Martedý 28 Marzo 2023
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Ho conosciuto Chiara

Bonaventura Marinelli Ofm capp.

31/01/10

Ho conosciuto Chiara

 

Il racconto di uno dei primi religiosi che a Trento nel 1942 incontra Chiara Lubich e ne diventa discepolo e amico per tutta la vita.

 

Una volta qualcuno mi chiese quando avessi conosciuto Chiara. Dopo un momento di sospensione, mi venne da dire: “Non lo ricordo… come del resto non ricordo neanche quando ho conosciuto mia mamma!”. Vivendo nello stesso ambiente, ci si vede, ci si incontra, magari ci si parla…
Ma conoscere una persona, sentirla come qualcuno di importante per noi, è un’altra cosa.È un processo di cui si prende coscienza un po’ alla volta. Come di una figura che emerge progressivamente da un contesto in movimento e ti diventa sempre più il punto di riferimento.
Quando è avvenuto questo nei confronti di Chiara? Non lo so. Quel che so è che a un certo momento mi è nato dentro un sentimento che dopo tanti anni, in occasione di un incontro di Chiara con i religiosi, ho avuto l’ardire di esprimere così: “Chiara, cosa provi quando un religioso, magari con la barba bianca, ti chiama Mamma?”.
Quando l’ho conosciuta tale per me? Non lo so con precisione. È un sentimento, una consapevolezza che si è sviluppata gradualmente in me, superando in un primo periodo i timori di sentimentalismo, in un secondo periodo le critiche e le opposizioni dell’ambiente e, infine, la coscienza di incoerenza e infedeltà.

 

Un po’ di storia per capire: 1942 – 1944
Ero studente di teologia nel nostro convento di Trento. Eravamo una cinquantina di frati, di cui una ventina studenti. Ricordo che una sera a ricreazione, nel ’42 o ’43, il direttore del nostro orfanotrofio “Istituto Opera Serafica” disse: “Adesso abbiamo una maestrina che ha il dono di incantare i bambini”. Affermazione che in realtà ricordai alcuni mesi dopo, quando iniziai ad accorgermi che Chiara cominciava ad essere “una maestrina capace di incantare anche me”.
In occasione di una festicciola nell’orfanotrofio credo di aver visto la maestrina, ma non sono sicuro che fosse proprio lei. Comunque, non ricordo che in quella occasione mi abbia detto qualche parola o mi abbia fatto una particolare impressione.
Di tanto in tanto capitava che nelle conversazioni durante i pasti o a ricreazione il giovane direttore del Terz’Ordine accennasse ai nuovi sviluppi della fraternità dopo l’ingresso in essa di una certa Silvia, a fatti dal sapore evangelico, a esperienze, a nuove iniziative in atto.
Un po’ alla volta scoprimmo che quella Silvia altri non era che la “maestrina” di cui sopra. Sempre più frequentemente un confratello o l’altro riferiva di episodi, parole, conversazioni o echi di conversazioni o di avvenimenti visti o uditi in città, suscitando da parte dei confratelli commenti vari, positivi e negativi, seri o scherzosi, a volte anche ironici.
Eravamo più di quaranta frati, diversi per età, carattere, ufficio, mentalità, sensibilità spirituale ecc. Questo comportava inevitabilmente una varietà molto grande nel vedere, riferire e commentare quanto avveniva nel Terz’Ordine: capitava che gli stessi fatti e le stesse parole venissero riferiti ora in una luce ora in un’altra. Per noi studenti, che non avevamo contatti diretti con l’esterno, era come vedere avvenimenti ed espressioni in uno specchio ondulato, in cui certe cose si vedono ingrandite, altre rimpicciolite e altre, più che vederle, si intuiscono.
Per me, questo chiacchiericcio, che si arricchiva ogni giorno di nuovi elementi, non solo faceva emergere un quadro interessante di fatti, idee, modi di interpretare e di vivere il Vangelo. Costituiva una fonte di illuminazioni e di sollecitazioni spirituali. Bevevo quanto sentivo e vedevo e, immerso nell’ambiente vivo e vario della mia comunità, andavo cuocendomi lentamente a bagnomaria nello spirito che si irradiava dalla Silvia. E con questo mi riconciliavo sempre più col mio nome, Bonaventura, accettato assai a malavoglia all’inizio del noviziato.
 

