A tutto campo


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN MOZAMBICO, MADAGASCAR E MAURIZIO

4 - 10 SETTEMBRE 2019

 
 

VEGLIA CON I GIOVANI

Campo Diocesano di Soamandrakizay (Antananarivo) - Madagascar
Sabato, 7 settembre 2019

 

La ringrazio, Monsignore, per le Sue parole di benvenuto. Grazie a voi, cari giovani che siete venuti da ogni parte di questa bellissima isola, nonostante gli sforzi e le difficoltà che ciò comporta per molti di voi. Tuttavia, siete qui! Mi dà tanta gioia poter vivere con voi questa veglia alla quale il Signore Gesù ci invita. Grazie per i canti e per le danze tradizionali che avete eseguito con grande entusiasmo – non si sbagliavano quelli che mi hanno detto che avete una gioia e un entusiasmo straordinari!

 

Grazie, Rova Sitraka e Vavy Elyssa, per aver condiviso con tutti noi il vostro cammino di ricerca tra aspirazioni e sfide. Com’è bello incontrare due giovani con una fede viva, in movimento! Gesù ci lascia il cuore sempre in ricerca, ci mette in cammino e in movimento. Il discepolo di Gesù, se vuole crescere nella sua amicizia, non deve rimanere immobile, a lamentarsi e guardare a sé stesso. Deve muoversi, agire, impegnarsi, sicuro che il Signore lo sostiene e lo accompagna.

 

Per questo mi piace vedere ogni giovane come uno che cerca. Vi ricordate la prima domanda che Gesù rivolge ai discepoli sulla riva del Giordano? La prima domanda era: «Che cosa cercate?» (Gv 1,38). Il Signore sa che stiamo cercando quella «felicità per la quale siamo stati creati» e «che il mondo non ci potrà togliere» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 1; 177). Ognuno lo esprime in modi diversi, ma in fondo siete sempre alla ricerca di quella felicità che nessuno potrà toglierci.

 

Come ci hai detto tu, Rova. Nel tuo cuore, avevi da tanto tempo il desiderio di visitare i carcerati. Hai iniziato ad aiutare un sacerdote nella sua missione e, a poco a poco, ti sei impegnato sempre di più finché questa è diventata la tua missione personale. Hai scoperto che la tua vita era missionaria. Questa ricerca di fede aiuta a rendere migliore, più evangelico il mondo in cui viviamo. E quello che hai fatto per gli altri ti ha trasformato, ha cambiato il tuo modo di vedere e giudicare le persone. Ti ha resa più giusto e più umano. Hai compreso e hai scoperto come il Signore si è impegnato con te, donandoti una felicità che il mondo non ti potrà togliere (cfr ibid., 177).

 

Rova, nella tua missione, hai imparato a rinunciare agli aggettivi e a chiamare le persone col loro nome, come fa il Signore con noi. Lui non ci chiama col nostro peccato, con i nostri errori, i nostri sbagli, i nostri limiti, ma lo fa con il nostro nome; ognuno di noi è prezioso ai suoi occhi. Il diavolo, invece, pur conoscendo i nostri nomi, preferisce chiamarci e richiamarci continuamente coi nostri peccati e i nostri errori; e in questo modo ci fa sentire che, qualunque cosa facciamo, nulla può cambiare, tutto rimarrà uguale. Il Signore non agisce così. Il Signore ci ricorda sempre quanto siamo preziosi ai suoi occhi, e ci affida una missione.

 

Rova, tu hai imparato a conoscere non solo le qualità, ma anche le storie che si nascondono dietro ogni volto. Hai messo da parte la critica veloce e facile, che sempre paralizza, per imparare una cosa che tante persone possono impiegare anni a scoprire. Ti sei reso conto che, in molte persone che sono in prigione, non c’era il male, ma delle cattive scelte. Hanno sbagliato strada, e lo sanno, ma adesso vogliono ricominciare.

 

Questo ci ricorda uno dei doni più belli che l’amicizia con Gesù può offrirci. «Lui è in te, Lui è con te e non se ne va mai. Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il Risorto, che ti chiama e ti aspetta per ricominciare» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 2) e per affidarti una missione. È il regalo che Egli invita tutti noi a scoprire e a celebrare quest’oggi.

