Africa di ieri e di oggi |
Tempo di speranza
3 Febbraio 2017
Un enorme tappeto di tende ammassate in modo disordinato nei pressi dell’aeroporto. Fu questa la prima immagine che ebbe Papa Francesco di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, nel novembre 2015, prima ancora che il suo aereo atterrasse.
All’avvio della sua visita in Centrafrica, dove aprì il Giubileo della Misericordia, Bergoglio rimase impressionato da quel mesto scenario, simbolo di un Paese che costringe all’indigenza molti suoi figli.
Oggi il campo profughi di Mpoko resta però un ricordo. Come annunciano Agenzia Nova e Il Messaggero, le autorità civili lo hanno chiuso, invitando centinaia di migliaia di persone a tornare alle proprie case.
L’immensa tendopoli fu il rifugio di circa 100mila persone, scappate alle violenze della guerra scoppiata nel 2013 in Centrafrica.
“La chiusura di Mpoko è una buona notizia e un segno di stabilizzazione del paese. Ma le persone hanno ben poco a cui tornare e un quarto della popolazione vive ancora lontano dalle proprie case”, ha dichiarato Loris De Filippi, presidente di Medici senza frontiere, che ha lavorato in Repubblica Centrafricana all’inizio della crisi.

Dopo la visita del Papa, nella capitale della Repubblica Centrafricana il cambiamento si tocca con mano. Nessuno più vuole cedere alla violenza. Il messaggio di pace portato dalle focolarine anche ai Pigmei di Bambio.

A Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, che nel novembre scorso papa Francesco ha definito “capitale spirituale del mondo”, «niente è più come prima». Ad affermarlo è Fidelia, focolarina congolese, da sette anni a Bangui, e che dal 2012 e fino al settembre scorso, aveva visto con i suoi occhi il susseguirsi di scontri armati che a più riprese avevano devastato città e villaggi, seminando terrore e morte. Ora le cose appaiono decisamente cambiate ed è pensiero comune che sia stata proprio la visita papale a segnare questa inversione di rotta. «Ovunque – continua Fidelia -, anche nelle province, si parla ‘di un prima e di un dopo’. Ad esempio, domenica scorsa c’è stato il secondo turno di votazioni per l’elezione del nuovo presidente e tutto si è svolto nel migliore dei modi. E’stato così anche durante tutta la campagna elettorale. Eppure, sia l’uno che l’altra potevano essere occasioni di violenza. Invece no. Nessuno qui vuole cedere alla violenza. Dicono che essendo venuto il Papa è come se fosse venuto Dio stesso, e dunque che non si può più tornare indietro. Sentono che il Papa ci ha fatto ‘passare all’altra riva’ e che dobbiamo andare avanti, fino alla pace vera e duratura. Siamo tutti convinti che per giungere ad una coesione sociale dobbiamo vivere il perdono, la misericordia, la riconciliazione. Si avverte che sotto a queste parole c’è un vero cambiamento di mentalità, di comportamento. Anche il modo di parlare gli uni degli altri (i cristiani dei musulmani e viceversa) è cambiato!».
Sono espressioni, queste di Fidelia, che trasmettono davvero grande speranza, non solo per la Repubblica Centrafricana, ma per tutti quei punti nella Terra dove è più che mai urgente far tacere le armi per cercare le soluzione nel dialogo.

Fidelia ci porta a conoscere anche altre sfaccettature della realtà Centrafricana. Ci racconta, per esempio, che in un recente fine settimana, con altre tre persone di Bangui ha percorso 400 km per raggiungere la piccola città di Bambio, dove una ventina di anni fa, attorno ad un missionario cappuccino, si era formata una comunità animata dallo spirito dei Focolari. «Abbiamo trovato lì diverse famiglie, tanti giovani, tutti ancora molto motivati – racconta Fidelia -. E anche se padre Umberto era dovuto rientrare in Italia, loro per tutti questi anni hanno continuato a riunirsi per incoraggiarsi reciprocamente a vivere il Vangelo, aiutandosi con un libro di Chiara Lubich che egli stesso aveva loro lasciato».
