Martedý 28 Marzo 2023
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Padre Ermanno Rossi, domenicano

Le testimonianze di padre Fabio Ciardi e dello "Stagionato"

Il Risorto gli è andato incontro ieri sera, come alle donne nel giorno di Pasqua, e se l’è portato con sé in Paradiso. Fra poco avrebbe compiuto 96 anni.

Mi ha lasciato il suo diario e la sua storia, scritta al compimento dei suoi ottanta anni.
L’ultima parte del suo diario, almeno quello che ho con me (che termina il 13 gennaio 2008), inizia con la sua venuta nella comunità della Minerva a Roma: “5 giugno 2007. Ora, eccomi alla Minerva, nella mia celletta al terzo piano, piccola ma accogliente, con bagno e condizionatore d’aria!  Desidero solo fare la volontà del Padre, dargli gloria e gioia. Devo star attento ad aver l’anima nel silenzio, per percepire la Voce dello Spirito. Ho chiesto a Gesù Eucaristia e a Maria di darmi la grazia di convivere con loro come a Perugia, dove avevo la cappella davanti alla camera. Quale accoglienza ogni giorno!”.
 
La sua storia inizia con il racconto della giovinezza. Riporto soltanto qualche passaggio:
“Sono partito da casa ad undici anni e mezzo, per andare nel piccolo seminario (Collegio) di Gubbio, retto dalle Missionarie della Scuola; volevo, infatti, diventare domenicano.
Dopo l’entrata in noviziato a Pistoia, nel 1940 – avevo allora 16 anni e mezzo – la mia mente si è aperta all’improvviso. Fu come se mi fosse stato donato un supplemento d’intelligenza.
Sono venuti, poi, i momenti difficili della guerra: gli studi fatti sotto le bombe a Bibbiena (Arezzo) nel Casentino, con strumenti intellettuali di una povertà disarmante.
Studiavamo con passione: i nostri colloqui intellettuali continuavano oltre le ore di lezione - in pratica tutto il giorno - ai bordi dei campi di grano, che non di rado abbiamo mietuto assieme ai contadini. Vivevamo con una parte degli abitanti di Bibbiena, sfollati nell’ambito del Monastero a causa della guerra; con loro abbiamo condiviso gomito a gomito le vicende del primo fronte.
Ci sono stati, poi, i momenti difficili del dopo guerra trascorsi, per vari anni, in famiglia. Vi fui chiamato per aiutare nella gestione dell’azienda familiare mio padre, uscito dal rifugio semiparalizzato. Avevamo allora una piccola fabbrica di conserve alimentari. Mi recavo a casa dopo la chiusura dell’anno scolastico. Passavo nell’azienda paterna tutta l’estate. Frequentavo il secondo anno di teologia. I miei superiori ebbero un gran coraggio a permettermi, fiduciosi, questa avventura.
In fabbrica ero sempre vestito da frate. Mi muovevo in mezzo ad un centinaio d’operai ed operaie, e trattavo con fornitori non di rado camorristi. Quante volte mi sono trovato senza i soldi necessari per pagare tutte queste persone! In quel periodo ho sempre sperimentato un costante aiuto della provvidenza.
Tutto questo mi ha formato; mi ha dato quell’esperienza che non avrei mai potuto avere rimanendo unicamente nell’ambiente conventuale. Dall’esperienza, posso davvero testimoniare che Dio è Amore! A lui vada la lode e la gloria!”
 
 
Una pagina meravigliosa su come p. Ermanno Rossi ha vissuto la contemplazione, secondo la sua vocazione domenicana. Ometto tanti paragrafi del lungo racconto, senza con ciò tradire la lettura della sua lunga esperienza di vita.

Dovrei parlarvi della contemplazione nella mia esperienza ideale.
Ebbene, ad un rapido sguardo, mi è parso evidente che nel mio passato non c'è stato spazio per la contemplazione. Mi è sembrato, piuttosto, che tutto abbia concorso a mettermi fuori da un tale contesto.
 