 

Sappiamo tutti, anche per esperienza personale, che ci si può smarrire e correre dietro a illusioni che ci fanno promesse e ci incantano con una gioia appariscente, una gioia rapida, facile e immediata, ma che alla fine lasciano il cuore, lo sguardo e l’anima a metà strada. State attenti a coloro che vi promettono strade facili e poi vi lasceranno a metà strada! Quelle illusioni che, quando siamo giovani, ci seducono con promesse che ci anestetizzano, ci tolgono la vitalità, la gioia, ci rendono dipendenti e ci chiudono in un circolo apparentemente senza uscita e pieno di amarezza.

 

Un’amarezza, non so se sia vero... ma c’è il rischio per voi di pensare: “È così... niente può cambiare e nessuno ci può far nulla”. Soprattutto quando non si dispone del minimo necessario per combattere giorno per giorno; quando le effettive opportunità di studiare non sono sufficienti; o per coloro che si rendono conto che il loro futuro è bloccato a causa della mancanza di lavoro, della precarietà, delle ingiustizie sociali..., e che quindi sono tentati di arrendersi. State attenti davanti a quest’amarezza! State attenti!

 

Il Signore è il primo a dire: no, non è questa la via. Egli è vivo e vuole che anche tu sia vivo, condividendo tutti i tuoi doni e carismi, le tue ricerche e le tue competenze (cfr ibid., 1). Il Signore ci chiama per nome e ci dice: “Seguimi!”. Non per farci correre dietro a delle illusioni, ma per trasformare ognuno di noi in discepoli-missionari qui e ora. È il primo a confutare tutte le voci che cercano di addormentarvi, di addomesticarvi, di anestetizzarvi o farvi tacere perché non cerchiate nuovi orizzonti. Con Gesù, ci sono sempre nuovi orizzonti. Vuole trasformarci tutti e fare della nostra vita una missione. Ma ci chiede una cosa: ci chiede di non aver paura di sporcarci le mani, di non avere paura di sporcarci le mani.

 

Attraverso di voi, il futuro entra nel Madagascar e nella Chiesa. Il Signore è il primo ad avere fiducia in voi e invita anche voi ad avere fiducia in voi stessi, ad avere fiducia nelle vostre competenze e capacità, che sono tante. Vi invita a farvi coraggio, uniti a Lui per scrivere la pagina più bella della vostra vita, per superare l’apatia e offrire, come Rova, una risposta cristiana ai molti problemi che dovete affrontare. È il Signore che vi invita a essere i costruttori del futuro (cfr ibid., 174). Voi sarete i costruttori del futuro! Vi invita a portare il contributo che solo voi potete dare, con la gioia e la freschezza della vostra fede. A ognuno di voi – a te, a te, a te, a te,… - chiedo, e ti invito a chiederti: il Signore, può contare su di te? Il tuo popolo malgascio può contare su di te? La tua patria, il Madagascar, può contare su di te?

 

Ma il Signore non vuole avventurieri solitari. Ci affida una missione, sì, ma non ci manda da soli in prima linea.

Come ha detto bene Vavy Elyssa, è impossibile essere un discepolo missionario da solo: abbiamo bisogno degli altri per vivere e condividere l’amore e la fiducia che il Signore ci dà. L’incontro personale con Gesù è insostituibile, non in maniera solitaria ma in comunità. Sicuramente, ognuno di noi può fare grandi cose, sì; ma insieme possiamo sognare e impegnarci per cose inimmaginabili! Vavy l’ha detto chiaramente. Siamo invitati a scoprire il volto di Gesù nei volti degli altri: celebrando la fede in modo familiare, creando legami di fraternità, partecipando alla vita di un gruppo o di un movimento e incoraggiandoci a tracciare un percorso comune vissuto in solidarietà. Così possiamo imparare a scoprire e discernere le strade che il Signore vi invita a percorrere, gli orizzonti che Lui prepara per voi. Mai isolarsi o voler fare da soli! È una delle peggiori tentazioni che possiamo avere.

