Testimoni del nostro tempo


A LOPPIANO al tempo di Renata Borlone

 

All’inizio di questa sequenza di ricordi, mi sembra che ci sia una sola frase capace di esprimere pienamente quello che ho vissuto nella mia permanenza a Loppiano: "TIRAMI SU".

Gli ingredienti sono sempre gli stessi, tenendo conto che è importante mettere una giusta dose di . Posso dire che per tutto il tempo passato sia alla CHARIS di Albano Laziale che alla CLARITAS di Loppiano, mi è stato dato il dono di vivere quotidianamente un TIRAMI SU spirituale. All’inizio mi era difficile capire che innanzi tutto occorre adoperare una giusta dose di <mascarpone>, consistente nel mettere in luce la presenza di Dio in me. Questo l’ho imparato dall’amore vero e sincero che il mio prossimo mi ha regalato continuamente; un <amore> sempre nuovo e fattivo.

Mi sono sentito amato sempre e, poco per volta, sono stato obbligato a contraccambiare anch’io … divenendo, a mia insaputa, un TIRAMI SU per gli altri. Tutto ciò è avvenuto RECIPROCAMENTE. Questo significa vivere da veri cristiani!

"Avere il mal d’Africa" è una realtà da <provare per credere>. Anche per il TIRAMI SU spirituale vale la stessa cosa. Infatti, nonostante sia stato in Africa per tanti anni, a Loppiano ho dimenticato la mia Africa… grazie a Dio e a chi mi stava accanto.

Parola del Koko/Stagionato

 

Con RENATA BORLONE alla "Claritas" di Loppiano dal 1988 al 1991

 

Ho vissuto alla "CHARIS" (centro internazionale dei religiosi) per tre anni, a partire dal settembre 1979, con padre Bonaventura Marinelli, presso il convento dei Cappuccini di Albano Laziale. Ho trascorso poi sei mesi con Padre Novo – responsabile della branca internazionale dei Religiosi - e Frère Marcel Bourcereau, francese di San Gabriele, già missionario nel Gabon, presso il convento disabitato dei Frati Conventuali di Santa Maria in Albano Laziale. Insieme realizzavamo così il primo "focolare" dei religiosi. Dopo questo periodo ho fatto ritorno in Centrafrica.

Nel 1988, presso il Seminario della Yolé (Bouar), ci fu la solenne inaugurazione della cappella, con la partecipazione del card. Tomko e del superiore generale dei Cappuccini, p. Flavio Carraro. In quella occasione p. Flavio mi confidò che P. Bonaventura desiderava che io mi mettessi a disposizione della Claritas (comunità interreligiosa internazionale). Avuto il benestare del mio superiore provinciale di Genova, p. Vittore Ghelardi, in pochi giorni venne fissata la mia partenza …

Arrivai a Loppiano alla metà del 1988. Avrei dovuto rimanervi solo qualche giorno, per poi andare definitivamente a Fonjoumetaw (Cameroun) con p. Celso Corbioli, un religioso dell’OMI che attendeva da tempo un confratello. Ma p. Bonaventura si accordò con Padre Novo ed il Centro dei Religiosi di Roma per trattenermi a Loppiano … In seguito Lucio Dal Soglio mi scrisse  felicitandosi con me … perché invece di andare a Fonjoumetaw ero arrivato a Loppiano!

Ritrovarmi con P. Bonaventura fu per me una grande gioia.

 

Allora "Loppiano consisteva in un centinaio di ettari di terreno collinoso, attorno ad un’antica villa circondata da "loppi" (nome usato localmente per indicare l’acero campestre). Alla metà degli anni ’60 era divenuta la sede della scuola internazionale che l’Opera di Maria aveva trasferito qui da Grottaferrata. L’arrivo di un centinaio di giovani da tutto il mondo, di culture e razze diverse, con abitudini, gusti e mentalità differenti per trascorrere due anni – come aveva detto don Pasquale Foresi, allora Assistente del Movimento - in una profonda esperienza di vita cristiana nel lavoro, nello studio e nella contemplazione, non poteva non cambiare volto a quel luogo, un tempo definito da Papini: "triste e solitario".