Nei primi cinque anni della mia vita sacerdotale - 1950/1955 -, sono stato mandato tra i ragazzi del nostro seminario minore di Arezzo. Ho dato, così, addio ai miei libri.
Nei successivi cinque anni - 1955/1960 -, la mia vera cella è stata l'automobile: mi hanno affidato, infatti, il compito di vocazionista (come si faceva negli anni cinquanta!). Ero sempre in giro per l'Italia centrale. Viaggi lunghi e protratti nel tempo.
Poi, per altri cinque anni - 1960/1965 -, di nuovo in seminario, ma questa volta come rettore; per giunta ero anche economo. Si trattava di un centinaio di ragazzi delle medie e del ginnasio.
Nel frattempo era nata Loppiano. Iniziavano i corsi di formazione dei giovani focolarini ed occorreva un professore di Morale. Sono rimasto a Loppiano quattro anni - 1965-1969. Ma - anche questa volta - il mio soggiorno è stato piuttosto peripatetico: facevo settimanalmente la spola tra Roma e Loppiano - il convento della Minerva, a Roma, rimaneva il mio convento -, con puntate settimanali a Genova e a Viterbo dove seguivo dei nuclei di religiosi.
Da Loppiano sono passato, poi, alla Segreteria Internazionale dei Religiosi aderenti al Movimento dei Focolari, con sede in Piazza Tor Sanguigna a Roma. In questo periodo - che è durato altri quattro anni: 1969/1973 - ho girato molte volte tutta l'Europa per convegni di religiosi. Ancora tanto tempo passato sui treni e sugli aerei.
 
Ma non erano terminati i colpi di scena. I miei superiori hanno avuto improvvisamente bisogno di un responsabile per il Centro Missionario della mia provincia religiosa, e così mi hanno richiamato. L'espresso del mio Provinciale mi ha raggiunto a Fatima, mentre dirigevo un convegno di religiosi portoghesi. Rientrato in Italia, sono rimasto in questo lavoro per tredici anni - 1973/1985.  L'automobile è ritornata ad essere la mia cella.
Ma mi attendevano ancora novità: una nuova emergenza mi ha portato a Roma come parroco, una cosa a cui non avrei mai né pensato né desiderato. Si è trattato di un periodo breve, ma intenso: due anni. Ero responsabile di una parrocchia di 11.500 abitanti. Non avevo alcuna preparazione ed avevo superato i sessanta anni!
Da qui - in maniera molto strana da un punto di vista umano, ma molto provvidenziale -, sono stato trasferito ad Arezzo senza un compito preciso.
È stato il mio primo ed unico periodo di “deserto”. Per la prima volta ho potuto riprendere in mano i miei libri, e, forse, “contemplare”, se a questo vocabolo diamo un significato comune, direi “debole”. Ero ormai nella seconda metà dei miei sessanta anni. Ora ne ho settanta finiti.
Ma è durato solo tre anni.
Una nuova emergenza mi ha chiamato a Teramo. Qui mi è stato affidato il compito di superiore di una piccola comunità. Ora sono al mio secondo mandato [P. Ermanno sta scrivendo questo testo nel 2004]. 
 
In tutte queste vicende c'è stata una costante: ogni volta ho dovuto cominciare da capo; ho dovuto “riciclarmi”. È stato come se mi avessero affidato ogni volta un mestiere nuovo. Questo mi ha impegnato a fondo, polarizzando il mio tempo e la mia attenzione.
Altra costante: al primo impatto, la nuova situazione si è sempre rivelata dolorosa, poi l'ho vista provvidenziale. Ora ho la certezza che ciò che la Provvidenza dispone a mio riguardo è quanto di meglio mi possa capitare. Anche se partire è sempre un po' morire.
 
 
La contemplazione è nell'essenza della mia vocazione domenicana. Il motto del mio Ordine è: “Contemplari et contemplata aliis tradere”. È la contemplazione della Verità che va, poi, donata nella predicazione. S. Domenico auspica che il frate predicatore mediti i testi sacri giorno e notte (sfoglino i sacri testi “diu noctuque”, dicono le nostre antiche Costituzioni).
La contemplazione è anche alla base della nostra vita spirituale: S. Caterina da Siena mette, infatti, a base della sua dottrina spirituale il conoscere per amare, conoscere di più per amare di più.
 