Conoscere questa comunità, che per vent’anni ha saputo mantenere la fiamma del Vangelo accesa, li ha riempiti di stupore e di gioia. Ma non immaginavano che in quel viaggio ci fosse un’altra sorpresa ad attenderli. Nei dintorni di Bambio ci sono alcuni villaggi abitati dai Pigmei. È un popolo caratteristico per la bassa statura, che vive prevalentemente nei boschi e che segue leggi e consuetudini proprie. «Tanti pensano che non sia facile trovare un rapporto con loro – spiega ancora Fidelia – ma dovendo attraversare i loro insediamenti, è stato spontaneo fermarci a salutarli e spiegare perché ci trovavamo da quelle parti. Incoraggiati dalla loro apertura e disponibilità, ci siamo conosciuti, abbiamo dialogato scambiandoci i valori in cui crediamo. Alcuni di loro ci hanno dimostrato grande sensibilità per quanto avevamo detto riguardo alla spiritualità dell’unità. Siamo rimasti d’accordo che a Pasqua saremmo ritornati per continuare nella conoscenza e nello scambio reciproci».
Padre Valentino, parroco
Per più di vent’anni p. Valentino ebbe la cura pastorale di una parrocchia di Bouar (RCA), dedicata alla Madonna di Fatima. Allora egli era davvero un “tuttofare”, per cui la gente lo chiamava semplicemente “waka-waka” (= presto presto!).
Dal momento che le iniziative in corso erano molteplici, aveva appeso alla porta del suo ufficio una specie di disco-orario, che metteva a posto ogni volta che partiva: “sono al campo giochi … sono nel tale quartiere … sono all’ospedale oppure … sono qui in chiesa a confessare…” .
Due sue iniziative hanno avuto molto successo.
La prima è questa. Non essendovi mezzi pubblici per portare all’ospedale i malati, i parenti dovevano trasportarli mettendo il paziente o morente in una rete, sostenuta da un palo. P. Valentino aveva inventato una specie di carretto all’asiatica, con due grosse ruote, che poteva essere portato dappertutto. Era lui stesso a prendersene cura. Poiché l’iniziativa ebbe successo, ne fabbricò altri in serie.
Inoltre, p. Valentino si diede da fare perché ogni quartiere della parrocchia avesse la sua cappella, come luogo d’incontro dei numerosi catecumeni e cristiani. Per vari anni non mancarono le cappelle in costruzione. Anche a motivo di questo, il parroco si esercitò a fare di tutto: dal meccanico (sua prima competenza) al muratore, dal falegname all’elettricista.
Venendo in Italia, egli si recava fedelmente dalle edizioni San Paolo-Film, che gli regalavano serie di film di western, messi da parte per qualche guasto …. Così i giovani erano diventati i prediletti, dal cinema al foot, alla pallacanestro. Di cose da fare non ne mancavano.
Una sera egli era salito su una lunga scala a pioli, per sistemare i lampioni che avrebbero illuminato il campo da gioco (da notare che i ragazzi di Bouar si battevano per il primo posto nella classifica nazionale con quelli di Bangui, la capitale). Mentre era attento al suo lavoro e sicuro di sé, la scala gli scivolò di sotto i piedi … Non gli restava tempo per riflettere sul da farsi e si lasciò cadere in perpendicolare, con i piedi pronti all’impatto con la terra battuta, come da tempo aveva imparato dalle regole dello yoga.
Il colpo fu così forte che non ebbe la capacità di rialzarsi. Fu portato nella sua stanza dai suoi giovani e lì vi rimase coricato per una buona “quarantena”. I dottori che lo visitarono furono tutti unanimi nel costatare che la caduta l’avrebbe sicuramente “insaccato” se … non fosse stato a conoscenza degli esercizi dello yoga.
Interessante fu l’affluenza della gente, specie delle anziane, che si prostravano ai suoi piedi e vi sputavano sopra, secondo l’uso dei “gbaya”, … per ringraziare Dio del dono ricevuto. E lui sembrava …un santo nella gloria del Bernini! (Un segno di benevolenza e di benedizione dei parenti è quello di leccare il volto del figlio e soffiargli nelle orecchie).
In data recente, il 26 novembre, p. Valentino scrive : “Sono sceso dal nord a Bouar (250 km) e sono andato a Herman per salutare alcune persone che avevo conosciuto in quei primi tempi, tra cui il vecchio babà Aubin Zelo. Ci siamo salutati con le lacrime agli occhi. Egli si trovava nella sua piccola bottega di quarant’anni fa.
Ricordo come allora un fatterello che era accaduto ad Aubin. Uscendo da casa sua per venire alla S. Messa, con meraviglia aveva notato nella sua veranda un amuleto (“Yoro” = specie di sortilegio). Venne subito a cercarmi ed esterrefatto mi invitò a vedere il sacrilegio di un occulto stregone … Andai, presi il piccolo involtino maledetto e lo bruciai. Dopo aspersi la sua casa con acqua benedetta, aggiungendo semplicemente: “Stai tranquillo!”. Per ringraziarmi aprì il suo borsellino e mi diede quattro spiccioli da cinquanta! che allora avevano il grande valore di ben 600 lire … Una vera grossa somma per Aubin!”