Quando Renata Borlone vi giunse erano gli ultimi mesi del ’67; la villa e alcune case coloniche erano state ristrutturate e già erano sorte nuove costruzioni, in parte ad uso abitativo, in parte adibite ai lavori che le ragazze e i giovani svolgevano per guadagnarsi da vivere ed esprimere i loro talenti" (v. Il silenzio che si fa vita, p. 96).

 

A Loppiano le cosiddette Scuole di formazione sorgevano come "funghi": il "collège" per le ragazze e a "Campogiallo" per i ragazzi; i preti ebbero a disposizione, nella vicina Incisa Valdarno, il cosiddetto "Vivaio" dei Frati Minori, mentre i Religiosi si sistemarono nella cadente cascina di "Scaraggi" … I Volontari trovarono a Tracolle la cantina ove abitare e le Volontarie, con le colombaie, ebbero il loro daffare; anche  le due scuole degli adolescenti "Gen" trovarono la loro sistemazione … Nel frattempo le orchestre delle due famose batterie, rosse e verdi, esplosero per attrazione e vitalità.

 

Responsabile della Scuola per le focolarine era Renata Borlone, per i focolarini Gino Bonadimani, per i preti don Giò e per i religiosi p. Bonaventura, per i volontari sia maschili che femminili, non ricordo; so che la scuola delle religiose non era ancora aperta. I responsabili di queste scuole si ritrovavano periodicamente assieme per vedere come mettere in evidenza l’essere Chiesa viva con l’Amore Reciproco" … come una luce sul candelabro, alla vista di tutti i presenti e di quelli che sempre più venivano a osservare.

 

Incontrai Renata Borlone una settimana dopo il mio arrivo. Essa dal vicino Collège era venuta per conferire con p. Michel, che regolarmente dava corsi di Storia Sacra e della Chiesa alle ragazze. Il padre seguiva un testo di studio forse troppo "alla lettera" … Renata molto delicatamente gli fece notare che non bisogna insistere sulla "divisione" … non tanto su quello che ci separa dai protestanti, ma piuttosto su quello che ci unisce ed è di più.

Terminato il loro incontro, mi presentai a Renata: le dissi di essere arrivato dal Centrafrica e che già ero stato con p. Bonaventura alla Charis di Albano Laziale. Le assicurai la mia "unità" nell’Ideale del Carisma di Chiara Lubich. Un incontro di cortesia e di fraternità. In seguito, avremmo avuto altre occasioni per fare conoscenza.

 

Come "secondo", mai nominato (!?), ho partecipato due volte alle riunioni dei responsabili, essendo assente p. Bonaventura. E’ stata un’esperienza quanto mai interessante: tutti e sei ci si sentiva – e ci si metteva in Dio … innanzi tutto! – per essere "nuovi", come "Gesù" in dono reciproco. Ricordo che mi preparavo con un buon esame di coscienza per non portare alcuna traccia di "egoismo" nell’anima … Naturalmente chi manteneva viva l’assemblea era Renata o Gino. Tutti ci sentivamo liberi di esprimerci. Si percepiva la nostra vita "comunitaria" nelle singole scuole e nell’insieme, secondo i sette colori dell’"arcobaleno", … alla maniera di Dio Uno e Trino.

Quella mia presenza di tre anni e mezzo a Loppiano mi ha fatto dimenticare la vita del "tutto fare" africano. O per amore o per forza dovevo vivere il famoso "momento presente", vedendo me stesso e gli altri "nuovi".