Doveva esserci, dunque, un filo d'oro che legava gli avvenimenti della mia vita, filo d'oro che a me era sfuggito. Mi sono messo, allora, a cercarlo. Mi è venuto in mente, allora, S. Domenico, il mio fondatore: ma la sua vera cella - mi sono detto - non è stata forse anche per lui la strada? Egli ha dedicato lunghi periodi della sua vita apostolica ai viaggi. Ogni anno andava da Roma a Parigi, a Madrid, a Bologna…, e sempre a piedi. A piedi attraversava le Alpi e i Pirenei… E quando era in predicazione - e questo era il suo compito principale - non era ancora sulla strada? Quanti mesi all'anno ha passato, dunque, sulla strada? Eppure la sua vita è stata decisamente contemplativa.
Mi sono chiesto, perciò: ma che cos'è contemplare? Contemplare è entrare in contatto con Dio, con la Sapienza. Essa avviene quando ascolti cose di paradiso e il tuo cuore arde. Ma contemplare è anche capacità di trovarLo nelle cose, nel vivere quotidiano. Questa è contemplazione vissuta. Una cosa impegnativa, certo, ma possibile.
Allora balbetterò qualcosa della mia esperienza di contemplazione nel vivere quotidiano.
 
Il mio incontro con la spiritualità dell'Unità mi ha dischiuso la strada ad un nuovo rapporto con Dio. Fino allora, Dio era stato cercato nella solitudine, in un contatto personale con Lui. S. Caterina da Siena parla della “Cella interiore”, S. Teresa d'Avila del “Castello interiore”… Chiara Lubich ci ha parlato, invece, di un “Castello esteriore”, di un nuovo chiostro che ha come colonne i fratelli, e come pozzo sorgivo Gesù che si rende presente per l'amore reciproco.
Il fratello era, dunque, la via diretta per andare a Dio; e il “Cammino al monte Carmelo” - di S. Giovanni della Croce -, il “Santo viaggio” - del salmo - non richiedeva necessariamente la solitudine: poteva esser fatto anche in mezzo alla folla.
 
Si tratta di un nuovo tipo di contemplazione, che potremmo definire “a corpo mistico”. Essa non annulla, certamente, e neanche sostituisce la contemplazione fatta nella solitudine; ma è autentica e possibile in ogni situazione. Con Gesù, presente tra fratelli che si amano, c'è luce e sapienza. C'è, quindi, contemplazione.
Ma se il fratello non è più un ostacolo – è anzi la via per eccellenza per andare a Dio –, occorre un giusto approccio con lui. L'Ideale dell'Unità mi ha insegnato anche questo approccio. Esso consiste nel farsi uno. Ma l'unità richiede il vuoto. Vedi Gesù nel fratello e ti fai uno con lui - con i suoi problemi, i suoi dolori -, spostando tutto ciò che è in te; allora parla in te lo Spirito, ed escono dal tuo seno fiumi di sapienza. Quante volte ho esperimentato la verità di tutto questo!
 
C'è stato un periodo nel quale un mio amico psichiatra mi mandava alcuni dei suoi pazienti. Erano colloqui lunghi, che si protraevano, a volte, per ore; colloqui complessi, com'è complessa la psiche umana. Ebbene, ho sempre constatato che - al termine di questa lunga maratona di ascolto e di amore - il Signore mi dava la possibilità di sintetizzare in poche parole il tutto e di dare una linea molto semplice, ma che era quella di Gesù. Da dove lo vedevo? Dalla pace con cui partivano. Oggi non è più il mio amico psichiatra a mandarmi questi fratelli. Vengono da sé. E l'esperienza continua. Si verifica, ad esempio, nel confessionale… È splendido. Tu fai la tua parte e Dio fa la sua. La Luce passa attraverso di te - per questo misterioso contatto che s’istituisce tra due anime -, e domina la pace nei cuori. Ma, la luce che passa, proviene certamente da Gesù. Non è contemplazione, questa?
 
È stato così anche quando ho incominciato a viaggiare per l'Europa. Partivo senza alcun sussidio: senza programmi, senza carte, senza conoscere la lingua e la cultura del posto. Io stesso mi meraviglio come sia stato possibile ciò. Ho viaggiato così per quattro anni, per tutta l'Europa, affrontando situazioni e persone le più diverse. Nel giro di quattro anni è nato il Movimento dei religiosi nelle varie nazioni. E qual è stato il segreto? Il farmi uno con quelli che incontravo. Ciò mi metteva in profonda sintonia con loro. Ho visto il positivo dei popoli europei. Erano momenti di luce, di contemplazione.
 