Continua p Valentino: “Le piogge sono scarse e il granoturco e il miglio non sono ancora maturi, per cui ho celebrato la Sta Messa sulla collina che domina le piantagioni. Nell’omelia ho detto che “dobbiamo essere in pace gli uni con gli altri, per attirare la benevolenza di Dio”. Subito una signora è andata a gettarsi ai piedi di un’altra, per chiederle perdono per un diverbio che c’era tra loro.
Padre Cipriano, “broussard”
Il termine francese “broussard” significa: colui che da solo vive nella boscaglia. Un missionario “broussard” è colui che svolge il suo apostolato nei piccoli villaggi, sparsi nella boscaglia.
Con Cipriano ho vissuto per undici anni (dal 1962 al 1973) l’avventura dell’inizio della Missione di Ngaoundaye. Di cattolici battezzati a Kounang ce n’era uno solo e qui, “Chef Canton”, i protestanti, detti “Frères Evangeliques”, avevano un buon seguito. Erano i “Frères” di Filadelfia (USA) a iniziarli alla conoscenza di Gesù.
Con l’arrivo di noi due, cappuccini genovesi, si è finalmente realizzata la richiesta, che da tempo era stata fatta, di avere una presenza della Chiesa Cattolica.
Abbiamo incominciato il nostro apostolato “in basso tono” … e a questo proposito ci sarebbe da raccontare una grande quantità di fatterelli gustosi, che noi due abbiamo fissi nell’anima e che gusteremo rivivendoli nella luce di Dio.
Subito ci siamo divisi il lavoro. Lui, il giovanotto, il meccanico, il tutto fare è partito in quarta con un camioncino Renault 1400 e si è inerpicato sui Monti Panà, dirigendosi verso i Panà di Kounang e Ndim, i Gongué di Nzakondu, i Pondo di Letele e i Karre di Kompara. In un mese, venti e più giorni li viveva da solo tra quella gente, seguendo i numerosi catecumeni e i cristiani, con i suoi aiutanti, i catechisti.
Devo proprio ringraziare il Padre di avermi dato Cipriano come compagno tutto dono… specie nell’ arrangiare la mia Renault 1400 o la moto “Lambretta”, che gli lasciavo in qualche angolo della strada … ammaccate, con il motore spento … Forse di “uff” ne ha sospirate tante, ma sempre sottovoce e con benevolenza … Grazie, Cipriano!
Ora egli si trova a Bocaranga, dove è arrivato nel 1960, e anche lì svolge il suo lavoro di “broussard”, ma non solo come allora, seguendo catecumeni, cristiani e catechisti. Ora aiuta anche p. Valentino, per dare ai “ribelli” il “calmante” dell’amore reciproco e fare pace con la gente dei villaggi. E’ stato lo stesso p. Cipriano a inviare le notizie che seguono.
… Ecco quello che è accaduto lunedì scorso nel villaggio di Borodoul. Dico subito che sono ritornato a casa con una gioia nel cuore incontenibile. Il racconto di quello che abbiamo vissuto a Borodoul dirà il perché di questa gioia.
Con p. Valentino eravamo andati a contattare il capo dei ribelli e con lui avevamo concordato un incontro tra i ribelli e la gente dei due villaggi, dove gli abitanti, ormai da alcuni mesi erano scappati e vivevano lontano, a causa di uno scontro. Il Comandante dei ribelli si è dimostrato entusiasta della proposta e lunedì scorso, con due padri di Bocaranga, Roberto e Potin, siamo partiti per questa riconciliazione, con un grosso camion carico di circa 100 uomini dei due villaggi (altri avevano raggiunto Borodoul a piedi).
Insieme (la gente era ancora un po´ diffidente nonostante le mie assicurazioni che tutto sarebbe andato bene) abbiamo cominciato la riunione. Ho chiesto al comandante dei ribelli se potevamo cominciare con una preghiera e lui mi ha risposto che l´aiuto di Dio era necessario per arrivare alla pace dei cuori. Io ho fatto una breve introduzione, spiegando lo scopo della nostra riunione: "Il ritorno ai villaggi per ricominciare a vivere da veri fratelli, per ricostruire le case e vivere nella pace e nella gioia come un tempo”. Per questo, ho detto, è necessario l´aiuto di Dio e quindi tutti insieme rivolgiamoci a Lui. p. Potin, cappuccino, ha fatto una bella preghiera per chiedere l´aiuto all´Altissimo. Perché tutti partecipassero, avevamo portato con noi un altoparlante. In questo momento ho dato la parola al comandante dei ribelli.