 

Renata Borlone aveva una capacità straordinaria di "amare per prima", di "farsi uno adattandosi ad ognuno" … tenendosi in disparte. A questo proposito ricordo che una domenica – un anno dopo il mio arrivo a Loppiano, in occasione dell’Assemblea/Messa nel salone san Benedetto, mi era stato dato l’incarico di presentare il piccolo gruppo dei Religiosi, in assenza di p. Bonaventura. Ringraziando Dio di poter incontrare centinaia di giovani, di fronte alla loro generosità mi sentivo tanto piccolo che il mio essere sacerdote era ben poca cosa e, facendo il paragone, quasi quasi mi sembrava di essere un pezzo da museo, nei confronti del loro amore reciproco… Finito il raduno, una persona che  da vent’anni viveva l’ "avventura" di Loppiano venne a complimentarsi con me.

 

Oggi, dopo tanti anni, nella biografia della Serva di Dio Renata Borlone "Il silenzio che si fa vita"(pag 83), leggo:

"Una notte svegliandomi verso le due – ricorda una focolarina - vidi la luce accesa nella mansarda che Renata aveva scelto per sé, dato che piccola e scomoda, voleva che non l’abitassero altri. La cosa mi sorprese. Salii in punta di piedi e socchiusi l’uscio per vedere se occorreva qualcosa. Era in ginocchio con le mani giunte, assorta in preghiera. La sua concentrazione era tale che prese anche me e restai a lungo immobile, in silenzio. Avevo l’impressione che il cielo fosse sceso in quella mansarda quasi attirato da lei. Quando poi, si volse e mi vide, ebbe un attimo di esitazione, poi disse: "Scusami sai, ma devo proprio ottenere una grazia! Però, per favore, tu non dirlo a nessuno!". Tutta la moltitudine di grazie del Buon Dio non potrebbe essere un segno delle preghiere di Renata e di tante altre persone che pregano per altri, specie sacerdoti?

 

Con Padre Bonaventura Marinelli, cappuccino, il domenicano francese p. Michel Lemonnier ed il sottoscritto, ormai "stabili", una dozzina di Religiosi, di diversa nazionalità e congregazione, cercavano insieme di vivere l’evangelico "Amore Reciproco": di accettarsi e di amarsi così come ciascuno è.

 

La nostra giornata cominciava alle sei e mezzo, con il saluto in Dio, in noi e tra noi. Alle otto e mezzo tutti si recavano al lavoro, assieme ai focolarini, mentre il sottoscritto si dava daffare in casa, tra pentole e tegami, sempre pronto ad andare alla stazione per ricevere i religiosi o a fare le compere presso la "Conad" di Incisa Valdarno … Inoltre cercavo di rafforzare la reciproca conoscenza con i più vicini, specie i coniugi Zaccaria e Rina, e di ricoprire l’incarico di "secondo" di P. Bonaventura Marinelli.

 

Ogni domenica mattina, da varie parti arrivavano i pullman che si sistemavano sul piazzale, di fronte al salone S. Benedetto; era tanta la gente che voleva partecipare ad una forte esperienza spirituale.

Logicamente durante la settimana, alla direzione di Loppiano arrivavano le telefonate e i fax per prenotare l’arrivo dei pellegrini. La responsabile della "cittadella", Renata Borlone, con un gruppo di responsabili dei vari settori, nella serata di sabato sceglieva e preparava coloro – due o tre persone - che avrebbero comunicato la loro esperienza di vita comunitaria, come semplice dono. Venivano scelti pure due focolarini e due focolarine per ogni pullman, che si tenessero pronti all’accoglienza, per eventuali richieste e spiegazioni. All’incontro del sabato partecipava anche il sacerdote che avrebbe celebrato e detto la sua omelia … "in sintonia" con le esperienze dei giovani e in relazione con il video che Chiara Lubich avrebbe presentato, sul dono dell’Amore Reciproco. Per due volte è toccato anche a me di celebrare la S. Messa della domenica nel Salone.

 

Lo scopo dell’Assemblea domenicale a Loppiano era mostrare ai presenti e far gustare che le parole di Chiara Lubich si radicano nell’"esperienza di vita", confermata dal Vangelo. Singolare era anche il comportamento degli abitanti stabili di Loppiano, che si "mescolavano" con la gente … proprio come il "lievito" nella pasta. Si può dire che tutti i presenti si sentivano immersi in un"bagno"di comunione di amore … restando a "bocca aperta"!