Il Signore non mi ha fatto mancare, nel corso di questi anni, neanche i momenti di Tabor. Non che lo costruissi io tale Tabor; vi partecipavo come gli Apostoli che erano attorno a Gesù. Si è sempre trattato di contemplazione a “corpo mistico”: erano quelli i momenti in cui si faceva l'esperienza dei discepoli di Emmaus quando si dicevano l'un l'altro: “Nonne cor nostrum ardens erat dum loqueretur in via”? Era Lui in mezzo a noi che ci trascinava in volo.
 
Oggi la mia contemplazione è rientrata più direttamente nell'alveo della spiritualità domenicana. La mia cella non è più una macchina. Vivo con dei fratelli tra cui circola l'amore. C'è serenità e gioia di vivere. Mi sembra d'aver iniziata una nuova giovinezza. Medito, scrivo e dono agli altri: contemplari et contemplata aliis tradere. Finché al Signore piacerà.
 
 
Il racconto del primo incontro di p. Ermanno Rossi con il Focolare 
 
 
La prima notizia [del focolare] mi è giunta, nel '50, attraverso una lettera. Allora ero giovane sacerdote (Sono stato ordinato nel '49).    Padre Tovini - un mio confratello di Pistoia - aveva conosciuto la Graziella, quando ella si recava a trovare Pasquale Foresi, e l’aveva invitata a parlare ai terziari di cui era assistente spirituale. N’era rimasto scioccato. Ha comunicato, allora, la sua scoperta a me, che ero ad Arezzo, e al p. Valentino Ferrari, che viveva a Roma.
Con Tovini e Valentino avevamo vissuto assieme prima del sacerdozio. Eravamo molto uniti tra noi, desiderosi di far qualcosa per il nostro Ordine.
 
Il mio primo incontro diretto con Graziella l’ho avuto, però, solo nell'estate di quell’anno a Roma, mentre mi recavo per andare a casa.
Andai al focolare femminile di Via XXI Aprile, guidato dal P. Valentino.
Questi – dopo aver ricevuto la lettera di p. Tovini - aveva preso contatto con Chiara che viveva, in quel tempo, alla Garbatella. N’era rimasto affascinato. Così quel giorno mi condusse nel focolare femminile…
Venne ad aprirci la Vale, giovanissima: ricordo un viso luminosissimo! C’introdusse nel salottino; poi scomparve. 
Venne Graziella. Anche essa mi diede un'impressione di luce fortissima.
Feci molte domande d’approfondimento, ma l’annuncio dell’Ideale non mi procurò alcuna difficoltà. Ero un libro aperto.
 
In quel momento non compresi da dove proveniva il fascino; dopo, ho capito che la fonte era Gesù in mezzo. Quelle ragazze vivevano nella carità reciproca; si realizzava, così, la promessa di Gesù: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo ad essi…”.
Con la sua presenza tutto acquistava significato.
 
In due occasioni ho avuto modo di trascrivere quanto p. Ermanno mi raccontava di ciò che l’Ideale dell’unità aveva portato nella sua vita di religioso:
 
 
Il perdono di padre Ermanno     Nel libro Sarai tutta sua, Luigina Nicolodi racconta un episodio vissuto con p. Ermanno Rossi.
 
 Dietro richiesta di un giovane domenicano, padre Ermanno Rossi, mi recai nella sua città, Nocera Inferiore. Il primo viaggio lo facemmo insieme; in treno mi raccontò di quanti avrei conosciuto, voleva presentarmi la sua famiglia e il gruppo che aveva invitato.
 
M’interessai dei suoi familiari e durante il viaggio padre Ermanno mi narrò storie di dissapori con i suoi parenti che si trascinavano da anni, per piccole cose o per pochi metri di terra. Tra noi in focolare era così vivo il senso del chiedere perdono in ogni circostanza, che gli feci una proposta, sarei rimasta da sua madre mentre lui sarebbe andato a chiedere perdono per le faccende di cui mi aveva accennato e solamente dopo mi avrebbe raggiunto a casa sua per cominciare assieme la riunione, che non si poteva tenere se “noi non abbiamo fatto il primo passo”, gli dissi.
Padre Ermanno rimase sbalordito da quell’idea, ma convenne che era l’unica cosa evangelica da farsi e sulla quale poggiava la diffusione della spiritualità dell’unità a Nocera.
 