Il Signore ha veramente messo le parole giuste sulla bocca di questo capo. In breve egli ha detto che ci siamo riuniti per la pace, per ritornare al villaggio e iniziare una nuova vita da vivere insieme come fratelli. "E´ tempo di chiederci perdono. Viviamo negli stessi villaggi ed è da pazzi essere divisi; insieme dobbiamo dimenticare e mettere assieme le nostre forze per andare avanti. Avete la forza della missione cattolica che vi assiste e, appena sarete insediati , vi aiuterà con i diversi organismi che lavorano nella zona a rimettervi in piedi e a costruire le scuole nei vostri due villaggi”. Le sue parole sono state salutate con esplosioni di gioia , di battimani.
Dico la verità: per me questi momenti sono stati tra i più belli della mia vita missionaria.
Finito il discorso del capo, abbiamo proposto di fare un gesto concreto di riconciliazione. Abbiamo chiamato tutti i notabili dei due villaggi, che con il comandante e i capi dei ribelli si sono abbracciati con grida di giubilo di tutti. Anch´io mi sono profuso in abbracci verso le due parti. Ma non è finita qui. Come gesto più concreto abbiamo suggerito, secondo il costume africano, di lavarsi le mani insieme. Abbiamo messo un grande catino d´acqua in mezzo e tutti i notabili delle due parti. Hanno fatto questo lasciando tutto quello che non era stato bello tra di loro nell´acqua del catino. L´acqua del catino era veramente sporca. E´ inutile dire che anch´io mi sono accumunato nel gesto.
Durante questa cerimonia tutta la gente, i cristiani in testa, cantavano: " E ye tere na popo ti e ,e ye tere tongana aita". Vogliamoci bene, vogliamoci bene come fratelli. La gioia aveva invaso tutti, e tu sai che cosa significa qui in Africa.
Poi in processione, con il catino dell´acqua con la quale avevamo fatto il rito, hanno terminato facendone aspersione sulle case, dalla fine all´inizio del villaggio. Finita la cerimonia una fila di donne e di giovani, con i loro piccoli doni in natura, sono venuti per dire il loro grazie cantando: " E gonda p. Cyprien so lo sigigi e na ya ti nganda, ti duti nzoni na Kodro". Viva p. Cipriano, che ci ha fatti uscire dalla selva per vivere felici nel nostro villaggio.
Alla riunione hanno partecipato gli organismi umanitari internazionali; tra i responsabili c´era pure un signore americano e una signora svizzera . Anche loro hanno vissuto tutto questo come una cosa bellissima e mai vista. Lunedì, con loro e p.Aurelio di Bozoum ci incontreremo per coordinare il nostro lavoro e vedere come possiamo aiutare la gente, una volta che rientra al villaggio. Questa mattina (Giovedì 19) ho portato i catechisti dei due villaggi e questa sera gli uomini e i giovani li raggiungeranno, per togliere tutte le sterpaglie e preparare i villaggi; così le donne e i bambini tra una settimana andranno e la loro gioia sarà piena.
Preghiamo il Signore perché tutto proceda bene e tutti vivano finalmente in pace e gioia. L´unica nota grigia è stata che è mancata in questa gioia la presenza di p.Valentino, che per un colpo di malaria non ha potuto venire.
Dopo la pace fatta a Borodoul, le cose con i ribelli cominciano ad andare bene. Questa mattina sono andato fino a Bezere, per riportare definitivamente la famiglia del catechista al villaggio. Le cose cambiano e i contatti anche. Andando, carico della roba dei catechisti e di altri cristiani, un gruppo di ribelli “ragazzi e ragazze” mi ha salutato dicendomi: “Cip, dove vai con tutta quella roba?”. Poi tornando da Kossé, dove sto costruendo un piccolo dispensario, alcuni ribelli mi hanno invitato a salire sulla macchina. Il loro comandante, visto a Kossé, mi ha detto che Domenica prossima andrà a pregare con i cristiani di Bezere, ritornati al villaggio, per rinforzare il gesto di riconciliazione di Borodoul e dare loro fiducia, per ricominciare la ricostruzione delle case e il lavoro dei campi.
L’Ex
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Messaggio Cristiano DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
ALL´UNIVERSITÀ "SAPIENZA" DI ROMA
Aula Magna
Giovedì, 14 maggio 2026
Saluto a braccio nella Cappella Universitaria
Buongiorno! Un saluto a tutti, alla Rettrice, a Sua Eminenza, ai Vescovi Ausiliari, a tutti voi studenti, ai professori!