 

Per dare inizio all’avventura di Loppiano erano venute da Bergamo varie famiglie di operai: i Piazza, i Bigoni, i Balduzzi ecc. che da tempo erano affascinati dall’Ideale di Chiara Lubich. Tra questi i Bigoni avevano una figlia – Chiaretta – con un male genetico per cui non poteva respirare normalmente: un handicap che aumentava la sofferenza della separazione dal paese natio. Subito presero la residenza proprio nella cascina denominata "Scaraggi" – la stessa che in seguito avremmo abitato noi religiosi.

Ho sentito dire che fin dall’inizio, ogni tanto, il gruppo del Gen Rosso andava a cantare sotto la finestra della stanza dove dimorava Chiaretta ammalata. Poco dopo cambiarono dimora, per sistemarsi sulle alture. Ben presto Chiaretta passò all’altra vita; ma anche Aurelio diede segni della stessa malattia. Varie volte sono andato a portargli la Comunione. Aveva circa vent’anni, ma sembrava un bambino. Aurelio è partito alla nuova vita poco prima che la nostra Renata ci lasciasse.

 

Un giorno presso la sede di Scinti, responsabile del ramo maschile, ho partecipato all’incontro con il card. Poupard. Veniva da Parigi, dove aveva assistito all’inaugurazione di una pagoda di buddisti, due dei quali, poco tempo prima, erano venuti a Loppiano e vi si erano fermati qualche giorno. La sua presenza ci ha manifestato l’importanza di partecipare alla vita "comunitaria cristiana", dove si cerca di vivere il Comandamento Nuovo dell’Amore reciproco.

 

Una volta, andando a Campogiallo, ho incontrato un uomo alto due metri, che si doveva abbassare per ascoltare un altro che gli parlava … poco distante c’era un’altra persona. A pranzo sono venuto a sapere che il re Baldovino da vari giorni si trovava a Loppiano, accompagnato dal suo maggiordomo. In Belgio si sapeva da tempo che la coppia regale era in relazione col Movimento di Chiara Lubich.

 

Nel 1989 la nostra casa colonica di "Scaraggi" è stata ristrutturata. Quindi noi abbiamo dovuto sloggiare e trasferirci nei locali di San Vito, che fungeva da parrocchia, anche se in pratica ogni assemblea liturgica si svolgeva a Campogiallo. E’ stato facile sistemarci. Sono stati fatti dei nuovi servizi igienici. Per la cucina poi me la sono cavata con le marmitte portate da Scaraggi … Mentre i religiosi si sono sistemati in vari locali a loro disposizione, il sottoscritto ha fatto la "trovata" di andare in soffitta, come in una comoda mansarda, dal nome romantico di "Tenda di Gheddafi".

 

La nostra abitazione aveva ad ovest le casette dell’orchestra femminile "Gen Verde" e ad est la casa denominata "Emmaus", che in seguito avrebbe ospitato la Scuola delle religiose. Più a sud c’era il cimitero che, con l’andare del tempo, assicurava la stabilità della vita evangelica a tutti gli abitanti di Loppiano. Un vero luogo di Santi, dove spesso andavo a ristorarmi spiritualmente … specie dopo che il corpo di Renata Borlone vi riposava sotto la scritta di Maria SS.ma, che "meditava e conservava la Parola di Dio nel cuore". 

 

Su richiesta di Valerio Ciprì, alias Lode, direttore del complesso del Gen Rosso, andavo a incontrare i giovani o a celebrare la Messa, specie quando stavano preparando le tournée nei centri italiani o esteri. Tutti hanno sentito parlare di questo complesso – come di quello del Gen Verde, formato dalle ragazze. Il loro scopo è quello di affascinare la gioventù con la voce, il loro modo di esprimersi e specialmente l’amore reciproco.