Fu così che mentre lo attendevo insieme a sua madre, ai suoi familiari e a un nutrito gruppo del vicinato, si diresse da una sua zia, suonò il campanello con un batticuore da non dirsi, si trovarono di fronte, rimasero muti e imbarazzati. Padre Ermanno balbettò delle scuse: la controversia doveva considerarsi acqua passata tra loro. La zia si commosse, lo abbracciò e, come conclusione, gli offrì pure una fetta di torta.
Padre Ermanno arrivò raggiante di felicità, ci raccontò per filo e per segno come era andata e così, in mezzo a una gioia che non si può descrivere, cominciammo il nostro primo incontro a Nocera Inferiore.
 
Pink Flowers Decorate The Corners PNG, Clipart, Backgrounds, Bouquet, Corner, Corners Clipart, Decorate Clipart Free PNG DownloadL’esperienza di p. Ermanno a Loppiano

Nella seconda metà degli anni 60, assieme ad altri due religiosi - un cappuccino ed un domenicano francese - fui chiamato ad insegnar teologia morale all’Istituto Mystici Corporis del Movimento dei Focolari, presso Firenze, in una località chiamata Loppiano.

Presto il padre cappuccino ci lasciò perché eletto provinciale della sua provincia religiosa di Trento. Rimanemmo così soli, Michel ed io.
La convivenza fu subito difficile. Eravamo due tipi opposti per temperamento, mentalità ed estrazione sociale. Questa difficoltà si esprimeva anche nelle piccole cose. Ad esempio, mentre spazzavo mi si avvicinava e mi diceva: “La scopa non si tiene così, Ermanno, ma così”. Andavo nel bagno, e lui mi faceva notare le goccioline sullo specchio. Dicevamo il Rosario e lui osservava: “Un mistero lo enunci tu ed uno io…”, perché non apparisse la mia superiorità… (io ero il responsabile di questa mini comunità).
Fu una specie di rieducazione…
Un giorno, come risposta ad una sua osservazione biricchina - “Ermanno, non ti avrei mai scelto per moglie” - gli dissi: “Eppure, Michel, il Signore - per iniziare quest’esperienza - ha preso noi due, te dal nord della Francia e me dal sud dell’Italia. Sono convinto che quando riusciremo ad essere uno, il Signore ci separerà e tu verrai a cercarmi dove sono”. Fece un’esclamazione che esprimeva tutta la sua incredulità. Egli aveva una grand’esigenza di libertà: questo è un atteggiamento tipicamente francese.
 
Fu un'esperienza di quattro anni. Quattro anni per fare i primi passi nella via dell'amore.
Una delle prime cose che compresi fu che dovevo perdere tutto per amore del fratello: egli diventava la misura per me.
Capii, inoltre, che la causa del disagio non proveniva da lui, ma da me: la misura del mio amore era troppo piccola per lui; egli non ci si trovava comodo. Occorreva, dunque, dilatare l'amore.
Fu una scoperta progressiva.
 
Al termine di questi quattro anni, il Signore ci separò. Affidò a me un altro compito, un'altra avventura. Michel è tornato più volte da me per chiedermi di riprendere l’esperienza; ma ormai la volontà di Dio era un’altra.
Fui incaricato della Segreteria Internazionale del Movimento dei Religiosi, con sede in Roma. Un'esperienza nuova, forte. Per quattro anni ho girato tutta l’Europa libera. Ho visto rinascere la speranza in tanti religiosi. Ho visto il fiorire di comunità nuove. Tanta luce.
Poi per me è di nuovo tutto cambiato.
È cominciato un nuovo ciclo nella mia vita. Ho perduto tutto, tutto quello che avevo di più caro. Ma due cose ho vive nell'anima, immensamente più radicate: la certezza dell'amore di Dio, più forte della morte - quella morte che tante volte sento in me, nella mia carne - e il valore della Parola di Vita se la viviamo.
 

Avendo appreso dal Blog di Fabio Ciardi la notizia della partenza per l’altra vita di padre Ermanno Rossi, sento il dovere di aggiungere un caro ricordo di lui, che ha passato la sua lunga vita a servizio dei fratelli … tra cui anche il sottoscritto. 

 

Il 17 Aprile 2020 ho ricevuto l’annuncio della morte di padre Ermanno Rossi, domenicano. Subito ho ricordato che cinquant’anni fa, nel 1970, mi trovavo al convento del Padre Santo di Genova, essendo rientrato in patria da pochi giorni per il periodo di “congedo”.