1944 – 1946
Dopo il bombardamento del 13 maggio ’44, Silvia, cioè Chiara, con le sue prime compagne vennero a vivere nel primo focolare, proprio alle porte del nostro convento. Quindi anche noi studenti le incontravamo tutti i giorni, ora l’una, ora l’altra, ora insieme. Anche se non potevamo intrattenerci in grandi conversazioni, si riportava sempre un’impressione positiva per qualche notizia comunicata, qualche considerazione spirituale, oppure per il semplice fatto dell’incontro.
Resa la chiesa inagibile dal bombardamento, le celebrazioni si svolgevano nella sacrestia, opportunamente adattata. Ogni giorno, quindi, ci trovavamo gomito a gomito con Chiara e le prime pope. Per me ogni volta era un’impressione profonda vedere il modo con cui partecipavano alla messa, il loro contegno dopo la comunione, la gioia e l’armonia vicendevole con cui sciamavano alla fine della celebrazione.
Pur non conoscendo come si svolgesse concretamente la loro giornata, da quel primo gruppo si irradiava una luce che volta per volta, secondo le circostanze, mi illuminava nel cuore una parola o l’altra del Vangelo: “Dio è Amore”, “se mi amate osservate la mia parola”, “nessun maggiore amore che dare la vita”, “amatevi come io vi ho amati”, “che tutti siano uno”, “dove due o più sono uniti nel mio nome, sono là io in mezzo a loro”…
Per me e per i miei confratelli, particolarmente per i miei quattro condiscepoli, era una evangelizzazione vitale che respiravamo quasi a nostra insaputa. Anche i nostri studi teologici ne risentivano. Nel corso ‘45-‘46 si approfondiva il trattato De gratia. Per tutti noi era più una contemplazione che uno studio, non perché avessimo chissà quali testi o chissà quali professori, ma proprio per la luce che giorno dopo giorno assorbivamo dal Gesù in mezzo che si irradiava da quelle creature.
La grazia non era più semplicemente un argomento di studio, ma una vita che vivevamo e ci comunicavamo, fondendoci sempre più in una viva amicizia spirituale. Tanto che, alla fine del corso teologico, prima di separarci per le diverse destinazioni, ai piedi della croce che si erge in cima al nostro monte stringemmo il nostro “patto di unità”, impegnandoci nel nostro piccolo a vivere il testamento di Gesù e a tenerci in comunicazione di notizie e di vita.

 

1946 – 1948
Alla fine degli studi in Provincia, i superiori mi mandarono a Friburgo in Svizzera per gli studi superiori in quella università. Fu a Friburgo che, per la prima volta, mi resi conto di quel che Chiara era diventata per me. Parlando del più e del meno con alcuni confratelli, improvvisamente il più anziano esplose: “Finiscila con la tua Silvia, ché mi sembri il Leopardi!”. Senza rendermene conto, su ogni argomento dicevo: “La Silvia diceva così”, oppure: “La Silvia direbbe così”.
Da allora, pur vedendo le cose come sentivo che le avrebbe viste lei, non nominai più la Silvia. Il patto di unità con i miei quattro condiscepoli, però, continuò a funzionare. Ci scrivevamo regolarmente. Ma una cosa è scriversi, altra cosa è vivere insieme. Quello che, senza avvedermene, avevo di riflesso assorbito da Chiara, mi metteva nel cuore l’esigenza di una vita che a Friburgo, lontano da Chiara e dai miei compagni, avevo l’impressione di non riuscire a vivere…
In aggiunta le lettere dei miei condiscepoli, che in qualche modo mi ricordavano l’unità e me ne facevano sentire la forza, dopo qualche mese cessarono. Non sapevo che era iniziata un’inchiesta del Santo Ufficio (Congregazione per la dottrina della fede). Lo seppi solo quattro anni più tardi.
Non ricevendo più notizie, cominciai a scivolare sempre più in un senso di desolazione interiore e di depressione, anche fisica. Quante volte feci a piedi il pellegrinaggio al vicino santuario della Madonna di Bouguillon per chiedere una mano, una luce! Appena aprivo la porta, una voce dentro mi diceva: “La Silvia non pregherebbe per sé”. Entrato, pregavo per lei e per la sua rivoluzione.
Tutto questo andò avanti fino al 23 aprile 1948. Ero tornato a Trento per le votazioni politiche del 18 aprile e così il giorno 23 alle 8 del mattino ebbi il primo vero incontro personale e la prima vera conversazione con Chiara. Una mezz’oretta soltanto, ma sufficiente per rimettermi l’anima in festa.
Tornato a Friburgo, le scrissi la prima lettera, poi una seconda, poi una terza… Lei mi nutriva come una mamma il suo bambino. Io mi nutrivo, capivo sempre di più, mi sentivo sempre più della sua famiglia… Senza farmi problemi di “doppia appartenenza” o altro. Fin dall’inizio constatavo che quanto più e meglio vivevo e respiravo lo spirito della famiglia di Chiara, tanto più e meglio vivevo la mia vocazione di francescano cappuccino.