Alla mia domanda: "Come si realizza tra voi l’Amore Reciproco?" Lode ha risposto: "Innanzi tutto ne siamo convinti". In particolare mi ha assicurato che – e me n’ero accorto in varie occasioni – a metà concerto/esibizione si ritrovavano nel retro, per rinnovare il Patto di Misericordia, che consiste nel rivedersi sempre nuovi e… vedere gli altri sempre nuovi. Durante l’esibizione osservava il comportamento di ogni orchestrale … il ricominciare sempre da capo e rivedersi sempre nuovi in Dio naturalmente è di capitale importanza.

 

Il Primo Maggio a Loppiano c’è il pieno per tutta la giornata e i due Complessi Orchestrali attirano tanta gente. Tutto è preparato con cura e chi è stato scelto per dire la propria esperienza di vita deve farlo con poche parole, ben scelte "nell’Amore Reciproco".

Ricordo che il Primo Maggio del 1990 il cielo era plumbeo e l’acqua sembrava sospesa, pronta a cadere. L’ora di iniziare era imminente e tutti avevamo il cuore in ansia, mentre Renata con il megafono assicurava che non doveva piovere … semplicemente perché eravamo tutti lì per Lui. Così accadde e ben presto venne il sole e iniziarono le manifestazioni con la gioia di tutti.

All’aperto c’erano alcuni box provvisori per le confessioni, con altrettanti sacerdoti in attesa. Io ho visto una persona passarmi davanti, dall’aspetto insicuro, e l’ho chiamata. "Venivo da Bologna con il treno e alla stazione di Incisa Valdarno, vedendo che tutti scendevano, anch’io lo feci, anche se dovevo proseguire. Quella marea di gente mi indicava qualche raduno interessante … Ho seguito quanto è stato detto finora e, specie, mi hanno fatto impressione coloro che parlavano e come si esprimevano. Ho subito capito che Dio mi attendeva qui, erano almeno vent’anni che avevo lasciato la pratica religiosa, ora sono decisa a ricominciare …" Non mi è rimasto che aggiungere: "Hai vicino Dio che ti attendeva, diGli di sì, abbandonati alla Sua Bontà e Misericordia: ascoltaLo bene, perché vuole e sa farti nuova … Io ti assolvo dal tuo male …" Mai mi era successo di ascoltare una confessione così vera e ridotta ai minimi termini!

 

Per dire l’atmosfera di Loppiano, posso affermare, a gloria di Dio, che anche in mezzo ai fornelli, mentre stavo preparando il cibo ai miei compagni … ogni tanto capitava qualcuno che mi chiedeva di dargli l’assoluzione … Veramente si viveva con Dio al lavoro tra noi e … l’Africa la sentivo distante!

 

Non posso dimenticare che alla fine dell’anno 1989, a Campogiallo, Babbo Natale ci ha festeggiati tutti insieme e singolarmente … ricevendo ognuno per sé – adatto a sé - un regalino, con il battimani di tutti! Veramente ci sentivamo "famiglia"… All’inizio del Nuovo anno dalla riviera adriatica ci sono arrivati 3.500 panettoni, che abbiamo diviso tra i 700 abitanti … più di dieci panettoni per ognuno!

 

La "Claritas" - scuola dei religiosi - si trova tra Campogiallo e il Collège e attorno ha un terreno vasto, in parte boschivo, che a volte percorrevo liberamente. Ogni tanto incontravo un pastore con poche decine di pecore; si chiamava Goretti ed era originario di Nettuno. Il recinto con la tettoia non lo si notava facilmente. Varie volte abbiamo chiacchierato assieme e sono andato anche a casa sua, per fare conoscenza della moglie. Erano simpaticissimi! L’incontro con il pastore a Loppiano mi riportava alle parabole di Gesù, il buon Pastore.

Tutta la zona di Loppiano era "riserva di caccia" per la fauna minuta, come fagiani e conigli, che si vedevano ovunque. L’ex convento dei Frati Minori, denominato "Vivaio", si trova in basso in città e non fa parte di Loppiano, ma vi appartiene a pieno titolo dal momento che è diventato la Scuola dei Preti che cercano di vivere la Spiritualità dell’Unità di Chiara Lubich. Nel 1988 era parroco Don Leone, che per il 13 giugno mi ha invitato a fare un Triduo in preparazione alla festa di Sant’Antonio.