 Prima di partire dal Centrafrica ero sceso a Douala in Cameroun, per fare delle compere e rientrare poi a Bangui, la capitale, per prendere l’aereo che mi avrebbe portato a Parigi/Nizza e di là a Genova.

 A Douala, grande porto del Cameroun, c’era il Centro delle Missioni Cattoliche di tutta l’ex Africa Equatoriale Francese: Ciad, Oubangui Chari, Gabon e Medio Congo. Allora, al mio primo arrivo nel 1952, gli incontri dei Missionari dei vari Paesi si svolgevano lì, non solo per l’acquisto del materiale occorrente in ogni nuova Missione, ma anche per confrontarci tra di noi sugli sviluppi dell’Evangelizzazione.

 Nel mese di Marzo di quel 1970, da diciotto anni vivevo in Missione e mi trovavo a Ngaoundaye, un importante centro urbano nel nord/Ovest del Centrafrica. Avevo programmato quel viaggio a Douala sia per il mio lavoro di formazione dei Catechisti, confrontandomi con quello che i Missionari “Spiritani” da tempo stavano realizzando nel Cameroun, sia per acquistare qualche “ricordo africano”, a basso prezzo, da portare in dono ai numerosi benefattori che avrei incontrato nel mio prossimo “congedo” in patria.

 Già avevo sentito dire che in una oscura regione dell’Ex Cameroun inglese, precisamente a Fontem, i cosiddetti “Focolarini” avevano con successo iniziato un Centro Ospedaliero, diretto da loro. Non sapevo altro, se non che a circa 25 km a sud di Firenze, precisamente a Incisa Valdarno, stavano costruendo una cittadina ideale, denominata Loppiano, che mio fratello Pio, in seguito missionario in Africa, mi aveva consigliato di visitare … Naturalmente lui e tanti altri sapevano che da buon “genovese” avevo bisogno di denaro, per realizzare tanti progetti “materiali” per lo sviluppo della Missione. Allora a mio fratello Pio, che esaltava Loppiano per le personalità importanti – come cardinali e vescovi – che andavano a far visita alla cittadella, io rispondevo sempre “fraternamente”: “Dove ci sono le personalità ecclesiastiche … di soldi ce ne sono sempre pochi …”.

 Ora, arrivando a Douala, ecco che il primo che incontro e mi si presenta, è nientemeno che un “focolarino” di Fontem. Aveva percorso 150 km di strada battuta per arrivare al Centro missionario. Si chiamava Vittorio Brugnara ed era cugino primo del celebre corridore Moser, di Trento. Vittorio da un po’ di giorni attendeva “invano” di poter sdoganare la tubazione della “condotta forzata”, che gratuitamente la ditta Garrone aveva inviato da Genova. Dico “invano” perché i cosiddetti “focolarini” avevano il nome di “idealisti” … siccome chiamavano tutti fratelli.

 Volentieri con Vittorio ci siamo presentati e abbiamo fatto una buona conoscenza. In serata, fino a notte tarda, siamo stati sulla terrazza, davanti al porto, parlando del nostro essere “missionari” in quel tempo … I colloqui da parte mia erano orientati alla possibilità di avere aiuti finanziari, mentre Vittorio tutto “spirituale” desiderava farmi capire che dobbiamo cercare il “regno di Dio” e il resto viene in sovrappiù … La provvidenza volle che le nostre camere fossero vicine … Verso le undici ci siamo lasciati, augurandoci una buona notte.

Come al solito io mi sono alzato di buon mattino. La stanza di Vittorio era già aperta ed io mi sono permesso di “sbirciare” sul suo comodino, vicino alla porta, uno stampato con “l’esame di coscienza quotidiano” … Ritornato Vittorio in camera, sentendomi ormai in sintonia “spirituale” con lui, gli ho fatto presente che quell’esame di coscienza era cosa da bambini. Lui prontamente mi ha risposto con una frase che mi ha sconvolto: “Sì, ma Gesù ha detto che se non siamo come bambini non entreremo nel regno dei cieli”. Prima di lasciarci gli chiesi di indicarmi dove avrei potuto partecipare in Italia ad un corso di Esercizi Spirituali, secondo lo stile dei focolarini …

Appena arrivato a Genova inviai la mia richiesta … non ricordo precisamente dove, di sicuro a Roma. La risposta arrivò presto, firmata da un certo p. Ermanno Rossi, domenicano. Lessi la lettera ai frati a pranzo! Ricordo che padre Ermanno si rivolgeva a me con questo saluto: “Ciao Fratello … grazie e auguri … ci ritroveremo assieme per imparare a vivere con Gesù tra noi”. Infine aggiungeva il numero di telefono dei focolarini di Genova Quarto, i quali contemporaneamente mi hanno chiamato per avere un incontro faccia a faccia ...

