Testimoni del nostro tempo


Ho conosciuto Chiara

Bonaventura Marinelli Ofm capp.

31/01/10

Ho conosciuto Chiara

 

Il racconto di uno dei primi religiosi che a Trento nel 1942 incontra Chiara Lubich e ne diventa discepolo e amico per tutta la vita.

 

Una volta qualcuno mi chiese quando avessi conosciuto Chiara. Dopo un momento di sospensione, mi venne da dire: “Non lo ricordo… come del resto non ricordo neanche quando ho conosciuto mia mamma!”. Vivendo nello stesso ambiente, ci si vede, ci si incontra, magari ci si parla…
Ma conoscere una persona, sentirla come qualcuno di importante per noi, è un’altra cosa.È un processo di cui si prende coscienza un po’ alla volta. Come di una figura che emerge progressivamente da un contesto in movimento e ti diventa sempre più il punto di riferimento.
Quando è avvenuto questo nei confronti di Chiara? Non lo so. Quel che so è che a un certo momento mi è nato dentro un sentimento che dopo tanti anni, in occasione di un incontro di Chiara con i religiosi, ho avuto l’ardire di esprimere così: “Chiara, cosa provi quando un religioso, magari con la barba bianca, ti chiama Mamma?”.
Quando l’ho conosciuta tale per me? Non lo so con precisione. È un sentimento, una consapevolezza che si è sviluppata gradualmente in me, superando in un primo periodo i timori di sentimentalismo, in un secondo periodo le critiche e le opposizioni dell’ambiente e, infine, la coscienza di incoerenza e infedeltà.

 

Un po’ di storia per capire: 1942 – 1944
Ero studente di teologia nel nostro convento di Trento. Eravamo una cinquantina di frati, di cui una ventina studenti. Ricordo che una sera a ricreazione, nel ’42 o ’43, il direttore del nostro orfanotrofio “Istituto Opera Serafica” disse: “Adesso abbiamo una maestrina che ha il dono di incantare i bambini”. Affermazione che in realtà ricordai alcuni mesi dopo, quando iniziai ad accorgermi che Chiara cominciava ad essere “una maestrina capace di incantare anche me”.
In occasione di una festicciola nell’orfanotrofio credo di aver visto la maestrina, ma non sono sicuro che fosse proprio lei. Comunque, non ricordo che in quella occasione mi abbia detto qualche parola o mi abbia fatto una particolare impressione.
Di tanto in tanto capitava che nelle conversazioni durante i pasti o a ricreazione il giovane direttore del Terz’Ordine accennasse ai nuovi sviluppi della fraternità dopo l’ingresso in essa di una certa Silvia, a fatti dal sapore evangelico, a esperienze, a nuove iniziative in atto.
Un po’ alla volta scoprimmo che quella Silvia altri non era che la “maestrina” di cui sopra. Sempre più frequentemente un confratello o l’altro riferiva di episodi, parole, conversazioni o echi di conversazioni o di avvenimenti visti o uditi in città, suscitando da parte dei confratelli commenti vari, positivi e negativi, seri o scherzosi, a volte anche ironici.
Eravamo più di quaranta frati, diversi per età, carattere, ufficio, mentalità, sensibilità spirituale ecc. Questo comportava inevitabilmente una varietà molto grande nel vedere, riferire e commentare quanto avveniva nel Terz’Ordine: capitava che gli stessi fatti e le stesse parole venissero riferiti ora in una luce ora in un’altra. Per noi studenti, che non avevamo contatti diretti con l’esterno, era come vedere avvenimenti ed espressioni in uno specchio ondulato, in cui certe cose si vedono ingrandite, altre rimpicciolite e altre, più che vederle, si intuiscono.
Per me, questo chiacchiericcio, che si arricchiva ogni giorno di nuovi elementi, non solo faceva emergere un quadro interessante di fatti, idee, modi di interpretare e di vivere il Vangelo. Costituiva una fonte di illuminazioni e di sollecitazioni spirituali. Bevevo quanto sentivo e vedevo e, immerso nell’ambiente vivo e vario della mia comunità, andavo cuocendomi lentamente a bagnomaria nello spirito che si irradiava dalla Silvia. E con questo mi riconciliavo sempre più col mio nome, Bonaventura, accettato assai a malavoglia all’inizio del noviziato.
 

