A tutto campo


Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della cerimonia per i cento anni dalla nascita di Chiara Lubich.

Trento, 25/01/2020

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Rivolgo a tutti un saluto di grande cordialità, un saluto al Sindaco e, attraverso di lui, a tutti i suoi concittadini; al presidente della Provincia, al presidente della Provincia di Bolzano. Un saluto particolare a Maria Voce, a Jesus Moran Cepedano.

 

Poc’anzi Maria Voce ha richiamato il carisma dell’unità di Chiara Lubich. È il tratto fondamentale della sua spiritualità, uno dei tratti fondamentali della sua spiritualità ed è la strada su cui ha camminato per tutta la sua vita, riuscendo a trasmetterne la necessità e l’urgenza a tante donne e tanti uomini.

 

Quel segno inconfondibile di Chiara Lubich è nato dalla sua Fede e, come sempre quando vi sono espressioni di fede in persone autentiche, in coscienza autentiche e sincere, si è riverberato sui comportamenti concreti, quotidiani. E ha avuto una refluenza poi su alcuni importanti riflessi di carattere sociale.

 

A Chiara Lubich non sono mai sfuggiti questi riflessi sociali. Sin dall’inizio del movimento, sin dal primo focolare, sin dai colloqui e i dialoghi con i co-fondatori, tra i quali, abbiamo visto un’immagine, c’era un costituente, Igino Giordani, che rimase colpito dai pensieri di Chiara, definendoli scrivendo “tanto ricchi di dottrina, di sapienza, di fuoco”.

 

Igino Giordani – che ho avuto la fortuna di conoscere da giovane e di incontrarlo più volte – affascinava con la sua travolgente semplicità e autenticità. Poc’anzi Maria Voce ha detto che Chiara Lubich ci ha lasciato il patrimonio inestimabile della sua vita esemplare. Potremmo utilizzare anche queste parole per Igino Giordani.

 

Abbiamo, poc’anzi, ricevuto alcune testimonianze della risposta agli insegnamenti di Chiara Lubich da persone che l’hanno conosciuta e da persone hanno praticato e continuano a praticare i suoi insegnamenti, che sono partecipi delle opere che lei ha avviato. Opere di grande solidarietà, di sostegno ai più deboli, di amicizia sincera realmente praticata.

 

Abbiamo ascoltato alcune esperienze fortemente coinvolgenti; quella dei due coniugi medici a Kinshasa è davvero coinvolgente, così come quella dell’amicizia sincera e profonda di Yacine e dei suoi amici; o come quella sul versante della professione di avvocato, o sull’economia, di solidarietà. Sono tutte declinazioni, negli ambiti più diversi della convivenza, del carisma e degli insegnamenti di Chiara Lubich.

 

L’unità, del resto - lo ha detto bene poc’anzi il Vescovo - non si ferma, non si esaurisce, nell’ambito della Chiesa, non si ferma dentro i suoi confini. Perché impegnativa, e richiede una coerenza di vita e di pensiero in ogni dimensione, in ogni momento in ogni versante della vita. L’unità – per chi sa interpretarla davvero – si traduce in fraternità. Verso tutti gli altri. A cominciare da chi ci sta vicino, cosa che talvolta è la più difficile. Senza pregiudizi né barriere. La fraternità è un valore universale, che non ammette confini o distinzioni.

 

Chiara Lubich, saggiamente, considerava la fraternità anche come “categoria politica”. Ebbe a manifestarlo sovente nei luoghi internazionali che frequentava e dove le è stata riconosciuta la qualità di “donna costruttrice di pace”. C’è un passo che vorrei leggere di Chiara Lubich a Stoccarda, nel 2004: “Espressione della fraternità in politica, è amare la patria, quella altrui come la propria: la più alta dignità, per l’umanità, sarebbe, infatti, quella di sentirsi un solo popolo, arricchito dalla diversità di ciascuno, e per questo, custode, nell’unità, delle differenti identità”.

 

Leggendo ed ascoltando queste parole viene da pensare che le tre parole chiave che la rivoluzione francese ha trasmesso alla modernità politica: libertà, uguaglianza, fraternità, hanno visto questo terzo termine, questo terzo concetto un po’ più indietro, quasi relegato in secondo piano per effetto degli interessi materiali delle nostre società. Per effetto forse anche del senso comune, ma è quello della fraternità un elemento cruciale della convivenza, è veramente un fondamento di civiltà; e anche un motore di benessere.

 

Basta riflettere che l’Europa, le relazioni della comunità internazionale, tutte le nostre democrazie hanno bisogno di questo senso di fraternità e insieme dei suoi interpreti generosi; perché, senza fraternità, rischiamo di essere esposti al dominio dei soli interessi, o delle paure, che nascono dai cambiamenti.

 

E rischiamo di non avere la forza per superare le disuguaglianze che sono crescenti, per risanare le fratture sociali, per impedire la legge del più forte.

