Testimoni del nostro tempo |
Padre Ermanno Rossi, domenicano
Le testimonianze di padre Fabio Ciardi e dello "Stagionato"
Il Risorto gli è andato incontro ieri sera, come alle donne nel giorno di Pasqua, e se l’è portato con sé in Paradiso. Fra poco avrebbe compiuto 96 anni.
Mi ha lasciato il suo diario e la sua storia, scritta al compimento dei suoi ottanta anni.
L’ultima parte del suo diario, almeno quello che ho con me (che termina il 13 gennaio 2008), inizia con la sua venuta nella comunità della Minerva a Roma: “5 giugno 2007. Ora, eccomi alla Minerva, nella mia celletta al terzo piano, piccola ma accogliente, con bagno e condizionatore d’aria! Desidero solo fare la volontà del Padre, dargli gloria e gioia. Devo star attento ad aver l’anima nel silenzio, per percepire la Voce dello Spirito. Ho chiesto a Gesù Eucaristia e a Maria di darmi la grazia di convivere con loro come a Perugia, dove avevo la cappella davanti alla camera. Quale accoglienza ogni giorno!”.
La sua storia inizia con il racconto della giovinezza. Riporto soltanto qualche passaggio:
“Sono partito da casa ad undici anni e mezzo, per andare nel piccolo seminario (Collegio) di Gubbio, retto dalle Missionarie della Scuola; volevo, infatti, diventare domenicano.
Dopo l’entrata in noviziato a Pistoia, nel 1940 – avevo allora 16 anni e mezzo – la mia mente si è aperta all’improvviso. Fu come se mi fosse stato donato un supplemento d’intelligenza.
Sono venuti, poi, i momenti difficili della guerra: gli studi fatti sotto le bombe a Bibbiena (Arezzo) nel Casentino, con strumenti intellettuali di una povertà disarmante.
Studiavamo con passione: i nostri colloqui intellettuali continuavano oltre le ore di lezione - in pratica tutto il giorno - ai bordi dei campi di grano, che non di rado abbiamo mietuto assieme ai contadini. Vivevamo con una parte degli abitanti di Bibbiena, sfollati nell’ambito del Monastero a causa della guerra; con loro abbiamo condiviso gomito a gomito le vicende del primo fronte.
Ci sono stati, poi, i momenti difficili del dopo guerra trascorsi, per vari anni, in famiglia. Vi fui chiamato per aiutare nella gestione dell’azienda familiare mio padre, uscito dal rifugio semiparalizzato. Avevamo allora una piccola fabbrica di conserve alimentari. Mi recavo a casa dopo la chiusura dell’anno scolastico. Passavo nell’azienda paterna tutta l’estate. Frequentavo il secondo anno di teologia. I miei superiori ebbero un gran coraggio a permettermi, fiduciosi, questa avventura.
In fabbrica ero sempre vestito da frate. Mi muovevo in mezzo ad un centinaio d’operai ed operaie, e trattavo con fornitori non di rado camorristi. Quante volte mi sono trovato senza i soldi necessari per pagare tutte queste persone! In quel periodo ho sempre sperimentato un costante aiuto della provvidenza.
Tutto questo mi ha formato; mi ha dato quell’esperienza che non avrei mai potuto avere rimanendo unicamente nell’ambiente conventuale. Dall’esperienza, posso davvero testimoniare che Dio è Amore! A lui vada la lode e la gloria!”
Una pagina meravigliosa su come p. Ermanno Rossi ha vissuto la contemplazione, secondo la sua vocazione domenicana. Ometto tanti paragrafi del lungo racconto, senza con ciò tradire la lettura della sua lunga esperienza di vita.
Dovrei parlarvi della contemplazione nella mia esperienza ideale.
Ebbene, ad un rapido sguardo, mi è parso evidente che nel mio passato non c'è stato spazio per la contemplazione. Mi è sembrato, piuttosto, che tutto abbia concorso a mettermi fuori da un tale contesto.