1944 – 1946
Dopo il bombardamento del 13 maggio ’44, Silvia, cioè Chiara, con le sue prime compagne vennero a vivere nel primo focolare, proprio alle porte del nostro convento. Quindi anche noi studenti le incontravamo tutti i giorni, ora l’una, ora l’altra, ora insieme. Anche se non potevamo intrattenerci in grandi conversazioni, si riportava sempre un’impressione positiva per qualche notizia comunicata, qualche considerazione spirituale, oppure per il semplice fatto dell’incontro.
Resa la chiesa inagibile dal bombardamento, le celebrazioni si svolgevano nella sacrestia, opportunamente adattata. Ogni giorno, quindi, ci trovavamo gomito a gomito con Chiara e le prime pope. Per me ogni volta era un’impressione profonda vedere il modo con cui partecipavano alla messa, il loro contegno dopo la comunione, la gioia e l’armonia vicendevole con cui sciamavano alla fine della celebrazione.
Pur non conoscendo come si svolgesse concretamente la loro giornata, da quel primo gruppo si irradiava una luce che volta per volta, secondo le circostanze, mi illuminava nel cuore una parola o l’altra del Vangelo: “Dio è Amore”, “se mi amate osservate la mia parola”, “nessun maggiore amore che dare la vita”, “amatevi come io vi ho amati”, “che tutti siano uno”, “dove due o più sono uniti nel mio nome, sono là io in mezzo a loro”…
Per me e per i miei confratelli, particolarmente per i miei quattro condiscepoli, era una evangelizzazione vitale che respiravamo quasi a nostra insaputa. Anche i nostri studi teologici ne risentivano. Nel corso ‘45-‘46 si approfondiva il trattato De gratia. Per tutti noi era più una contemplazione che uno studio, non perché avessimo chissà quali testi o chissà quali professori, ma proprio per la luce che giorno dopo giorno assorbivamo dal Gesù in mezzo che si irradiava da quelle creature.
La grazia non era più semplicemente un argomento di studio, ma una vita che vivevamo e ci comunicavamo, fondendoci sempre più in una viva amicizia spirituale. Tanto che, alla fine del corso teologico, prima di separarci per le diverse destinazioni, ai piedi della croce che si erge in cima al nostro monte stringemmo il nostro “patto di unità”, impegnandoci nel nostro piccolo a vivere il testamento di Gesù e a tenerci in comunicazione di notizie e di vita.

 