 

L’altruismo, il dono, si confrontano da sempre con l’utilitarismo e l’individualismo; che, talvolta, appaiono come il metro del successo personale, nella vita quotidiana. In realtà, oggi come ieri.

 

Sono valori, quelli della fraternità e dell’altruismo, del dono, che Chiara Lubich ha riproposto con efficacia e con vigore, partendo da quell’abisso di umanità che era stata la guerra. La sua vocazione e il suo carisma nascono allora, sotto i bombardamenti, quella che davvero era la notte della ragione: l’Europa attraversata da volontà di potenza, nazionalismi trasformati in odio, propaganda di morte fino allo sterminio, fino all’Olocausto.

 

Contro quell’abisso parte il messaggio di fraternità, di riconciliazione, di unità di Chiara Lubich.

 

È stato un grande segno di speranza, che va vissuto e visto e ricordato perché ciascuno assuma le proprie responsabilità verso gli altri, a partire dalle generazioni più giovani, sovente più sensibili e più disponibili.

 

La vicenda umana, la storia, non è un recinto entro il quale ripararsi o rinchiudersi. È una strada all’aperto, nella quale poter essere protagonisti. Vorrei richiamare due cose che ha detto poc’anzi Maria Voce. L’”estremismo del dialogo” vissuto nella “cultura della fiducia” sono due indicazioni preziose, perché questo apre la condizione umana e le interrelazioni, e copre l’insufficienza di ciascuno nell’incontro con gli altri.

 

Gli uomini e le donne che hanno maggior coraggio sono coloro che avvertono la reciproca interdipendenza, che hanno la pazienza di costruire e la lungimiranza per guardare lontano. Per costruire ci vuole capacità di dialogo, occorre rispetto, ci vuole senso del proprio limite. Bisogna essere capaci di cercare le verità presenti negli altri, compresi coloro che non la pensano come noi. Questo è in realtà è il senso civile dell’unità e del carisma che Chiara Lubich ha manifestato e ha diffuso.

 

Vorrei ricordare che Chiara Lubich si è molto impegnata nell’ecumenismo, nel dialogo tra le confessioni cristiane, che pure sono state parte dei nazionalismi e dei Conflitti in Europa. Nel dialogo tra le religioni monoteiste con quelle orientali. Nel dialogo tra credenti e non credenti. In nome della comune appartenenza al genere umano.

 

Il dialogo tra le religioni, appare molto evidente oggi, in questa stagione storica, è decisivo per la pace. Chiara Lubich l’aveva intuito, con spirito di profezia.

 

Dobbiamo prosciugare, in base a queste indicazioni, a questi insegnamenti, a questi esempi, i bacini d’odio, che strumentalizzano, e stravolgono, i messaggi religiosi, esprimendo in contrasto con loro, volontà di sopraffazione, di annientamento e di morte.

 

Dallo spirito di fraternità dei Focolari è sorto un contributo allo sviluppo – teorico e pratico – dell’”economia di comunione”. Ne abbiamo ascoltato una testimonianza significativa.

 

È un orizzonte nuovo, ma tutt’altro che marginale nelle società, per le loro prospettive, per il loro futuro. È un elemento importante nella prospettiva di economie sostenibili che sono quelle naturalmente compatibili con l’ambiente, con gli equilibri ecologici, ma sono anche quelle che inducono la sostenibilità, è anche quella che fa superare le diseguaglianze, è quella che riesce a conciliare produzione e cura delle persone. È quella della responsabilità che avvertite in maniera crescente delle imprese, la responsabilità sociale delle imprese, che cresce per fortuna come consapevolezza. Nella eliminazione degli sprechi.

 

Non mancano le buone pratiche. Diffonderle è interesse di tutti. Se l’economia di comunione crescerà, si allargheranno anche l’eguaglianza, la giustizia e il benessere.

 

Chiara Lubich, orgoglio trentino – come hanno ben sottolineato il sindaco e il presidente della Provincia – ha avuto l’ispirazione, la visione e la capacità di fondare un Movimento così importante; che trasmette il suo carisma, che ha portato, e continua a portare, in tanti luoghi del mondo i suoi insegnamenti e l’efficacia dei suoi insegnamenti.

 

Si può essere forti, molto forti, pur essendo miti e aperti alle buone ragioni degli altri.

Anzi – in realtà – per dirla con sincerità, come dimostra la vita di Chiara Lubich, soltanto così si è davvero forti.



 

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Messaggio Cristiano
ANGELUS Piazza San Pietro Domenica, 14 Agosto 2022

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo della liturgia odierna c’è un’espressione di Gesù che sempre ci colpisce e ci interroga. Mentre è in cammino con i suoi discepoli, Egli dice: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Di quale fuoco sta parlando? E che significato hanno queste parole per noi oggi, questo fuoco che porta Gesù?