 

1948 – 1950
Dal primo ottobre 1948 al 15 ottobre 1950 i miei superiori mi mandarono a Roma per gli studi biblici. Sono stati i due anni più belli della mia vita. Quasi ogni settimana sentivo Chiara e qualche volta la incontravo.
Ho visto da vicino, e vissuto di riflesso, il primo diffondersi del Movimento a Roma. La sua irradiazione penetrò presto anche tra i religiosi, particolarmente nei Collegi internazionali, quali il Collegio dei Servi di Maria, in quello dei Conventuali e in quello dei Cappuccini. In ciascuno di essi, si formò un gruppetto di una diecina di studenti, impegnati a vivere con Gesù in mezzo.
Ogni giovedì pomeriggio ci incontravamo insieme al Colosseo, a Villa Borghese, alle Catacombe o altrove. Ci comunicavamo le esperienze e le notizie, leggevamo qualche lettera o scritto di Chiara. Ci nutrivamo delle sue parole, dei fatti e delle esperienze che ne confermavano la sapienza evangelica. Con un effetto a livello spirituale di sempre maggiore fede nel-l’Amore di Dio, una sempre maggiore attenzione alla sua volontà, una sempre più pronta capacità di riconoscere e vivere Gesù crocifisso e abbandonato nelle varie difficoltà, e quindi un sempre più profondo senso di pace, di gioia, di ottimismo e una volontà sempre più viva e concreta di vivere e operare per l’unità.
In me avveniva in modo evidente un effetto positivo a livello dei miei studi. Ogni volta Chiara con le sue parole, confermate dalle esperienze di chi l’aveva vissuta e le donava, mi illuminava una pagina o l’altra del Vangelo, aiutandomi progressivamente a comprenderle più profondamente e a inserirle meglio in un contesto armonico e unitario.
Devo a Chiara, più che a chissà quale libro o professore, se le parole di Gesù “Io in loro e tu in me” (Gv 17, 23) e “che tutti siano uno” (cf. Gv 17, 21) mi siano diventate sempre più chiaramente i due fari, alla luce dei quali leggere e vivere la Parola di Dio.
Ma di più: devo a Chiara, alla sua parola detta o scritta, alla sua parola vissuta e irradiata da tutto il Movimento, la progressiva, frequente, impegnativa, a volte tormentata consapevolezza che Dio mi pensa e mi vuole non semplicemente un “Bonaventura edizione Bonaventura” e neanche solo un “Bonaventura edizione Gesù”, ma addirittura un “Gesù edizione Bonaventura”.
È a questo livello che Chiara è mia madre e posso chiamarla mia madre. Un giorno Chiara, rispondendo a una domanda su come si può diventare “madri di Gesù”, come dal Vangelo sembra che si aspetti Gesù dai suoi discepoli, ha spiegato che lo si diventa seminando nel fratello, con la parola e con l’esempio, il seme della Parola, così che Gesù in lui si sviluppa e cresce verso una sempre più piena consapevolezza del “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).
È quanto Chiara direttamente e indirettamente ha fatto con me e con innumerevoli altri. Quella risposta spostò decisamente la coscienza del mio rapporto con lei dal piano psicologico del sentimento al piano della consapevolezza di fede.

 