1946 – 1948
Alla fine degli studi in Provincia, i superiori mi mandarono a Friburgo in Svizzera per gli studi superiori in quella università. Fu a Friburgo che, per la prima volta, mi resi conto di quel che Chiara era diventata per me. Parlando del più e del meno con alcuni confratelli, improvvisamente il più anziano esplose: “Finiscila con la tua Silvia, ché mi sembri il Leopardi!”. Senza rendermene conto, su ogni argomento dicevo: “La Silvia diceva così”, oppure: “La Silvia direbbe così”.
Da allora, pur vedendo le cose come sentivo che le avrebbe viste lei, non nominai più la Silvia. Il patto di unità con i miei quattro condiscepoli, però, continuò a funzionare. Ci scrivevamo regolarmente. Ma una cosa è scriversi, altra cosa è vivere insieme. Quello che, senza avvedermene, avevo di riflesso assorbito da Chiara, mi metteva nel cuore l’esigenza di una vita che a Friburgo, lontano da Chiara e dai miei compagni, avevo l’impressione di non riuscire a vivere…
In aggiunta le lettere dei miei condiscepoli, che in qualche modo mi ricordavano l’unità e me ne facevano sentire la forza, dopo qualche mese cessarono. Non sapevo che era iniziata un’inchiesta del Santo Ufficio (Congregazione per la dottrina della fede). Lo seppi solo quattro anni più tardi.
Non ricevendo più notizie, cominciai a scivolare sempre più in un senso di desolazione interiore e di depressione, anche fisica. Quante volte feci a piedi il pellegrinaggio al vicino santuario della Madonna di Bouguillon per chiedere una mano, una luce! Appena aprivo la porta, una voce dentro mi diceva: “La Silvia non pregherebbe per sé”. Entrato, pregavo per lei e per la sua rivoluzione.
Tutto questo andò avanti fino al 23 aprile 1948. Ero tornato a Trento per le votazioni politiche del 18 aprile e così il giorno 23 alle 8 del mattino ebbi il primo vero incontro personale e la prima vera conversazione con Chiara. Una mezz’oretta soltanto, ma sufficiente per rimettermi l’anima in festa.
Tornato a Friburgo, le scrissi la prima lettera, poi una seconda, poi una terza… Lei mi nutriva come una mamma il suo bambino. Io mi nutrivo, capivo sempre di più, mi sentivo sempre più della sua famiglia… Senza farmi problemi di “doppia appartenenza” o altro. Fin dall’inizio constatavo che quanto più e meglio vivevo e respiravo lo spirito della famiglia di Chiara, tanto più e meglio vivevo la mia vocazione di francescano cappuccino.

 

1948 – 1950
Dal primo ottobre 1948 al 15 ottobre 1950 i miei superiori mi mandarono a Roma per gli studi biblici. Sono stati i due anni più belli della mia vita. Quasi ogni settimana sentivo Chiara e qualche volta la incontravo.
Ho visto da vicino, e vissuto di riflesso, il primo diffondersi del Movimento a Roma. La sua irradiazione penetrò presto anche tra i religiosi, particolarmente nei Collegi internazionali, quali il Collegio dei Servi di Maria, in quello dei Conventuali e in quello dei Cappuccini. In ciascuno di essi, si formò un gruppetto di una diecina di studenti, impegnati a vivere con Gesù in mezzo.
Ogni giovedì pomeriggio ci incontravamo insieme al Colosseo, a Villa Borghese, alle Catacombe o altrove. Ci comunicavamo le esperienze e le notizie, leggevamo qualche lettera o scritto di Chiara. Ci nutrivamo delle sue parole, dei fatti e delle esperienze che ne confermavano la sapienza evangelica. Con un effetto a livello spirituale di sempre maggiore fede nel-l’Amore di Dio, una sempre maggiore attenzione alla sua volontà, una sempre più pronta capacità di riconoscere e vivere Gesù crocifisso e abbandonato nelle varie difficoltà, e quindi un sempre più profondo senso di pace, di gioia, di ottimismo e una volontà sempre più viva e concreta di vivere e operare per l’unità.
In me avveniva in modo evidente un effetto positivo a livello dei miei studi. Ogni volta Chiara con le sue parole, confermate dalle esperienze di chi l’aveva vissuta e le donava, mi illuminava una pagina o l’altra del Vangelo, aiutandomi progressivamente a comprenderle più profondamente e a inserirle meglio in un contesto armonico e unitario.
Devo a Chiara, più che a chissà quale libro o professore, se le parole di Gesù “Io in loro e tu in me” (Gv 17, 23) e “che tutti siano uno” (cf. Gv 17, 21) mi siano diventate sempre più chiaramente i due fari, alla luce dei quali leggere e vivere la Parola di Dio.
Ma di più: devo a Chiara, alla sua parola detta o scritta, alla sua parola vissuta e irradiata da tutto il Movimento, la progressiva, frequente, impegnativa, a volte tormentata consapevolezza che Dio mi pensa e mi vuole non semplicemente un “Bonaventura edizione Bonaventura” e neanche solo un “Bonaventura edizione Gesù”, ma addirittura un “Gesù edizione Bonaventura”.
È a questo livello che Chiara è mia madre e posso chiamarla mia madre. Un giorno Chiara, rispondendo a una domanda su come si può diventare “madri di Gesù”, come dal Vangelo sembra che si aspetti Gesù dai suoi discepoli, ha spiegato che lo si diventa seminando nel fratello, con la parola e con l’esempio, il seme della Parola, così che Gesù in lui si sviluppa e cresce verso una sempre più piena consapevolezza del “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).
È quanto Chiara direttamente e indirettamente ha fatto con me e con innumerevoli altri. Quella risposta spostò decisamente la coscienza del mio rapporto con lei dal piano psicologico del sentimento al piano della consapevolezza di fede.