 

In comunità, cioè insieme, possiamo imparare a riconoscere i piccoli miracoli quotidiani, come pure le testimonianze di com’è bello seguire e amare Gesù. E questo spesso in maniera indiretta, come nel caso dei tuoi genitori, Vavy, che, pur appartenendo a due tribù diverse, ognuna con le sue usanze e i suoi costumi, grazie al loro reciproco amore hanno potuto superare tutte le prove e le differenze, e indicarvi una bella via su cui camminare. Una via che viene confermata ogni volta che vi donano i frutti della terra perché siano offerti all’altare. Quanto c’è bisogno di queste testimonianze! O come tua zia e le catechiste e i sacerdoti che le hanno accompagnate e sostenute nel processo della fede. Tutto ha contribuito a generare e incoraggiare il vostro “sì”. Tutti siamo importanti, tutti, tutti siamo necessari e nessuno può dire: “non ho bisogno di te”. Nessuno può dire: “Io non ho bisogno di te”, oppure “non fai parte di questo progetto d’amore che il Padre ha sognato creandoci”.

 

Adesso vi lancio una sfida: vorrei che tutti insieme dicessimo: nessuno può dire: “non ho bisogno di te”. Tre volte … [lo ripetono tre volte] Siete stati bravi!

Siamo una grande famiglia – sto per finire, tranquilli, perché fa freddo… [ridono] – e possiamo scoprire, cari giovani, che abbiamo una Madre: la protettrice del Madagascar, la Vergine Maria. Sono sempre stato colpito dalla forza del “sì” di Maria da giovane – era giovane come voi. La forza di quell’ “avvenga per me secondo la tua parola” che lei dice all’angelo. Non era un “sì” tanto per dire: “beh, vediamo un po’ che cosa succede”. No. Maria non conosceva l’espressione: “Vediamo che cosa succede”. Lei ha detto “sì”, senza giri di parole. È il “sì” di coloro che vogliono impegnarsi e che sono disposti a rischiare, che vogliono scommettere tutto, senza altra sicurezza che la certezza di sapere che sono portatori di una promessa. Quella ragazza di Nazareth oggi è la Madre che veglia sui suoi figli che camminano nella vita spesso stanchi, bisognosi, ma che desiderano che la luce della speranza non si spenga. Questo è ciò che vogliamo per il Madagascar, per ciascuno di voi e per i vostri amici: che la luce della speranza non si spenga. Nostra Madre guarda questo popolo di giovani che lei ama, che la cercano anche facendo silenzio nel cuore benché ci sia molto rumore, conversazioni e distrazioni lungo la strada; e la supplicano affinché la speranza non si spenga (cfr Christus vivit, 44-48).

 

A lei voglio affidare la vita di tutti e ciascuno di voi, delle vostre famiglie e dei vostri amici, perché non vi manchi mai la luce della speranza e il Madagascar possa essere sempre più la terra che il Signore ha sognato. Che lei vi accompagni e vi protegga sempre.

E per favore non dimenticatevi di pregare per me.

 

 

 

SANTA MESSA PER IL PROGRESSO DEI POPOLI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Stadio di Zimpeto (Maputo)
Venerdì, 6 settembre 2019

 

Cari fratelli e sorelle!

Abbiamo ascoltato nel Vangelo di Luca un brano del cosiddetto “discorso della pianura”. Gesù, dopo aver scelto i suoi discepoli e aver proclamato le Beatitudini, aggiunge: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici» (Lc 6,27). Una parola rivolta oggi anche a noi, che Lo ascoltiamo in questo stadio.

 

E lo dice con chiarezza, semplicità e fermezza, tracciando un sentiero, una via stretta che richiede alcune virtù. Perché Gesù non è un idealista, che ignora la realtà; sta parlando del nemico concreto, del nemico reale, che aveva appena descritto nella Beatitudine precedente (6,22): colui che ci odia, ci mette al bando, ci insulta e disprezza il nostro nome come infame.

 

Molti di voi possono ancora raccontare in prima persona storie di violenza, odio e discordie; alcuni, nella loro stessa carne; altri, di qualche conoscente che non c’è più; e altri ancora per paura che le ferite del passato si ripetano e cerchino di cancellare il cammino di pace già percorso, come a Cabo Delgado.