Nei primi cinque anni della mia vita sacerdotale - 1950/1955 -, sono stato mandato tra i ragazzi del nostro seminario minore di Arezzo. Ho dato, così, addio ai miei libri.
Nei successivi cinque anni - 1955/1960 -, la mia vera cella è stata l'automobile: mi hanno affidato, infatti, il compito di vocazionista (come si faceva negli anni cinquanta!). Ero sempre in giro per l'Italia centrale. Viaggi lunghi e protratti nel tempo.
Poi, per altri cinque anni - 1960/1965 -, di nuovo in seminario, ma questa volta come rettore; per giunta ero anche economo. Si trattava di un centinaio di ragazzi delle medie e del ginnasio.
Nel frattempo era nata Loppiano. Iniziavano i corsi di formazione dei giovani focolarini ed occorreva un professore di Morale. Sono rimasto a Loppiano quattro anni - 1965-1969. Ma - anche questa volta - il mio soggiorno è stato piuttosto peripatetico: facevo settimanalmente la spola tra Roma e Loppiano - il convento della Minerva, a Roma, rimaneva il mio convento -, con puntate settimanali a Genova e a Viterbo dove seguivo dei nuclei di religiosi.
Da Loppiano sono passato, poi, alla Segreteria Internazionale dei Religiosi aderenti al Movimento dei Focolari, con sede in Piazza Tor Sanguigna a Roma. In questo periodo - che è durato altri quattro anni: 1969/1973 - ho girato molte volte tutta l'Europa per convegni di religiosi. Ancora tanto tempo passato sui treni e sugli aerei.
Ma non erano terminati i colpi di scena. I miei superiori hanno avuto improvvisamente bisogno di un responsabile per il Centro Missionario della mia provincia religiosa, e così mi hanno richiamato. L'espresso del mio Provinciale mi ha raggiunto a Fatima, mentre dirigevo un convegno di religiosi portoghesi. Rientrato in Italia, sono rimasto in questo lavoro per tredici anni - 1973/1985. L'automobile è ritornata ad essere la mia cella.
Ma mi attendevano ancora novità: una nuova emergenza mi ha portato a Roma come parroco, una cosa a cui non avrei mai né pensato né desiderato. Si è trattato di un periodo breve, ma intenso: due anni. Ero responsabile di una parrocchia di 11.500 abitanti. Non avevo alcuna preparazione ed avevo superato i sessanta anni!
Da qui - in maniera molto strana da un punto di vista umano, ma molto provvidenziale -, sono stato trasferito ad Arezzo senza un compito preciso.
È stato il mio primo ed unico periodo di “deserto”. Per la prima volta ho potuto riprendere in mano i miei libri, e, forse, “contemplare”, se a questo vocabolo diamo un significato comune, direi “debole”. Ero ormai nella seconda metà dei miei sessanta anni. Ora ne ho settanta finiti.
Ma è durato solo tre anni.
Una nuova emergenza mi ha chiamato a Teramo. Qui mi è stato affidato il compito di superiore di una piccola comunità. Ora sono al mio secondo mandato [P. Ermanno sta scrivendo questo testo nel 2004].
In tutte queste vicende c'è stata una costante: ogni volta ho dovuto cominciare da capo; ho dovuto “riciclarmi”. È stato come se mi avessero affidato ogni volta un mestiere nuovo. Questo mi ha impegnato a fondo, polarizzando il mio tempo e la mia attenzione.
Altra costante: al primo impatto, la nuova situazione si è sempre rivelata dolorosa, poi l'ho vista provvidenziale. Ora ho la certezza che ciò che la Provvidenza dispone a mio riguardo è quanto di meglio mi possa capitare. Anche se partire è sempre un po' morire.
La contemplazione è nell'essenza della mia vocazione domenicana. Il motto del mio Ordine è: “Contemplari et contemplata aliis tradere”. È la contemplazione della Verità che va, poi, donata nella predicazione. S. Domenico auspica che il frate predicatore mediti i testi sacri giorno e notte (sfoglino i sacri testi “diu noctuque”, dicono le nostre antiche Costituzioni).