 

1950 – 1954
Tutto procedeva in santa armonia nella rispettive comunità, negli incontri all’interno dei singoli gruppi, in quelli comuni settimanali, nella partecipazione agli incontri di tutta la “Famiglia di Chiara”.
Sennonché, a un certo punto, ciascuno dei tre gruppetti, pur continuando a vivere e ad incontrarsi, cessò di espandersi numericamente, bloccato come da una reazione di autodifesa delle rispettive comunità, fenomeno analogo a quanto avviene in un organismo vivente all’insorgere di una infezione. Era intervenuto il Santo Ufficio.
Per quel che mi riguarda, durante la settimana santa del 1950, senza che io gliela chiedessi, Chiara mi diede la Parola di Vita personale “Beati voi quando vi ‘separeranno’ (invece di ‘perseguiteranno’) e diranno ogni male di voi per causa mia” (cf. Mt 5, 11).
Mi sembrava una Parola di Vita fuori contesto per me in quel tempo, perché procedeva tutto bene. Evidentemente Chiara presentiva la burrasca imminente e, come una mamma, volle venirmi in aiuto. Infatti cosa si presentava all’orizzonte?
Di tanto in tanto scrivevo al mio Provinciale per informarlo, non solo dei risultati dei miei studi, ma anche della mia vita spirituale e quindi dei nostri incontri tra noi e con i focolarini. Nelle sue risposte non aveva mai accennato a questo aspetto. Invece, agli inizi di maggio, mi arrivò una sua lettera che si concludeva con queste parole: “Qui è tutto proibito. Naturalmente tu hai sempre fatto quel che hai voluto, continuerai a fare quello che vuoi!”.
Presi uno spavento. In realtà io non sapevo che c’era stata una proibizione. Chiara mi mandò a dire che “forse era il caso che io scrivessi al Provinciale una bella lettera con una bella testimonianza di quel che il nuovo spirito era stato per me”. È quel che cercai di fare.
Fino ad allora non mi ero mai domandato “ciò che questo spirito era per me”. Lo vivevo e basta! Adesso mi sarebbe facile spiegare, ma allora non era semplice, perché avevo, sì, una gran luce nell’anima, ma non sapevo come esprimerla in parole comprensibili per uno che “aveva proibito tutto”.
Impiegai una settimana a scrivere la lettera. La scrissi sulla traccia dei titoli coi quali san Francesco è passato alla storia e affermavo che il nuovo spirito non mi aveva distolto dallo spirito francescano, anzi me lo aveva fatto scoprire e vivere con maggiore profondità.
Lo spirito di Chiara infatti mi aveva fatto fare, nel mio piccolo, l’esperienza di san Francesco:
“Serafico Padre”, col sentirmi creato dall’Amore di Dio, immerso nell’Amore di Dio;
“Poverello di Assisi”, perché mi aveva reso cosciente che col voto di povertà mi ero impegnato a rivivere Gesù povero, non solo ad osservare il capitolo sesto della Regola;
“Frate Francesco”, nel senso che il nuovo spirito mi aveva aperto gli occhi a incontrare e amare Gesù in tutti;
“Stigmatizzato di Assisi”, in quanto cominciavo a capire quel che vuol dire “compio in me stesso ciò che manca alla passione di Gesù” (cf. Col 1, 24)…
Dopo qualche giorno mi arriva la risposta del Provinciale: “Conclusi gli esami di licenza al Biblico, lascia gli studi e torna in Provincia!”.
Conclusi gli esami di licenza e il 15 ottobre del 1950 tornai a Trento. La Parola di Vita donatami da Chiara era diventata di immediata attualità. Proibizione assoluta di ogni contatto con il Movimento sia personale, sia telefonico, sia epistolare.
Delusione palpabile nei miei confronti da parte di tutta la Provincia: ero stato il primo mandato all’estero per gli studi superiori e all’Istituto Biblico e… mi ero perduto dietro alle donne (in quel tempo i focolarini erano ancora soprattutto focolarine).
Isolamento, mancanza di vera comunione con i confratelli. Su ogni argomento mi scoprivo con un modo di vedere e di ragionare diverso, tanto da sentirmi un estraneo, un marziano. La mia forza: la mia Parola di Vita. Tutto ciò si protrasse per 4 anni.