 

Gesù non ci invita a un amore astratto, etereo o teorico, redatto su scrivanie per dei discorsi. La via che ci propone è quella che Lui stesso ha percorso per primo, la via che gli ha fatto amare quelli che lo tradivano, lo giudicavano ingiustamente, quelli che lo avrebbero ucciso.

 

È difficile parlare di riconciliazione quando sono ancora aperte le ferite procurate da tanti anni di discordia, oppure invitare a fare un passo di perdono che non significhi ignorare la sofferenza né chiedere che si cancelli la memoria o gli ideali (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 100). Nonostante ciò, Gesù invita ad amare e a fare il bene. E questo è molto di più che ignorare la persona che ci ha danneggiato o fare in modo che le nostre vite non si incrocino: è un mandato che mira a una benevolenza attiva, disinteressata e straordinaria verso coloro che ci hanno ferito. Gesù, però, non si ferma qui; ci chiede anche di benedirli e di pregare per loro, che cioè il nostro parlare di loro sia un dire-bene, generatore di vita e non di morte, che pronunciamo i loro nomi non per insulto o vendetta, ma per inaugurare un nuovo rapporto che conduca alla pace. Alta è la misura che il Maestro ci propone!

 

Con tale invito Gesù, lungi dall’essere un ostinato masochista, vuole chiudere per sempre la pratica tanto comune – ieri come oggi – di essere cristiani e vivere secondo la legge del taglione. Non si può pensare il futuro, costruire una nazione, una società basata sull’ “equità” della violenza. Non posso seguire Gesù se l’ordine che promuovo e vivo è questo: “occhio per occhio, dente per dente”.

 

Nessuna famiglia, nessun gruppo di vicini, nessuna etnia e tanto meno un Paese ha futuro, se il motore che li unisce, li raduna e copre le differenze è la vendetta e l’odio. Non possiamo metterci d’accordo e unirci per vendicarci, per fare a chi è stato violento la stessa cosa che lui ha fatto a noi, per pianificare occasioni di ritorsione sotto forme apparentemente legali. «Le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (ibid., 60). L’ “equità” della violenza è sempre una spirale senza uscita; e il suo costo, molto elevato. C’è un’altra strada possibile, perché è fondamentale non dimenticare che i nostri popoli hanno diritto alla pace. Voi avete diritto alla pace.

 

Per rendere il suo invito più concreto e applicabile nel quotidiano, Gesù propone una prima regola d’oro alla portata di tutti – «come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro» (Lc 6,31) – e ci aiuta a scoprire quello che è più importante in questa reciprocità di comportamento: amarci, aiutarci e prestare senza aspettare nulla in cambio.

 

“Amarci”, ci dice Gesù. E Paolo lo traduce come “rivestirci di sentimenti di misericordia e di bontà” (cfr Col 3,12). Il mondo ignorava – e continua a non conoscere – la virtù della misericordia, della compassione, uccidendo o abbandonando persone disabili e anziane, eliminando feriti e infermi, e divertendosi con le sofferenze inflitte agli animali. Allo stesso modo non praticava la bontà, la gentilezza, che ci spinge ad avere a cuore il bene del prossimo tanto quanto il proprio.

 

Superare i tempi di divisione e violenza implica non solo un atto di riconciliazione o la pace intesa come assenza di conflitto, implica l’impegno quotidiano di ognuno di noi ad avere uno sguardo attento e attivo che ci porta a trattare gli altri con quella misericordia e bontà con cui vogliamo essere trattati; misericordia e bontà soprattutto verso coloro che, per la loro condizione, vengono facilmente respinti ed esclusi. Si tratta di un atteggiamento non da deboli, ma da forti, un atteggiamento da uomini e donne che scoprono che non è necessario maltrattare, denigrare o schiacciare per sentirsi importanti; anzi, al contrario. E quest’atteggiamento è la forza profetica che lo stesso Gesù Cristo ci ha insegnato volendosi identificare con loro (cfr Mt 25,35-45) e mostrandoci che la via giusta è il servizio.