1950 – 1954
Tutto procedeva in santa armonia nella rispettive comunità, negli incontri all’interno dei singoli gruppi, in quelli comuni settimanali, nella partecipazione agli incontri di tutta la “Famiglia di Chiara”.
Sennonché, a un certo punto, ciascuno dei tre gruppetti, pur continuando a vivere e ad incontrarsi, cessò di espandersi numericamente, bloccato come da una reazione di autodifesa delle rispettive comunità, fenomeno analogo a quanto avviene in un organismo vivente all’insorgere di una infezione. Era intervenuto il Santo Ufficio.
Per quel che mi riguarda, durante la settimana santa del 1950, senza che io gliela chiedessi, Chiara mi diede la Parola di Vita personale “Beati voi quando vi ‘separeranno’ (invece di ‘perseguiteranno’) e diranno ogni male di voi per causa mia” (cf. Mt 5, 11).
Mi sembrava una Parola di Vita fuori contesto per me in quel tempo, perché procedeva tutto bene. Evidentemente Chiara presentiva la burrasca imminente e, come una mamma, volle venirmi in aiuto. Infatti cosa si presentava all’orizzonte?
Di tanto in tanto scrivevo al mio Provinciale per informarlo, non solo dei risultati dei miei studi, ma anche della mia vita spirituale e quindi dei nostri incontri tra noi e con i focolarini. Nelle sue risposte non aveva mai accennato a questo aspetto. Invece, agli inizi di maggio, mi arrivò una sua lettera che si concludeva con queste parole: “Qui è tutto proibito. Naturalmente tu hai sempre fatto quel che hai voluto, continuerai a fare quello che vuoi!”.
Presi uno spavento. In realtà io non sapevo che c’era stata una proibizione. Chiara mi mandò a dire che “forse era il caso che io scrivessi al Provinciale una bella lettera con una bella testimonianza di quel che il nuovo spirito era stato per me”. È quel che cercai di fare.
Fino ad allora non mi ero mai domandato “ciò che questo spirito era per me”. Lo vivevo e basta! Adesso mi sarebbe facile spiegare, ma allora non era semplice, perché avevo, sì, una gran luce nell’anima, ma non sapevo come esprimerla in parole comprensibili per uno che “aveva proibito tutto”.
Impiegai una settimana a scrivere la lettera. La scrissi sulla traccia dei titoli coi quali san Francesco è passato alla storia e affermavo che il nuovo spirito non mi aveva distolto dallo spirito francescano, anzi me lo aveva fatto scoprire e vivere con maggiore profondità.
Lo spirito di Chiara infatti mi aveva fatto fare, nel mio piccolo, l’esperienza di san Francesco:
“Serafico Padre”, col sentirmi creato dall’Amore di Dio, immerso nell’Amore di Dio;
“Poverello di Assisi”, perché mi aveva reso cosciente che col voto di povertà mi ero impegnato a rivivere Gesù povero, non solo ad osservare il capitolo sesto della Regola;
“Frate Francesco”, nel senso che il nuovo spirito mi aveva aperto gli occhi a incontrare e amare Gesù in tutti;
“Stigmatizzato di Assisi”, in quanto cominciavo a capire quel che vuol dire “compio in me stesso ciò che manca alla passione di Gesù” (cf. Col 1, 24)…
Dopo qualche giorno mi arriva la risposta del Provinciale: “Conclusi gli esami di licenza al Biblico, lascia gli studi e torna in Provincia!”.
Conclusi gli esami di licenza e il 15 ottobre del 1950 tornai a Trento. La Parola di Vita donatami da Chiara era diventata di immediata attualità. Proibizione assoluta di ogni contatto con il Movimento sia personale, sia telefonico, sia epistolare.
Delusione palpabile nei miei confronti da parte di tutta la Provincia: ero stato il primo mandato all’estero per gli studi superiori e all’Istituto Biblico e… mi ero perduto dietro alle donne (in quel tempo i focolarini erano ancora soprattutto focolarine).
Isolamento, mancanza di vera comunione con i confratelli. Su ogni argomento mi scoprivo con un modo di vedere e di ragionare diverso, tanto da sentirmi un estraneo, un marziano. La mia forza: la mia Parola di Vita. Tutto ciò si protrasse per 4 anni.

 

1954
Qualche giorno prima del 14 luglio (giorno del mio onomastico), una delle prime compagne di Chiara mi portò un suo biglietto. Avrà pensato: “Povero Bonaventura, ora basta! Il suo deserto lo ha fatto: dobbiamo riagganciarlo!”. Leggemmo il biglietto assieme.
Chiara mi augurava buon onomastico e mi invitava a Vigo di Fassa, alla Giapoli (quell’anno la Mariapoli si chiamava “Giapoli – Città di Gesù Abbandonato”).
Chiesi al Provinciale, contando più sulla fede dei focolarini che sulla mia. Inaspettatamente mi concesse otto giorni a Vigo di Fassa. Fu il momento in cui rividi Chiara, ripresi i contatti che da allora non hanno più avuto alcuna interruzione. Anzi, sono cresciuti al punto tale che per alcuni anni i superiori mi hanno messo a intera disposizione del Movimento.
Sono stati anni ricchissimi di grazia per la vicinanza al Centro dell’Opera e quindi a Chiara, per la frequente e diretta partecipazione alle conversazioni di Chiara al Centro Mariapoli, per l’esperienza viva di Gesù in mezzo nel Centro e nella Scuola dei religiosi, per i contatti diretti con le varie realtà dell’Opera e le visite nelle varie zone…