La contemplazione è anche alla base della nostra vita spirituale: S. Caterina da Siena mette, infatti, a base della sua dottrina spirituale il conoscere per amare, conoscere di più per amare di più.
Doveva esserci, dunque, un filo d'oro che legava gli avvenimenti della mia vita, filo d'oro che a me era sfuggito. Mi sono messo, allora, a cercarlo. Mi è venuto in mente, allora, S. Domenico, il mio fondatore: ma la sua vera cella - mi sono detto - non è stata forse anche per lui la strada? Egli ha dedicato lunghi periodi della sua vita apostolica ai viaggi. Ogni anno andava da Roma a Parigi, a Madrid, a Bologna…, e sempre a piedi. A piedi attraversava le Alpi e i Pirenei… E quando era in predicazione - e questo era il suo compito principale - non era ancora sulla strada? Quanti mesi all'anno ha passato, dunque, sulla strada? Eppure la sua vita è stata decisamente contemplativa.
Mi sono chiesto, perciò: ma che cos'è contemplare? Contemplare è entrare in contatto con Dio, con la Sapienza. Essa avviene quando ascolti cose di paradiso e il tuo cuore arde. Ma contemplare è anche capacità di trovarLo nelle cose, nel vivere quotidiano. Questa è contemplazione vissuta. Una cosa impegnativa, certo, ma possibile.
Allora balbetterò qualcosa della mia esperienza di contemplazione nel vivere quotidiano.
Il mio incontro con la spiritualità dell'Unità mi ha dischiuso la strada ad un nuovo rapporto con Dio. Fino allora, Dio era stato cercato nella solitudine, in un contatto personale con Lui. S. Caterina da Siena parla della “Cella interiore”, S. Teresa d'Avila del “Castello interiore”… Chiara Lubich ci ha parlato, invece, di un “Castello esteriore”, di un nuovo chiostro che ha come colonne i fratelli, e come pozzo sorgivo Gesù che si rende presente per l'amore reciproco.
Il fratello era, dunque, la via diretta per andare a Dio; e il “Cammino al monte Carmelo” - di S. Giovanni della Croce -, il “Santo viaggio” - del salmo - non richiedeva necessariamente la solitudine: poteva esser fatto anche in mezzo alla folla.
Si tratta di un nuovo tipo di contemplazione, che potremmo definire “a corpo mistico”. Essa non annulla, certamente, e neanche sostituisce la contemplazione fatta nella solitudine; ma è autentica e possibile in ogni situazione. Con Gesù, presente tra fratelli che si amano, c'è luce e sapienza. C'è, quindi, contemplazione.
Ma se il fratello non è più un ostacolo – è anzi la via per eccellenza per andare a Dio –, occorre un giusto approccio con lui. L'Ideale dell'Unità mi ha insegnato anche questo approccio. Esso consiste nel farsi uno. Ma l'unità richiede il vuoto. Vedi Gesù nel fratello e ti fai uno con lui - con i suoi problemi, i suoi dolori -, spostando tutto ciò che è in te; allora parla in te lo Spirito, ed escono dal tuo seno fiumi di sapienza. Quante volte ho esperimentato la verità di tutto questo!
C'è stato un periodo nel quale un mio amico psichiatra mi mandava alcuni dei suoi pazienti. Erano colloqui lunghi, che si protraevano, a volte, per ore; colloqui complessi, com'è complessa la psiche umana. Ebbene, ho sempre constatato che - al termine di questa lunga maratona di ascolto e di amore - il Signore mi dava la possibilità di sintetizzare in poche parole il tutto e di dare una linea molto semplice, ma che era quella di Gesù. Da dove lo vedevo? Dalla pace con cui partivano. Oggi non è più il mio amico psichiatra a mandarmi questi fratelli. Vengono da sé. E l'esperienza continua. Si verifica, ad esempio, nel confessionale… È splendido. Tu fai la tua parte e Dio fa la sua. La Luce passa attraverso di te - per questo misterioso contatto che s’istituisce tra due anime -, e domina la pace nei cuori. Ma, la luce che passa, proviene certamente da Gesù. Non è contemplazione, questa?