 

Il Mozambico possiede un territorio pieno di ricchezze naturali e culturali, ma paradossalmente con un’enorme quantità di popolazione al di sotto del livello di povertà. E a volte sembra che coloro che si avvicinano con il presunto desiderio di aiutare, abbiano altri interessi. Ed è triste quando ciò accade tra fratelli della stessa terra, che si lasciano corrompere; è molto pericoloso accettare che la corruzione sia il prezzo che dobbiamo pagare per gli aiuti esterni.

 

«Tra voi non sarà così» (Mt 20,26; cfr vv. 26-28). Con le sue parole, Gesù ci spinge ad essere protagonisti di un altro stile di vita, quello del suo Regno: qui e ora, semi di gioia e speranza, pace e riconciliazione. Ciò che lo Spirito viene a infondere non è un attivismo travolgente, ma, innanzitutto, un’attenzione rivolta all’altro, riconoscendolo e apprezzandolo come fratello fino a sentire la sua vita e il suo dolore come la nostra vita e il nostro dolore. Questo è il miglior termometro per scoprire le ideologie di ogni genere che cercano di manipolare i poveri e le situazioni di ingiustizia al servizio di interessi politici o personali (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 199). Solo così potremo essere, dovunque ci troveremo, semi e strumenti di pace e riconciliazione.

 

Vogliamo che la pace regni nei nostri cuori e nel palpito del nostro popolo. Vogliamo un futuro di pace. Vogliamo che «la pace di Cristo regni nei vostri cuori» (Col 3,15), come appunto diceva la Lettera di San Paolo. Egli usa un verbo che viene dal mondo dello sport e si riferisce all’arbitro che decide sulle cose discutibili: “possa la pace di Cristo essere l’arbitro nei vostri cuori”. Se la pace di Cristo è l’arbitro nei nostri cuori, allora quando i sentimenti sono in conflitto e ci troviamo indecisi tra due sensi opposti, “facciamo il gioco” di Cristo: la decisione di Cristo ci manterrà nella via dell’amore, nel sentiero della misericordia, nella scelta per i più poveri, nella difesa della natura. Nella via della pace. Se Gesù sarà l’arbitro tra le emozioni contrastanti del nostro cuore, tra le complesse decisioni del nostro Paese, allora il Mozambico ha assicurato un futuro di speranza; allora il vostro Paese potrà cantare a Dio, con gratitudine e di tutto cuore, salmi, inni e canti ispirati (cfr Col 3,16).

 

Ringraziamento del Santo Padre al termine della Messa

Al termine della mia visita, vorrei dire “grazie” a tutte le persone e le realtà che hanno collaborato per la sua realizzazione; a cominciare da questa Arcidiocesi di Maputo e dal suo Pastore, Monsignor Francisco Chimoio, che ringrazio per la fraterna ospitalità e anche per il gioioso saluto che mi ha appena rivolto a nome dei fratelli Vescovi e di tutto il popolo di Dio. Una parola di particolare gratitudine va al Signor Presidente Filipe Nyusi per la sua premurosa attenzione, sia a livello personale, sia attraverso le varie istituzioni governative e le forze di sicurezza della nazione. Ringrazio per il lavoro sacrificato e silenzioso dei membri del comitato organizzatore e di tanti volontari. Sono grato ai giornalisti e a tutta la brava gente che è uscita di casa per salutarmi.

 

Sorelle e fratelli, so che avete dovuto fare dei sacrifici per partecipare alle celebrazioni e agli incontri... e so che vi siete bagnati tutti, spero con acqua benedetta! Lo apprezzo e vi ringrazio di cuore. E sono grato anche a quanti non hanno potuto farlo per le conseguenze dei recenti cicloni: cari fratelli, ho sentito ugualmente il vostro sostegno! E dico a tutti: avete tanti motivi per sperare! L’ho visto e l’ho toccato con mano in questi giorni. Per favore, conservate la speranza; non lasciatevela rubare! E non c’è modo migliore per conservare la speranza che quello di rimanere uniti, affinché tutti i motivi che la sostengono si rafforzino sempre più in un futuro di riconciliazione e di pace in Mozambico. Dio vi benedica e la Vergine Madre vi protegga! E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.