Rimasi un po’ sorpreso per quel saluto “ciao, Fratello” e la festa che mi facevano. A tavola, i frati presenti ascoltarono la mia lettura. Il segretario del p. Provinciale, p. Guido Bonacina, azzardò un’osservazione: “Fai attenzione, Umberto, a quelli che ti chiamano “fratello” senza conoscerti … perché di “palanche” da loro non ne riceverai molte”.

Alla mia età di quasi 93 anni e dopo aver ascoltato insistentemente Papa Francesco, se non comprendo adesso che il Fratello, scritto in maiuscolo, è Gesù/Dio … non ho capito nulla e rischio di perdermi per sempre! Allora, a Douala, aveva ben ragione Vittorio a ricordarmi: “Umberto, al dire di Gesù se non siete come bambini non entrerete nel Regno dei cieli” .

“ Lo Stagionato”



 

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Messaggio Cristiano
Angelus, 26 Marzo 2023

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, quinta domenica di Quaresima, il Vangelo ci presenta la risurrezione di Lazzaro (cfr Gv 11,1-45). È l’ultimo dei miracoli di Gesù narrati prima della Pasqua: la risurrezione del suo amico Lazzaro. Lazzaro è un caro amico di Gesù, il quale sa che sta per morire; si mette in cammino, ma arriva a casa sua quattro giorni dopo la sepoltura, quando ogni speranza è ormai perduta. La sua presenza però riaccende un po’ di fiducia nel cuore delle sorelle Marta e Maria (cfr vv. 22.27). Esse, pur nel dolore, si aggrappano a questa luce, a questa piccola speranza. E Gesù le invita ad avere fede e chiede di aprire il sepolcro. Poi prega il Padre e grida a Lazzaro: «Vieni fuori!» (v. 43). E questi torna a vivere ed esce. Questo è il miracolo, così, semplice.

Il messaggio è chiaro: Gesù dà la vita anche quando sembra non esserci più speranza. Capita, a volte, di sentirsi senza speranza – a tutti è capitato questo –, oppure di incontrare persone che hanno smesso di sperare, amareggiate perché hanno vissuto cose brutte, il cuore ferito non può sperare. Per una perdita dolorosa, una malattia, una delusione cocente, per un torto o un tradimento subito, per un grave errore commesso… hanno smesso di sperare. A volte sentiamo qualcuno che dice: “Non c’è più niente da fare!”, e chiude la porta ad ogni speranza. Sono momenti in cui la vita sembra un sepolcro chiuso: tutto è buio, intorno si vedono solo dolore e disperazione. Il miracolo di oggi ci dice che non è così, la fine non è questa, che in questi momenti non siamo soli, anzi che proprio in questi momenti Lui si fa più che mai vicino per ridarci vita. Gesù piange: il Vangelo dice che Gesù, davanti al sepolcro di Lazzaro ha pianto, e oggi Gesù piange con noi, come ha potuto piangere per Lazzaro: il Vangelo ripete due volte che si commosse (cfr vv. 33.38) e sottolinea che scoppiò in pianto (cfr v. 35). E al tempo stesso Gesù ci invita a non smettere di credere e di sperare, a non lasciarci schiacciare dai sentimenti negativi, che ti tolgono il pianto. Si avvicina ai nostri sepolcri e dice a noi, come allora: «Togliete la pietra» (v. 39). In questi momenti noi abbiamo come una pietra dentro e l’unico capace di toglierla è Gesù, con la sua parola: “Togliete la pietra”.