 

18 marzo 2008
Funerali di Chiara a San Paolo Fuori le Mura. Al termine della Messa, prima della conclusione dei riti funerari, una forza interiore, improvvisa, mi spinse a inginocchiarmi accanto alla bara di Chiara adagiata per terra e a baciarla. In quel bacio volevo esprimere a Chiara tutta la mia riconoscenza di figlio consapevole dell’amore e della vita da lei ricevuti.
Ma volevo chiederle anche perdono di non essere stato quel figlio che lei sperava e che anch’io sognavo. Volevo attestarle la mia volontà di “ricominciare sempre”, sicuro del suo sguardo materno su di me.
Quel bacio con quei sentimenti ho voluto darglielo anche a nome di tutti i religiosi dell’Opera, in modo particolare di quelli coi quali ho vissuto assieme al Centro, alla Scuola dei religiosi, nelle varie scuole estive e nei vari incontri.
In modo particolarissimo, in quel momento, avevo nel cuore lo strumento particolare di Dio per i primi passi dell’avventura di Chiara e programmatore del mio primo incontro con lei, Casimiro, che poi, per i misteriosi disegni di Dio, era vissuto staccato, con l’agonia nell’anima, senza contatti con l’Opera, ma offrendo sempre tutto per Chiara e per l’Opera.
Ora egli sta vivendo i suoi ultimi anni nella nostra infermeria di Rovereto, consolato dai contatti con l’Opera, da un paio di anni riattivati.

 

Fonte: Unità e Carismi

 

 



 

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Messaggio Cristiano
Angelus, 26 Marzo 2023

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, quinta domenica di Quaresima, il Vangelo ci presenta la risurrezione di Lazzaro (cfr Gv 11,1-45). È l’ultimo dei miracoli di Gesù narrati prima della Pasqua: la risurrezione del suo amico Lazzaro. Lazzaro è un caro amico di Gesù, il quale sa che sta per morire; si mette in cammino, ma arriva a casa sua quattro giorni dopo la sepoltura, quando ogni speranza è ormai perduta. La sua presenza però riaccende un po’ di fiducia nel cuore delle sorelle Marta e Maria (cfr vv. 22.27). Esse, pur nel dolore, si aggrappano a questa luce, a questa piccola speranza. E Gesù le invita ad avere fede e chiede di aprire il sepolcro. Poi prega il Padre e grida a Lazzaro: «Vieni fuori!» (v. 43). E questi torna a vivere ed esce. Questo è il miracolo, così, semplice.

Il messaggio è chiaro: Gesù dà la vita anche quando sembra non esserci più speranza. Capita, a volte, di sentirsi senza speranza – a tutti è capitato questo –, oppure di incontrare persone che hanno smesso di sperare, amareggiate perché hanno vissuto cose brutte, il cuore ferito non può sperare. Per una perdita dolorosa, una malattia, una delusione cocente, per un torto o un tradimento subito, per un grave errore commesso… hanno smesso di sperare. A volte sentiamo qualcuno che dice: “Non c’è più niente da fare!”, e chiude la porta ad ogni speranza. Sono momenti in cui la vita sembra un sepolcro chiuso: tutto è buio, intorno si vedono solo dolore e disperazione. Il miracolo di oggi ci dice che non è così, la fine non è questa, che in questi momenti non siamo soli, anzi che proprio in questi momenti Lui si fa più che mai vicino per ridarci vita. Gesù piange: il Vangelo dice che Gesù, davanti al sepolcro di Lazzaro ha pianto, e oggi Gesù piange con noi, come ha potuto piangere per Lazzaro: il Vangelo ripete due volte che si commosse (cfr vv. 33.38) e sottolinea che scoppiò in pianto (cfr v. 35). E al tempo stesso Gesù ci invita a non smettere di credere e di sperare, a non lasciarci schiacciare dai sentimenti negativi, che ti tolgono il pianto. Si avvicina ai nostri sepolcri e dice a noi, come allora: «Togliete la pietra» (v. 39). In questi momenti noi abbiamo come una pietra dentro e l’unico capace di toglierla è Gesù, con la sua parola: “Togliete la pietra”.