 

Come sappiamo, Gesù è venuto a portare nel mondo il Vangelo, cioè la buona notizia dell’amore di Dio per ciascuno di noi. Perciò ci sta dicendo che il Vangelo è come un fuoco, perché si tratta di un messaggio che, quando irrompe nella storia, brucia i vecchi equilibri del vivere, sfida a uscire dall’individualismo, sfida a vincere l’egoismo, sfida a passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla vita nuova del Risorto, di Gesù risorto. Il Vangelo, cioè, non lascia le cose come stanno; quando passa il Vangelo, ed è ascoltato e ricevuto, le cose non rimangono come stanno. Il Vangelo provoca al cambiamento e invita alla conversione. Non dispensa una falsa pace intimistica, ma accende un’inquietudine che ci mette in cammino, ci spinge ad aprirci a Dio e ai fratelli. È proprio come il fuoco: mentre ci riscalda con l’amore di Dio, vuole bruciare i nostri egoismi, illuminare i lati oscuri della vita - tutti ne abbiamo! -, consumare i falsi idoli che ci rendono schiavi.

 

Sulla scia dei profeti biblici – pensiamo per esempio a Elia e a Geremia – Gesù è acceso dal fuoco dell’amore di Dio e, per farlo divampare nel mondo, si spende in prima persona, amando fino alla fine, cioè fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). Egli è ricolmo di Spirito Santo, che è paragonato al fuoco, e con la sua luce e la sua forza svela il volto misericordioso di Dio e dà pienezza a quanti sono considerati perduti, abbatte le barriere delle emarginazioni, guarisce le ferite del corpo e dell’anima, rinnova una religiosità ridotta a pratiche esteriori. Per questo è fuoco: cambia, purifica.

 

Che cosa significa dunque per noi, per ognuno di noi – per me, per voi, per te -, che cosa significa per noi questa parola di Gesù, del fuoco? Ci invita a riaccendere la fiamma della fede, perché essa non diventi una realtà secondaria, o un mezzo di benessere individuale, che ci fa evadere dalle sfide della vita e dall’impegno nella Chiesa e nella società. Infatti – diceva un teologo –, la fede in Dio «ci rassicura, ma non come vorremmo noi: cioè non per procurarci un’illusione paralizzante o una soddisfazione beata, ma per permetterci di agire» (De Lubac, Sulle vie di Dio, Milano 2008, 184). La fede, insomma, non è una “ninna nanna” che ci culla per farci addormentare. La fede vera è un fuoco, un fuoco acceso per farci stare desti e operosi anche nella notte!

 

E allora possiamo domandarci: io sono appassionato al Vangelo? Io leggo spesso il Vangelo? Lo porto con me? La fede che professo e che celebro, mi pone in una tranquillità beata oppure accende in me il fuoco della testimonianza? Possiamo chiedercelo anche come Chiesa: nelle nostre comunità, ardono il fuoco dello Spirito, la passione per la preghiera e per la carità, la gioia della fede, oppure ci trasciniamo nella stanchezza e nell’abitudine, con la faccia smorta e il lamento sulle labbra e le chiacchiere ogni giorno? Fratelli e sorelle, verifichiamoci su questo, così che anche noi possiamo dire come Gesù: siamo accesi del fuoco dell’amore di Dio e vogliamo “gettarlo” nel mondo, portarlo a tutti, perché ciascuno scopra la tenerezza del Padre e sperimenti la gioia di Gesù, che allarga il cuore – e Gesù allarga il cuore! - e fa bella la vita. Preghiamo per questo la Vergine Santa: lei, che ha accolto il fuoco dello Spirito Santo, interceda per noi.

 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Desidero attirare l’attenzione sulla grave crisi umanitaria che colpisce la Somalia e alcune zone dei Paesi limitrofi. Le popolazioni di questa regione, che già vivono in condizioni molto precarie, si trovano ora in pericolo mortale a causa della siccità. Auspico che la solidarietà internazionale possa rispondere efficacemente a tale emergenza. Purtroppo la guerra distoglie l’attenzione e le risorse, ma questi sono gli obiettivi che esigono il massimo impegno: la lotta alla fame, la salute, l’istruzione.

 

Rivolgo un cordiale saluto a voi, fedeli di Roma e pellegrini di vari Paesi. Vedo bandiere polacche, ucraine, francesi, italiane, argentine! Tanti pellegrini. Saluto, in particolare, gli educatori e i catechisti dell’unità pastorale di Codevigo (Padova), gli universitari del Movimento Giovanile Salesiano del Triveneto e i giovani dell’unità pastorale di Villafranca (Verona).

 

E un pensiero speciale va ai numerosi pellegrini che oggi si sono radunati nel Santuario della Divina Misericordia a Cracovia, dove vent’anni fa San Giovanni Paolo II fece l’Atto di Affidamento del mondo alla Divina Misericordia. Più che mai vediamo oggi il senso di quel gesto, che vogliamo rinnovare nella preghiera e nella testimonianza della vita. La misericordia è la via della salvezza per ognuno di noi e per il mondo intero. E chiediamo al Signore, misericordia speciale, misericordia e pietà per il martoriato popolo ucraino.

 

Auguro a tutti una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci, anche ai ragazzi dell’Immacolata.

 

Papa Francesco 

 


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