 

Viaggio Apostolico del Santo Padre in Mozambico, Madagascar e Mauritius [4-10 settembre 2019]    

 

Mercoledì, 4 settembre 2019

ROMA - MAPUTO

8:00 Partenza in aereo dall’Aeroporto di Roma/Fiumicino per Maputo
18:30 Cerimonia di benvenuto all’Aeroporto di Maputo

 

Giovedì, 5 settembre 2019

MAPUTO

9:45 Visita di cortesia al Presidente nel Palazzo Ponta Vermelha
10:15 Incontro con le Autorità, la Società civile e il Corpo Diplomatico nel Palazzo Ponta Vermelha
11:00 Incontro interreligioso con i Giovani nel Pavillon Maxaquene
  Pranzo in Nunziatura
16:15 Incontro con i Vescovi, Sacerdoti, Religiosi/e, Consacrati e Seminaristi, Catechisti e Animatori nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione
17:25 Visita privata alla Casa “Matteo 25”

 

Venerdì, 6 settembre 2019

MAPUTO-ANTANANARIVO

8:45 Visita all'Ospedale di Zimpeto
10:00 Santa Messa nello Stadio di Zimpeto
12:25 Cerimonia di congedo all’Aeroporto di Maputo
12:40 Partenza dell’Aereo Papale per Antananarivo
16:30 Cerimonia di benvenuto nell’Aeroporto di Antananarivo

 

Sabato, 7 settembre 2019

ANTANANARIVO

9:30 Visita di cortesia al Presidente nel Palazzo Presidenziale “Iavoloha”
10:15 Incontro con le Autorità, la Società civile e il Corpo Diplomatico nel Ceremony Building
11:15 Ora Media nel Monastero delle Carmelitane Scalze
  Pranzo in Nunziatura
16:00 Incontro con i Vescovi del Madagascar nella Cattedrale di Andohalo
17:10 Visita alla tomba della Beata Victoire Rasoamanarivo
18:00 Veglia con i Giovani nel Campo Diocesano di Soamandrakizay

 

Domenica, 8 settembre 2019

ANTANANARIVO

10:00 Santa Messa nel Campo Diocesano di Soamandrakizay
12:00 Angelus
  Pranzo con il Seguito Papale in Nunziatura
15:10 Visita alla Città dell'Amicizia - Akamasoa
16:00 Preghiera per i Lavoratori nel Cantiere di Mahatzana
17:10 Incontro con i Sacerdoti, Religiosi/e, Consacrati e Seminaristi nel Collège Saint Michel

 

Lunedì, 9 settembre 2019

ANTANANARIVO-PORT LOUIS-ANTANANARIVO

7:30 Partenza in aereo per Port Louis
10:40 Cerimonia di benvenuto all’Aeroporto di Port Louis
12:15 Santa Messa al Monumento di Maria Regina della Pace
  Pranzo con i Vescovi della CEDOI nell’Episcopio
16:25 Visita privata al Santuario di Père Laval
16:55 Visita di cortesia al Presidente nel Palazzo Presidenziale
17:15 Incontro con il Primo Ministro nel Palazzo Presidenziale
17:40 Incontro con le Autorità, la Società civile e il Corpo Diplomatico nel Palazzo Presidenziale
18:45 Cerimonia di congedo all’Aeroporto di Port Louis
19:00 Partenza in aereo per Antananarivo
20:00 Arrivo all’Aeroporto di Antananarivo

 

Martedì, 10 settembre 2019

ANTANANARIVO-ROMA

9:00 Cerimonia di congedo all’Aeroporto di Antananarivo
9:20 Partenza in aereo per Roma/Ciampino
19:00 Arrivo all’Aeroporto di Roma/Ciampino

 



 

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Messaggio Cristiano
SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE

ANGELUS

Loggia Centrale della Basilica di San Pietro
Martedì, 6 gennaio 2026

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questo periodo abbiamo vissuto diversi giorni festivi e la solennità dell’Epifania, già nel suo nome, ci suggerisce che cosa rende possibile la gioia anche in tempi difficili. Come sapete, infatti, la parola “epifania” significa “manifestazione”, e la nostra gioia nasce da un Mistero che non è più nascosto. Si è svelata la vita di Dio: molte volte e in diversi modi, ma con definitiva chiarezza in Gesù, così che ora sappiamo, anche fra molte tribolazioni, di poter sperare. “Dio salva”: non ha altre intenzioni, non ha un altro nome. Viene da Dio ed è epifania di Dio solo ciò che libera e salva.