Questo dice Gesù, anche a noi. Togliete la pietra: il dolore, gli errori, anche i fallimenti, non nascondeteli dentro di voi, in una stanza buia e solitaria, chiusa. Togliete la pietra: tirate fuori tutto quello che c’è dentro. “Ah, mi dà vergogna”. Gettatelo in me con fiducia, dice il Signore, io non mi scandalizzo; gettatelo in me senza timore, perché io sono con voi, vi voglio bene e desidero che torniate a vivere. E, come a Lazzaro, ripete a ognuno di noi: Vieni fuori! Rialzati, riprendi il cammino, ritrova fiducia! Quante volte, nella vita, ci siamo trovati così, in questa situazione di non avere forza per rialzarci. E Gesù: “Vai, vai avanti! Io sono con te”. Ti prendo io per mano, dice Gesù, come quando da piccolo imparavi a fare i primi passi. Caro fratello, cara sorella, togliti le bende che ti legano (cfr v. 45); per favore, non cedere al pessimismo che deprime, non cedere al timore che isola, non cedere allo scoraggiamento per il ricordo di brutte esperienze, non cedere alla paura che paralizza. Gesù ci dice: “Io ti voglio libero, ti voglio vivo, non ti abbandono e sono con te! È tutto buio, ma io sono con te! Non lasciarti imprigionare dal dolore, non lasciar morire la speranza. Fratello, sorella, ritorna a vivere!” – “E come faccio?” – “Prendimi per mano”, e Lui ci prende per mano. Lasciati tirare fuori: e Lui è capace di farlo. In questi momenti brutti che succedono a tutti noi.

Cari fratelli e sorelle, questo brano del capitolo 11 del Vangelo di Giovanni, che fa tanto bene leggere, è un inno alla vita, e lo si proclama quando la Pasqua è vicina. Forse anche noi in questo momento portiamo nel cuore qualche peso o qualche sofferenza, che sembrano schiacciarci; qualche cosa brutta, qualche peccato vecchio che non riusciamo a tirare fuori, qualche errore di gioventù, non si sa mai. Queste cose brutte devono uscire. E Gesù dice: “Vieni fuori!”. Allora è il momento di togliere la pietra e di uscire incontro a Gesù, che è vicino. Riusciamo ad aprirgli il cuore e ad affidargli le nostre preoccupazioni? Lo facciamo? Riusciamo ad aprire il sepolcro dei problemi, siamo capaci, e a guardare oltre la soglia, verso la sua luce, o abbiamo paura di questo? E a nostra volta, come piccoli specchi dell’amore di Dio, riusciamo a illuminare gli ambienti in cui viviamo con parole e gesti di vita? Testimoniamo la speranza e la gioia di Gesù? Noi, peccatori, tutti? E anche, vorrei dire una parola ai confessori: cari fratelli, non dimenticatevi che anche voi siete peccatori, e siete nel confessionale non per torturare, per perdonare, e perdonare tutto, come il Signore perdona tutto. Maria, Madre della speranza, rinnovi in noi la gioia di non sentirci soli e la chiamata a portare luce nel buio che ci circonda.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ieri, solennità dell’Annunciazione, abbiamo rinnovato la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, nella certezza che solo la conversione dei cuori può aprire la strada che conduce alla pace. Continuiamo a pregare per il martoriato popolo ucraino.

E restiamo vicini anche ai terremotati della Turchia e della Siria. A loro è destinata la speciale raccolta di offerte che si svolge oggi in tutte le parrocchie d’Italia. Preghiamo anche per la popolazione dello Stato del Mississippi, colpite da un devastante tornado.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini di tanti Paesi, in particolare quelli di Madrid e di Pamplona e i messicani; come pure i peruviani, rinnovando la preghiera per la riconciliazione e la pace nel Perù. Dobbiamo pregare per il Perù, che sta soffrendo tanto.

Saluto i fedeli di Zollino, Rieti, Azzano Mella e Capriano del Colle, Bellizzi, Crotone e Castelnovo Monti con l’Unitalsi; e saluto i cresimandi di Pavia, Melendugno, Cavaion e Sega, Settignano e Prato; i ragazzi di Ganzanigo, Acilia e Longi; e l’Associazione Amici del Crocifisso delle Marche.

Rivolgo un saluto speciale alla delegazione dell’Aeronautica Militare Italiana, che celebra il centenario di fondazione. Formulo i miei auguri per questa ricorrenza e vi incoraggio ad operare sempre per la costruzione della giustizia e della pace.

Prego per tutti voi e fatelo per me. E a tutti auguro una buona domenica. Buon pranzo e arrivederci.

Papa Francesco


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