Questo dice Gesù, anche a noi. Togliete la pietra: il dolore, gli errori, anche i fallimenti, non nascondeteli dentro di voi, in una stanza buia e solitaria, chiusa. Togliete la pietra: tirate fuori tutto quello che c’è dentro. “Ah, mi dà vergogna”. Gettatelo in me con fiducia, dice il Signore, io non mi scandalizzo; gettatelo in me senza timore, perché io sono con voi, vi voglio bene e desidero che torniate a vivere. E, come a Lazzaro, ripete a ognuno di noi: Vieni fuori! Rialzati, riprendi il cammino, ritrova fiducia! Quante volte, nella vita, ci siamo trovati così, in questa situazione di non avere forza per rialzarci. E Gesù: “Vai, vai avanti! Io sono con te”. Ti prendo io per mano, dice Gesù, come quando da piccolo imparavi a fare i primi passi. Caro fratello, cara sorella, togliti le bende che ti legano (cfr v. 45); per favore, non cedere al pessimismo che deprime, non cedere al timore che isola, non cedere allo scoraggiamento per il ricordo di brutte esperienze, non cedere alla paura che paralizza. Gesù ci dice: “Io ti voglio libero, ti voglio vivo, non ti abbandono e sono con te! È tutto buio, ma io sono con te! Non lasciarti imprigionare dal dolore, non lasciar morire la speranza. Fratello, sorella, ritorna a vivere!” – “E come faccio?” – “Prendimi per mano”, e Lui ci prende per mano. Lasciati tirare fuori: e Lui è capace di farlo. In questi momenti brutti che succedono a tutti noi.

Cari fratelli e sorelle, questo brano del capitolo 11 del Vangelo di Giovanni, che fa tanto bene leggere, è un inno alla vita, e lo si proclama quando la Pasqua è vicina. Forse anche noi in questo momento portiamo nel cuore qualche peso o qualche sofferenza, che sembrano schiacciarci; qualche cosa brutta, qualche peccato vecchio che non riusciamo a tirare fuori, qualche errore di gioventù, non si sa mai. Queste cose brutte devono uscire. E Gesù dice: “Vieni fuori!”. Allora è il momento di togliere la pietra e di uscire incontro a Gesù, che è vicino. Riusciamo ad aprirgli il cuore e ad affidargli le nostre preoccupazioni? Lo facciamo? Riusciamo ad aprire il sepolcro dei problemi, siamo capaci, e a guardare oltre la soglia, verso la sua luce, o abbiamo paura di questo? E a nostra volta, come piccoli specchi dell’amore di Dio, riusciamo a illuminare gli ambienti in cui viviamo con parole e gesti di vita? Testimoniamo la speranza e la gioia di Gesù? Noi, peccatori, tutti? E anche, vorrei dire una parola ai confessori: cari fratelli, non dimenticatevi che anche voi siete peccatori, e siete nel confessionale non per torturare, per perdonare, e perdonare tutto, come il Signore perdona tutto. Maria, Madre della speranza, rinnovi in noi la gioia di non sentirci soli e la chiamata a portare luce nel buio che ci circonda.

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ieri, solennità dell’Annunciazione, abbiamo rinnovato la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, nella certezza che solo la conversione dei cuori può aprire la strada che conduce alla pace. Continuiamo a pregare per il martoriato popolo ucraino.

E restiamo vicini anche ai terremotati della Turchia e della Siria. A loro è destinata la speciale raccolta di offerte che si svolge oggi in tutte le parrocchie d’Italia. Preghiamo anche per la popolazione dello Stato del Mississippi, colpite da un devastante tornado.

Saluto tutti voi, romani e pellegrini di tanti Paesi, in particolare quelli di Madrid e di Pamplona e i messicani; come pure i peruviani, rinnovando la preghiera per la riconciliazione e la pace nel Perù. Dobbiamo pregare per il Perù, che sta soffrendo tanto.

Saluto i fedeli di Zollino, Rieti, Azzano Mella e Capriano del Colle, Bellizzi, Crotone e Castelnovo Monti con l’Unitalsi; e saluto i cresimandi di Pavia, Melendugno, Cavaion e Sega, Settignano e Prato; i ragazzi di Ganzanigo, Acilia e Longi; e l’Associazione Amici del Crocifisso delle Marche.

Rivolgo un saluto speciale alla delegazione dell’Aeronautica Militare Italiana, che celebra il centenario di fondazione. Formulo i miei auguri per questa ricorrenza e vi incoraggio ad operare sempre per la costruzione della giustizia e della pace.

Prego per tutti voi e fatelo per me. E a tutti auguro una buona domenica. Buon pranzo e arrivederci.

Papa Francesco


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