 

1954
Qualche giorno prima del 14 luglio (giorno del mio onomastico), una delle prime compagne di Chiara mi portò un suo biglietto. Avrà pensato: “Povero Bonaventura, ora basta! Il suo deserto lo ha fatto: dobbiamo riagganciarlo!”. Leggemmo il biglietto assieme.
Chiara mi augurava buon onomastico e mi invitava a Vigo di Fassa, alla Giapoli (quell’anno la Mariapoli si chiamava “Giapoli – Città di Gesù Abbandonato”).
Chiesi al Provinciale, contando più sulla fede dei focolarini che sulla mia. Inaspettatamente mi concesse otto giorni a Vigo di Fassa. Fu il momento in cui rividi Chiara, ripresi i contatti che da allora non hanno più avuto alcuna interruzione. Anzi, sono cresciuti al punto tale che per alcuni anni i superiori mi hanno messo a intera disposizione del Movimento.
Sono stati anni ricchissimi di grazia per la vicinanza al Centro dell’Opera e quindi a Chiara, per la frequente e diretta partecipazione alle conversazioni di Chiara al Centro Mariapoli, per l’esperienza viva di Gesù in mezzo nel Centro e nella Scuola dei religiosi, per i contatti diretti con le varie realtà dell’Opera e le visite nelle varie zone…

 

18 marzo 2008
Funerali di Chiara a San Paolo Fuori le Mura. Al termine della Messa, prima della conclusione dei riti funerari, una forza interiore, improvvisa, mi spinse a inginocchiarmi accanto alla bara di Chiara adagiata per terra e a baciarla. In quel bacio volevo esprimere a Chiara tutta la mia riconoscenza di figlio consapevole dell’amore e della vita da lei ricevuti.
Ma volevo chiederle anche perdono di non essere stato quel figlio che lei sperava e che anch’io sognavo. Volevo attestarle la mia volontà di “ricominciare sempre”, sicuro del suo sguardo materno su di me.
Quel bacio con quei sentimenti ho voluto darglielo anche a nome di tutti i religiosi dell’Opera, in modo particolare di quelli coi quali ho vissuto assieme al Centro, alla Scuola dei religiosi, nelle varie scuole estive e nei vari incontri.
In modo particolarissimo, in quel momento, avevo nel cuore lo strumento particolare di Dio per i primi passi dell’avventura di Chiara e programmatore del mio primo incontro con lei, Casimiro, che poi, per i misteriosi disegni di Dio, era vissuto staccato, con l’agonia nell’anima, senza contatti con l’Opera, ma offrendo sempre tutto per Chiara e per l’Opera.
Ora egli sta vivendo i suoi ultimi anni nella nostra infermeria di Rovereto, consolato dai contatti con l’Opera, da un paio di anni riattivati.

 

Fonte: Unità e Carismi

 

 



 

Versione senza grafica
Versione PDF


<<<  Torna alla pagina precedente

Home - Cerca  
Messaggio Cristiano
"Magnifica humanitas":

l’enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità

Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.

Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.

Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)

La presentazione del card. Parolin:

“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.

Leone XIV