È stato così anche quando ho incominciato a viaggiare per l'Europa. Partivo senza alcun sussidio: senza programmi, senza carte, senza conoscere la lingua e la cultura del posto. Io stesso mi meraviglio come sia stato possibile ciò. Ho viaggiato così per quattro anni, per tutta l'Europa, affrontando situazioni e persone le più diverse. Nel giro di quattro anni è nato il Movimento dei religiosi nelle varie nazioni. E qual è stato il segreto? Il farmi uno con quelli che incontravo. Ciò mi metteva in profonda sintonia con loro. Ho visto il positivo dei popoli europei. Erano momenti di luce, di contemplazione.
Il Signore non mi ha fatto mancare, nel corso di questi anni, neanche i momenti di Tabor. Non che lo costruissi io tale Tabor; vi partecipavo come gli Apostoli che erano attorno a Gesù. Si è sempre trattato di contemplazione a “corpo mistico”: erano quelli i momenti in cui si faceva l'esperienza dei discepoli di Emmaus quando si dicevano l'un l'altro: “Nonne cor nostrum ardens erat dum loqueretur in via”? Era Lui in mezzo a noi che ci trascinava in volo.
Oggi la mia contemplazione è rientrata più direttamente nell'alveo della spiritualità domenicana. La mia cella non è più una macchina. Vivo con dei fratelli tra cui circola l'amore. C'è serenità e gioia di vivere. Mi sembra d'aver iniziata una nuova giovinezza. Medito, scrivo e dono agli altri: contemplari et contemplata aliis tradere. Finché al Signore piacerà.
Il racconto del primo incontro di p. Ermanno Rossi con il Focolare
La prima notizia [del focolare] mi è giunta, nel '50, attraverso una lettera. Allora ero giovane sacerdote (Sono stato ordinato nel '49). Padre Tovini - un mio confratello di Pistoia - aveva conosciuto la Graziella, quando ella si recava a trovare Pasquale Foresi, e l’aveva invitata a parlare ai terziari di cui era assistente spirituale. N’era rimasto scioccato. Ha comunicato, allora, la sua scoperta a me, che ero ad Arezzo, e al p. Valentino Ferrari, che viveva a Roma.
Con Tovini e Valentino avevamo vissuto assieme prima del sacerdozio. Eravamo molto uniti tra noi, desiderosi di far qualcosa per il nostro Ordine.
Il mio primo incontro diretto con Graziella l’ho avuto, però, solo nell'estate di quell’anno a Roma, mentre mi recavo per andare a casa.
Andai al focolare femminile di Via XXI Aprile, guidato dal P. Valentino.
Questi – dopo aver ricevuto la lettera di p. Tovini - aveva preso contatto con Chiara che viveva, in quel tempo, alla Garbatella. N’era rimasto affascinato. Così quel giorno mi condusse nel focolare femminile…
Venne ad aprirci la Vale, giovanissima: ricordo un viso luminosissimo! C’introdusse nel salottino; poi scomparve.
Venne Graziella. Anche essa mi diede un'impressione di luce fortissima.
Feci molte domande d’approfondimento, ma l’annuncio dell’Ideale non mi procurò alcuna difficoltà. Ero un libro aperto.
In quel momento non compresi da dove proveniva il fascino; dopo, ho capito che la fonte era Gesù in mezzo. Quelle ragazze vivevano nella carità reciproca; si realizzava, così, la promessa di Gesù: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo ad essi…”.
Con la sua presenza tutto acquistava significato.