Don Mario Strada, che era il parroco degli agglomerati urbani, tutte le frazioni di Loppiano, a volte mi chiedeva di andare a celebrare la Messa domenicale in una chiesa dove nel soffitto c’era scritto: "La mia notte non ha oscurità", riferendosi a Gesù Abbandonato, che Chiara in un CH aveva citato.

 

Da tempo i giornali ne parlavano: e c’era pure chi sussurrava che la nuova e definitiva "Discarica" sarebbe stata fatta nelle vicinanze di Loppiano e non distante dal fiume Arno. In un primo tempo la notizia sembrava una "boutade" (una farsa, al dire dei francesi) perché l’ampio terreno era un ammasso di argilla che facilmente avrebbe inquinato il fiume Arno … Oppure si trattava di voci di persone contrarie alla "cittadella" di Loppiano e specie ai due complessi orchestrali del Gen Rosso e Gen Verde … Chiara Lubich ne venne a conoscenza e, da persona con i piedi ben posati per terra, radunò i responsabili di Loppiano e propose loro di preparare un video, dove si mettesse in evidenza che le case di abitazione erano nella zona prestabilita per la discarica; in più aggiunse di organizzare a Firenze una conferenza stampa, presenti tutte le testate dei quotidiani della regione.

Nello stesso tempo Umberto Giannettoni, il "factotum" della cittadella, faceva attenzione ad osservare se si vedevano degli insoliti veicoli nelle vicinanze. In poco tempo ne vide due fermarsi al di là della collina; e così venne a sapere che in realtà stavano scegliendo il luogo preciso della futura discarica.

Avvisata Chiara Lubich, convocò subito i responsabili della cittadella, organizzando al più presto un’ampia dimostrazione pubblica nel centro del paese, avvisando le autorità civili del comune. Immediatamente i responsabili con le rispettive scuole ci siamo radunati nel grande Salone San Benedetto. Tutti assieme, come gioiosi ragazzi, abbiamo ascoltato Renata che "titubante" ci raccomandava di non mettere troppo l’accento su "discarica no!" detto e ridetto, ma di pronunciare le parole … "con amore!", aggiungendo che non volevamo offendere alcuno …

A pagina 155 del testo "Il silenzio che si fa vita: la "giornata" di Renata Borlone", leggiamo: "E’ il mattino del 4 novembre’89, con un tempo a momenti piovoso già due ore prima dell’inizio. Davanti alla Scuola "Vinea Mea" dei preti c’è un furgone di carabinieri con l’incarico di mantenere l’ordine durante la dimostrazione. I partecipanti - 2.500 – hanno un’espressione serena, anche quelli a tratti emblematica da maschere antigas, e molte persone affacciate alla finestra applaudono gioiosamente. "La si direbbe una festa – dicono molti - , non una manifestazione di protesta". Il principale discorso è stato dell’onorevole Carlo Casini : "La Mariapoli non appartiene al nostro Comune, ma al mondo intero, non possiamo distruggere ciò che non è nostro. E’ una ricchezza per tutti, qualcosa che unisce, una realtà di vita da tutelare. Le migliaia di persone che affluiscono qui settimanalmente vogliono che Loppiano e i suoi abitanti continuino a vivere". Conclusione; la discarica non si farà.

 

Proprio dopo la manifestazione contro la discarica, Renata appare stanca; molti pensano che sia la conseguenza di una simile giornata. Nessuno però sa che da due giorni Renata ha la certezza che la sua esistenza è entrata nella fase finale. La sera prima ha infatti scritto nel suo Diario : "Ieri l’annuncio di una probabile grave malattia. Eterno Padre in nome di Gesù e in unità con Chiara, ti chiedo di condurmi passo passo a compiere bene la tua volontà. Che tutto si compia senza dare la minima preoccupazione. Che questo non rimanga parola vana".

