e riporta la festa nella comunità umana.
A Cana, Maria è icona del volto gratuito di un Dio, che ha a cuore la felicità degli uomini.
Rassicurato da Maria, ogni credente sa che è possibile ricominciare la festa. La strada è segnata dall’invito che Ella rivolge ai servi: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5). Sono le ultime parole di Maria nel Vangelo e le ultime rivolte agli uomini. Maria ha parlato con gli angeli, con Elisabetta, con il Figlio, ma quest’ultimo è il suo testamento per l’umanità. Fate le sue parole, fate il vangelo, non solo ascoltatelo o annunciatelo. Rendetelo vivo e si riempiranno le anfore vuote.
“Vi erano là sei giare di pietra. Gesù disse: riempite d’acqua le giare. E le riempirono fino all’orlo” (vv. 6-7). L’umanità può portare al Signore soltanto dell’acqua. Nient’altro che acqua. E Dio compie il miracolo del vino grazie all’acqua. Gesù non effettua il suo primo miracolo dal nulla, ma grazie all’acqua della disponibilità umana.
Anche la moltiplicazione dei pani e dei pesci incontrò il contributo che un ragazzo, al seguito di Gesù, portava nella bisaccia (cfr. Lc 9,13).
Ognuno mette davanti a Dio la pochezza del suo amore e la grandezza dei propri sogni.
Le nozze di Cana dicono che l’amore umano è il luogo privilegiato dell’operosità di Dio, la creta dei suoi miracoli. Al centro della fede è posto lo stesso sale che sta al centro della vita dell’uomo: l’amore.
Quando le sei giare di pietra di ogni creatura saranno offerte a Dio, colme fino all’orlo di tutto ciò che è umano, sarà lui stesso a mutare l’umile acqua nel migliore dei vini.
Il Dio di Gesù Cristo è il Dio delle nozze di Cana e della festa che ama fare festa con gli sposi e i loro amici, e che fa dell’amore umano il luogo in cui far germogliare miracoli. Egli dà sapore alla vita e vivacità alla fede.
“Non è ancora giunta la mia ora” (v. 4). Maria mette in azione Dio e lo fa agire anzitempo. Lo snida dai rischi della tranquillità di Nazareth e lo manda in missione. Quante persone, famiglie e nazioni non hanno più vino. Maria insegna a non tacere, ma a chiedere l’azione sanante e prodigiosa di Dio. Gesù risponde con un sì a Maria, chiudendo in tal modo la gioiosa intimità di Nazareth.
Maria sarà la prima collaboratrice di Gesù e capirà che affrettare l’ora del Messia significherà provocare pure la propria, di madre. E Maria, corrispondendo con tutta se stessa, con gioia ripeterà: “Fate quello che vi dirà”.
Lorenzo Piva, Oltre il deserto, Edizioni San Paolo, Milano 2009
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Messaggio Cristiano UDIENZA GENERALE
Basilica di San Pietro
Mercoledì, 5 agosto 2026
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Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
in questa catechesi riprendiamo la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium (SC). Oggi ci soffermiamo sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica.
Come suggerisce l’Apostolo Paolo, è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare. Dal giorno di Pentecoste, lo Spirito abita la Chiesa, ispirando ogni sua attività e, in particolare, la preghiera. La vita della prima comunità, nata a Gerusalemme dopo la Pasqua di Gesù, è vita nello Spirito donato dal Signore risorto. «Da allora – dice il Concilio – la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo “in tutte le Scritture ciò che lo riguardava” (Lc 24,27), celebrando l’Eucaristia, nella quale vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte e rendendo grazie “a Dio per il suo dono ineffabile” (2Cor 9,15) nel Cristo Gesù, “a lode della sua gloria” (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo» (SC, 6).
Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione. Inoltre, anche in diverse famiglie cristiane non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale. La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità.
La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha preso sul serio tale esigenza. E ciò rallegrava profondamente il Papa San Paolo VI, il quale, promulgando questo primo documento approvato dal Concilio Vaticano II, affermò: «Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale» (Discorso, Basilica di San Pietro, 4 dicembre 1963).
Nella Costituzione, infatti, il termine “la preghiera” designa tutta la liturgia. Questa prospettiva è decisiva, perché ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio, «il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo» (SC, 5), al quale possiamo rispondere «per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo», vale a dire grazie alla «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre» (SC, 84).
Per questo San Paolo VI desiderava ardentemente che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio (cfr Cost. ap. Laudis canticum).
Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana.
Ogni settimana e ogni giorno, l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo. In questa preghiera, Cristo «unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode» (SC, 83); così, di giorno in giorno, siamo associati sempre di più al mistero pasquale e conformati a Lui.
Afferma Sant’Agostino: «Quando parliamo a Dio nella preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio; e quando prega il corpo del Figlio, non separi da sé il proprio capo; sia dunque lo stesso unico salvatore del suo corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e la sua voce in noi» (Enarr. in psalmum LXXXV: PL 37, 1081).
Legata all’Eucaristia, di cui prolunga la luce, la Liturgia delle Ore santifica il tempo della nostra vita quotidiana: al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio. Ogni Ora è un atto di speranza: durante il pellegrinaggio terreno, vegliamo attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore.
Leone XIV
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