In due occasioni ho avuto modo di trascrivere quanto p. Ermanno mi raccontava di ciò che l’Ideale dell’unità aveva portato nella sua vita di religioso:
Il perdono di padre Ermanno Nel libro Sarai tutta sua, Luigina Nicolodi racconta un episodio vissuto con p. Ermanno Rossi.
Dietro richiesta di un giovane domenicano, padre Ermanno Rossi, mi recai nella sua città, Nocera Inferiore. Il primo viaggio lo facemmo insieme; in treno mi raccontò di quanti avrei conosciuto, voleva presentarmi la sua famiglia e il gruppo che aveva invitato.
M’interessai dei suoi familiari e durante il viaggio padre Ermanno mi narrò storie di dissapori con i suoi parenti che si trascinavano da anni, per piccole cose o per pochi metri di terra. Tra noi in focolare era così vivo il senso del chiedere perdono in ogni circostanza, che gli feci una proposta, sarei rimasta da sua madre mentre lui sarebbe andato a chiedere perdono per le faccende di cui mi aveva accennato e solamente dopo mi avrebbe raggiunto a casa sua per cominciare assieme la riunione, che non si poteva tenere se “noi non abbiamo fatto il primo passo”, gli dissi.
Padre Ermanno rimase sbalordito da quell’idea, ma convenne che era l’unica cosa evangelica da farsi e sulla quale poggiava la diffusione della spiritualità dell’unità a Nocera.
Fu così che mentre lo attendevo insieme a sua madre, ai suoi familiari e a un nutrito gruppo del vicinato, si diresse da una sua zia, suonò il campanello con un batticuore da non dirsi, si trovarono di fronte, rimasero muti e imbarazzati. Padre Ermanno balbettò delle scuse: la controversia doveva considerarsi acqua passata tra loro. La zia si commosse, lo abbracciò e, come conclusione, gli offrì pure una fetta di torta.
Padre Ermanno arrivò raggiante di felicità, ci raccontò per filo e per segno come era andata e così, in mezzo a una gioia che non si può descrivere, cominciammo il nostro primo incontro a Nocera Inferiore.
L’esperienza di p. Ermanno a Loppiano
Nella seconda metà degli anni 60, assieme ad altri due religiosi - un cappuccino ed un domenicano francese - fui chiamato ad insegnar teologia morale all’Istituto Mystici Corporis del Movimento dei Focolari, presso Firenze, in una località chiamata Loppiano.
Presto il padre cappuccino ci lasciò perché eletto provinciale della sua provincia religiosa di Trento. Rimanemmo così soli, Michel ed io.
La convivenza fu subito difficile. Eravamo due tipi opposti per temperamento, mentalità ed estrazione sociale. Questa difficoltà si esprimeva anche nelle piccole cose. Ad esempio, mentre spazzavo mi si avvicinava e mi diceva: “La scopa non si tiene così, Ermanno, ma così”. Andavo nel bagno, e lui mi faceva notare le goccioline sullo specchio. Dicevamo il Rosario e lui osservava: “Un mistero lo enunci tu ed uno io…”, perché non apparisse la mia superiorità… (io ero il responsabile di questa mini comunità).
Fu una specie di rieducazione…
Un giorno, come risposta ad una sua osservazione biricchina - “Ermanno, non ti avrei mai scelto per moglie” - gli dissi: “Eppure, Michel, il Signore - per iniziare quest’esperienza - ha preso noi due, te dal nord della Francia e me dal sud dell’Italia. Sono convinto che quando riusciremo ad essere uno, il Signore ci separerà e tu verrai a cercarmi dove sono”. Fece un’esclamazione che esprimeva tutta la sua incredulità. Egli aveva una grand’esigenza di libertà: questo è un atteggiamento tipicamente francese.
Fu un'esperienza di quattro anni. Quattro anni per fare i primi passi nella via dell'amore.
Una delle prime cose che compresi fu che dovevo perdere tutto per amore del fratello: egli diventava la misura per me.