Qui mi fermo e mi porto indietro a quel giorno di trent’anni fa, quando immediatamente la faccenda "discarica" scompare e, quasi improvvisamente, si sussurra ovunque della malattia di Renata. Da Roma, inviata da Chiara Lubich, arriva Natalia, con una lettera per Renata:

Carissima Renata, vero che tu vuoi amare solo Gesù abbandonato?

Anzi che non ti tiri indietro nemmeno se oggi Egli vuole che tu lo ami "come prima e più di prima". Sono sicura di sì. Ed è per questo che ti scrivo serenamente questa lettera. Devo dirti infatti Renatina, … che sta aprendosi per te una nuova tappa del santo viaggio. Infatti c’è una nuova volontà di Dio da abbracciare subito e con gioia. E’ questa: Gesù ti manifesta il suo amore, mandandoti a dire che (come penso sai) c’è una ricaduta nella malattia precedente, ma è una cosa seria. Occorre essere pronti a tutto quello che Egli vorrà e sarà solo amore. Naturalmente si farà ogni cosa – com’è nostro dovere - per estirpare il male, se e come è possibile. Ma tu accetta subito ogni cosa e va al di là del dolore.

E andiamo avanti, Renatina, senza troppo analizzare, con lo sguardo in quello del nostro Sposo, come degne focolarine. Che la nostra Mamma ti dia e ci dia di dare la più bella lezione a Loppiano e soprattutto alle nuove focolarine: la lezione della vita. Inutile dirti che sono con te. Quello che più mi interessa è tenerti sempre Gesù in mezzo, fare ogni passo assieme. Questo per oggi. Domani vedremo. Non andiamo più in là del presente.

Ti abbraccio, Renatina. Mandami a dire qualcosa.

Nel Dio della speranza. Chiara

La RISPOSTA di RENATA fu immediata: " La morte è vita. Non sento la morte, sento la vita. Questo voglio testimoniare: che la morte è vita!".

 

Si seppe subito che un brutto tumore aveva invaso il corpo di Renata. Ogni abitante della Mariapoli, almeno di sfuggita, cercava di visitare il SS. mo per dare all’inferma la forza di vivere e restare in quel SI’ … fino alla fine.

Padre Bonaventura non era presente. La notizia della morte si sparse fulminea. Renata si era addormentata in Dio dopo una miracolosa telefonata, con cui Chiara Lubich l’aveva fatta risorgere dal profondo coma, per dire "SI’" assieme alla Volontà di Dio. Telefonai subito al Centro dei Religiosi ad Albano, per sapere come dovevo comportarmi riguardo alla "corona di fiori". Mi risposero di uniformarmi a quello che avrebbero deciso i Preti.

In attesa del funerale nel Salone S. Benedetto, noi religiosi cercavamo di vivere al massimo l’Amore Reciproco, perché tutto si svolgesse "come in cielo così in terra". Intanto da Roma arrivarono con Chiara Lubich e Don Foresi tutte le prime compagne di Chiara.

Naturalmente cercai di avere a disposizione il necessario per un pranzo che fosse adatto alla circostanza e pensai al risotto. Il funerale è stato una vera festa. Alla celebrazione eucaristica erano presenti tutti i sacerdoti focolarini, i preti della scuola e i religiosi sacerdoti. Il sottoscritto scelse di rimanere nell’assemblea. Ricordo che Chiara Lubich si trovava in prima fila, vicino alla mamma di Renata, confortandola. Poco distanti c’erano i due fratelli, arrivati da Civitavecchia.

I canti erano tutti di gioia cristiana, scelti tra quelli dei due Complessi Gen Verde/Rosso. Terminato il Sacro Rito uscii subito per preparare il pranzo, mentre con calma,  pregando e cantando, tutta la gente accompagnava la Salma al cimitero.