Ho voluto cominciare questa visita stamattina qui nella Cappella, in questa bella chiesa, punto di incontro con il Signore. Perché innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po’ l’Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede. Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione.
Allora è un bel momento oggi condividere un po’ con la comunità universitaria, in questo centro di studio…, credo che sia il più grande in tutta Europa. E allora veramente è una benedizione, un dono di Dio, trovarci qui e vivere questo momento, sapendo che è Dio che ci ha chiamati, è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi. Vi auguro non solo una buona giornata, ma un buono studio, e che questo tempo che vivete voi in questa Università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio e con la bellezza della vita.
Adesso do la benedizione a voi, poi continuiamo un po’ la visita in altri luoghi dell’Università.
[Benedizione]
Bene, buona giornata, grazie a voi! Grazie per l’accoglienza!
Dirigendosi verso il Rettorato dell’Università, il Santo Padre rivolge alcune parole di saluto agli studenti presenti nel Piazzale centrale dell’Ateneo:
Buongiorno a tutti! Bene, grazie per l’accoglienza! Sono molto contento di essere qui stamattina con voi, potrete seguire tutto l’incontro attraverso gli schermi. E spero che sia un momento di grazia, un momento di gioia per tutta la comunità della Sapienza. Auguri a voi e ci vediamo dopo!
Discorso del Santo Padre
Magnifica Rettrice,
Autorità politiche e civili,
illustri docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo
e, soprattutto, cari studenti e studentesse!
Ho accolto con grande gioia l’invito a incontrare la comunità universitaria della Sapienza – Università di Roma. La vostra Università si caratterizza come polo d’eccellenza in diverse discipline e, al contempo, per il suo impegno in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra. Ad esempio, apprezzo molto che la Diocesi di Roma e la Sapienza abbiano firmato una convenzione per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza. È dunque importante per me, che sono Vescovo di Roma da poco più di un anno, potervi incontrare. Con cuore di pastore vorrei rivolgermi dapprima agli studenti e poi ai docenti.
I viali della città universitaria, che ho percorso per arrivare qui, sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti contrastanti. Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare. Allora, gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo.
Sapete che sono legato spiritualmente a Sant’Agostino, che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza. A questo proposito, mi ha fatto piacere ricevere da parte vostra un gran numero di domande: centinaia! Ovviamente non è possibile rispondere a tutte, ma le tengo presenti, augurando a ciascuno di cercare più occasioni per dialogare. Anche per questo esistono nell’università le cappellanie, dove la fede incontra le vostre domande.
Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande.
A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?” Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna. “Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri.
Perciò, a chi è più adulto il malessere giovanile domanda: “Che mondo stiamo lasciando?”. Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale. La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.
Ad esempio, nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!
Un secondo fronte d’impegno comune riguarda l’ecologia. Come ci ha detto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’, «esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» (n. 23). Da allora è trascorso oltre un decennio e, al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione, la situazione non sembra essere migliorata.
In questo scenario incoraggio soprattutto voi, cari giovani, a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia. Specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare. Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.
C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia. Voi, infatti, potete aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso, per non fermarci all’ennesima, rapida fotografia della situazione nella quale ci troviamo. Occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza.
La vostra Università, che porta un nome divino, è luogo di studio e sede di sperimentazione, che da secoli forma al pensiero critico. In particolare, voi docenti potete coltivare un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani: si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante. È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse. Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?
Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità. Che senso avrebbe d’altronde formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini.
Carissimi, mentre vi incoraggio a questo esercizio quotidiano, la mia visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta. Assicuro a tutti voi il ricordo nella preghiera, e di cuore invoco sull’intera comunità della Sapienza la benedizione del Signore. Grazie!
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Saluto finale a braccio davanti al Rettorato
Grazie, grazie a tutti! In quest’ultimo saluto, dopo la visita di stamattina, vorrei fare come un invito a tutti voi: collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo. Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!
Saluto a braccio del Papa ai familiari dei dipendenti
Buongiorno a tutti! Un’autentica Università, che è l’Università delle persone, non è mai completa se non ci sono le famiglie, e tutte le persone che sono collaboratori della vita universitaria: professori, amministratori, dirigenti, ma anche le famiglie e le persone che fanno diversi servizi dentro la famiglia o la comunità universitaria. Allora sono molto contento stamattina di salutare anche tutti voi, qui, che, immagino, siate una piccola presenza di tante famiglie che fanno parte di questa comunità della “Sapienza”. Tanti auguri a tutti voi, una benedizione speciale! Grazie per essere qui, per questa accoglienza, sono molto contento di condividere questo momento.
Benedizione
Tanti auguri e grazie a voi! Tante grazie!
Leone XIV
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