Capii, inoltre, che la causa del disagio non proveniva da lui, ma da me: la misura del mio amore era troppo piccola per lui; egli non ci si trovava comodo. Occorreva, dunque, dilatare l'amore.
Fu una scoperta progressiva.
Al termine di questi quattro anni, il Signore ci separò. Affidò a me un altro compito, un'altra avventura. Michel è tornato più volte da me per chiedermi di riprendere l’esperienza; ma ormai la volontà di Dio era un’altra.
Fui incaricato della Segreteria Internazionale del Movimento dei Religiosi, con sede in Roma. Un'esperienza nuova, forte. Per quattro anni ho girato tutta l’Europa libera. Ho visto rinascere la speranza in tanti religiosi. Ho visto il fiorire di comunità nuove. Tanta luce.
Poi per me è di nuovo tutto cambiato.
È cominciato un nuovo ciclo nella mia vita. Ho perduto tutto, tutto quello che avevo di più caro. Ma due cose ho vive nell'anima, immensamente più radicate: la certezza dell'amore di Dio, più forte della morte - quella morte che tante volte sento in me, nella mia carne - e il valore della Parola di Vita se la viviamo.
Avendo appreso dal Blog di Fabio Ciardi la notizia della partenza per l’altra vita di padre Ermanno Rossi, sento il dovere di aggiungere un caro ricordo di lui, che ha passato la sua lunga vita a servizio dei fratelli … tra cui anche il sottoscritto.
Il 17 Aprile 2020 ho ricevuto l’annuncio della morte di padre Ermanno Rossi, domenicano. Subito ho ricordato che cinquant’anni fa, nel 1970, mi trovavo al convento del Padre Santo di Genova, essendo rientrato in patria da pochi giorni per il periodo di “congedo”.
Prima di partire dal Centrafrica ero sceso a Douala in Cameroun, per fare delle compere e rientrare poi a Bangui, la capitale, per prendere l’aereo che mi avrebbe portato a Parigi/Nizza e di là a Genova.
A Douala, grande porto del Cameroun, c’era il Centro delle Missioni Cattoliche di tutta l’ex Africa Equatoriale Francese: Ciad, Oubangui Chari, Gabon e Medio Congo. Allora, al mio primo arrivo nel 1952, gli incontri dei Missionari dei vari Paesi si svolgevano lì, non solo per l’acquisto del materiale occorrente in ogni nuova Missione, ma anche per confrontarci tra di noi sugli sviluppi dell’Evangelizzazione.
Nel mese di Marzo di quel 1970, da diciotto anni vivevo in Missione e mi trovavo a Ngaoundaye, un importante centro urbano nel nord/Ovest del Centrafrica. Avevo programmato quel viaggio a Douala sia per il mio lavoro di formazione dei Catechisti, confrontandomi con quello che i Missionari “Spiritani” da tempo stavano realizzando nel Cameroun, sia per acquistare qualche “ricordo africano”, a basso prezzo, da portare in dono ai numerosi benefattori che avrei incontrato nel mio prossimo “congedo” in patria.
Già avevo sentito dire che in una oscura regione dell’Ex Cameroun inglese, precisamente a Fontem, i cosiddetti “Focolarini” avevano con successo iniziato un Centro Ospedaliero, diretto da loro. Non sapevo altro, se non che a circa 25 km a sud di Firenze, precisamente a Incisa Valdarno, stavano costruendo una cittadina ideale, denominata Loppiano, che mio fratello Pio, in seguito missionario in Africa, mi aveva consigliato di visitare … Naturalmente lui e tanti altri sapevano che da buon “genovese” avevo bisogno di denaro, per realizzare tanti progetti “materiali” per lo sviluppo della Missione. Allora a mio fratello Pio, che esaltava Loppiano per le personalità importanti – come cardinali e vescovi – che andavano a far visita alla cittadella, io rispondevo sempre “fraternamente”: “Dove ci sono le personalità ecclesiastiche … di soldi ce ne sono sempre pochi …”.