In seguito ho visitato occasionalmente il posto dove le spoglie di Renata riposano, tra tanti fiori sempre freschi. Accanto si legge il programma di vita terrena che Renata ha realizzato in pieno: "Maria … conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore".

 

Nonostante sia passato tanto tempo, non posso dimenticare Loppiano, dove ho trascorso tre anni nella comunità dei religiosi con Padre Bonaventura. Molte volte, finite le pulizie della casa, sentivo il bisogno di andare nel vicino boschetto e di sedere su una pietra, sempre pronta, per respirare a pieni polmoni e godere il canto degli uccelli che svolazzavano tra i rami … Era la "siesta" preferita. L’Africa era tanto distante e nemmeno la sognavo.

Ora ho una voglia matta di sentirmi "vivo" per prepararmi all’INCONTRO FINALE. Sono convinto che il Suo Sguardo – come un lazer penetrante - ci attirerà a Sé definitivamente.

Che fare? Sento il bisogno - e mi fa tanto bene – di ripensare a Loppiano, quando lo slogan era: "Attenzione al fratello che ti sta vicino o che, per caso, ti passa accanto". E’ l’originale e il perenne annunzio di Gesù, l’Uomo/Dio, che ha dato questa "regola di vita" ai suoi seguaci.

Tu che leggi, ti prego, mettiamoci d’accordo: io per te e tu per me. Ricordiamoci al Buon Dio, che fa sempre le cose per bene! Grazie! 

 

Conclusione

IERI, trent’anni fa, a Berberati in Centrafrica avevo scritto un fascicolo intitolato BUCO NERO, dedicato al demonio che scimmiotta Dio col suo fare sornione e tenebroso.

OGGI, in data 30 luglio 2019, ANSA ha pubblicato questa notizia: "Il grande fisico Albert Einstein ha superato un altro esame sulla sua Teoria della Relatività su una stella che ruota intorno all’enorme Buco Nero, che si trova al centro della Via Lattea. Il Buco Nero si chiama , mentre la Stella si chiama, e si trova a circa 26.000 anni luce dalla Terra."

Gli astrologi affermano che il Buco Nero ha una massa di circa 4 milioni di volte quella del Sole. Sempre gli astrologi affermano che i Buchi Neri sono un banco di prova per testare il comportamento della gravità, che secondo l’insegnamento di Albert Einstein si deve alle convergenze nel tempo e nello spazio sul movimento delle masse. Questi Buchi Neri sono giganteschi aspirapolvere cosmici, con un’attrazione gravitazionale talmente elevata che nulla riesce a sfuggire al loro abbraccio, neanche la luce.

 

GESU’ presentando il suo "Messaggio Evangelico" usava parabole semplici, come il lievito, il seme di senapa, il chicco di grano … usando il <microscopio>. Oggi, il macroscopio dell’astrologia con le galassie piene di stelle e di pianeti, sarebbe molto più comprensibile per presentare il Regno di Dio! Personalmente, l’equivoco nome di BUCO NERO lo trasformerei in ESPLOSIONE DI LUCE, tanto più che al dire di Einstein questo Buco Nero da aspirapolvere attira anche la Luce!

Allora sì che l’oscuro personaggio è assolutamente annientato, per mettere in evidenza il CROCIFISSO, MORTO E RISORTO, garanzia di VITA ETERNA!

Allora sì che la nostra Renata Borlone in punto di morte aveva ragione ad affermare : "La morte è Vita. Non sento la morte, sento la Vita! Questo voglio testimoniare, che la morte è Vita".



 

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Messaggio Cristiano
VEGLIA DI PREGHIERA PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO PER INVOCARE IL DONO DELLA PACE

Basilica di San Pietro
Sabato, 11 aprile 2026

Saluto del Santo Padre sul sagrato della Basilica prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro

Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!

Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.

Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.

Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.

Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.

Vi do da qui la benedizione, poi preghiamo insieme dalla Basilica e potete seguire con gli schermi. Grazie di nuovo per la vostra presenza.

[Benedizione]

Grazie a tutti, buona preghiera.

_____________________

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!