Ora, arrivando a Douala, ecco che il primo che incontro e mi si presenta, è nientemeno che un “focolarino” di Fontem. Aveva percorso 150 km di strada battuta per arrivare al Centro missionario. Si chiamava Vittorio Brugnara ed era cugino primo del celebre corridore Moser, di Trento. Vittorio da un po’ di giorni attendeva “invano” di poter sdoganare la tubazione della “condotta forzata”, che gratuitamente la ditta Garrone aveva inviato da Genova. Dico “invano” perché i cosiddetti “focolarini” avevano il nome di “idealisti” … siccome chiamavano tutti fratelli.
Volentieri con Vittorio ci siamo presentati e abbiamo fatto una buona conoscenza. In serata, fino a notte tarda, siamo stati sulla terrazza, davanti al porto, parlando del nostro essere “missionari” in quel tempo … I colloqui da parte mia erano orientati alla possibilità di avere aiuti finanziari, mentre Vittorio tutto “spirituale” desiderava farmi capire che dobbiamo cercare il “regno di Dio” e il resto viene in sovrappiù … La provvidenza volle che le nostre camere fossero vicine … Verso le undici ci siamo lasciati, augurandoci una buona notte.
Come al solito io mi sono alzato di buon mattino. La stanza di Vittorio era già aperta ed io mi sono permesso di “sbirciare” sul suo comodino, vicino alla porta, uno stampato con “l’esame di coscienza quotidiano” … Ritornato Vittorio in camera, sentendomi ormai in sintonia “spirituale” con lui, gli ho fatto presente che quell’esame di coscienza era cosa da bambini. Lui prontamente mi ha risposto con una frase che mi ha sconvolto: “Sì, ma Gesù ha detto che se non siamo come bambini non entreremo nel regno dei cieli”. Prima di lasciarci gli chiesi di indicarmi dove avrei potuto partecipare in Italia ad un corso di Esercizi Spirituali, secondo lo stile dei focolarini …
Appena arrivato a Genova inviai la mia richiesta … non ricordo precisamente dove, di sicuro a Roma. La risposta arrivò presto, firmata da un certo p. Ermanno Rossi, domenicano. Lessi la lettera ai frati a pranzo! Ricordo che padre Ermanno si rivolgeva a me con questo saluto: “Ciao Fratello … grazie e auguri … ci ritroveremo assieme per imparare a vivere con Gesù tra noi”. Infine aggiungeva il numero di telefono dei focolarini di Genova Quarto, i quali contemporaneamente mi hanno chiamato per avere un incontro faccia a faccia ...
Rimasi un po’ sorpreso per quel saluto “ciao, Fratello” e la festa che mi facevano. A tavola, i frati presenti ascoltarono la mia lettura. Il segretario del p. Provinciale, p. Guido Bonacina, azzardò un’osservazione: “Fai attenzione, Umberto, a quelli che ti chiamano “fratello” senza conoscerti … perché di “palanche” da loro non ne riceverai molte”.
Alla mia età di quasi 93 anni e dopo aver ascoltato insistentemente Papa Francesco, se non comprendo adesso che il Fratello, scritto in maiuscolo, è Gesù/Dio … non ho capito nulla e rischio di perdermi per sempre! Allora, a Douala, aveva ben ragione Vittorio a ricordarmi: “Umberto, al dire di Gesù se non siete come bambini non entrerete nel Regno dei cieli” .
“ Lo Stagionato”
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Messaggio Cristiano VEGLIA DI PREGHIERA
PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV
Saluto del Santo Padre sul sagrato della Basilica prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro
Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!
Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.
Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.
Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.
Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.
Vi do da qui la benedizione, poi preghiamo insieme dalla Basilica e potete seguire con gli schermi. Grazie di nuovo per la vostra presenza.
[Benedizione]
Grazie a tutti, buona preghiera.
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Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace
Cari fratelli e sorelle,
la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.
San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.
La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.
Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).
Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!
Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!
Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).
Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).
Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).
Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:
Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!
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