Inginocchiarsi come i Magi davanti al Bambino di Betlemme significa, anche per noi, confessare di avere trovato la vera umanità, in cui risplende la gloria di Dio. In Gesù è apparsa la vera vita, l’uomo vivente, ossia quel non esistere per sé stessi, ma aperti e in comunione, che ci fa dire: «come in cielo così in terra» (Mt 6,10). Sì, la vita divina è alla nostra portata, si è manifestata, per coinvolgerci nel suo dinamismo liberante che scioglie le paure e ci fa incontrare nella pace. È una possibilità, un invito: la comunione non può essere una costrizione, ma che cosa si può desiderare di più?

Nel racconto evangelico e nei nostri presepi, i Magi presentano al Bambino Gesù dei doni preziosi: oro, incenso e mirra (cfr Mt 2,11). Non sembrano cose utili a un bambino, ma esprimono una volontà che ci fa molto pensare, giunti al termine dell’Anno giubilare. Dona molto chi dona tutto. Ricordiamo quella povera vedova, notata da Gesù, che aveva gettato nel tesoro del Tempio le sue ultime monetine, tutto quello che aveva (cfr Lc 21,1-4). Non sappiamo che cosa possedessero i Magi, venuti dall’oriente, ma il loro partire, il loro rischiare, i loro stessi doni ci suggeriscono che tutto, davvero tutto ciò che siamo e possediamo, chiede di essere offerto a Gesù, tesoro inestimabile. E il Giubileo ci ha richiamato a questa giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire “ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio, più grandi dei nostri.

Carissimi, la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova. Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi. Cresca il suo Regno, si realizzino in noi le sue parole, gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace. Tessitori di speranza, incamminiamoci verso il futuro per un’altra strada (cfr Mt 2,12)

Catechesi del Santo Padre Leone XIV nell’Udienza generale

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Viviamo questo incontro di riflessione nell’ultimo giorno dell’anno civile, vicini al termine del Giubileo e nel cuore del tempo di Natale.

L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto Papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta. Alla sua conclusione, la Chiesa ci invita a mettere tutto davanti al Signore, affidandoci alla sua Provvidenza e chiedendogli che si rinnovino, in noi e attorno a noi, nei giorni a venire, i prodigi della sua grazia e della sua misericordia.

È in questa dinamica che si inserisce la tradizione del solenne canto del Te Deum, con cui stasera ringrazieremo il Signore per i benefici ricevuti. Canteremo: «Noi ti lodiamo, Dio», «Tu sei la nostra speranza», «Sia sempre con noi la tua misericordia». In proposito, osservava Papa Francesco che mentre «la gratitudine mondana, la speranza mondana sono apparenti, […] appiattite sull’io, sui suoi interessi, […] in questa Liturgia si respira tutta un’altra atmosfera: quella della lode, dello stupore, della riconoscenza» (Omelia dei Primi Vespri della Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio, 31 dicembre 2023).

Ed è con questi atteggiamenti che oggi siamo chiamati a meditare su ciò che il Signore ha fatto per noi nell’anno passato, come pure a fare un onesto esame di coscienza, a valutare la nostra risposta ai suoi doni e chiedere perdono per tutti i momenti in cui non abbiamo saputo far tesoro delle sue ispirazioni e investire al meglio i talenti che ci ha affidato (cfr Mt 25,14-30).

Questo ci porta a riflettere su un altro grande segno che ci ha accompagnato nei mesi scorsi: quello del “cammino” e della “meta”. Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo. Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1024). Chiederemo anche questo nella preghiera del Te Deum, quando diremo: «Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi». Non a caso San Paolo VI definiva il Giubileo un grande atto di fede in «attesa di futuri destini […] che fin d’ora noi pregustiamo, e […] prepariamo» (Udienza generale, 17 dicembre 1975).

E in tale luce escatologica di incontro fra finito e infinito si inquadra un terzo segno: il passaggio della Porta Santa, che in tanti abbiamo fatto, pregando e impetrando indulgenza per noi e per i nostri cari. Esso esprime il nostro “sì” a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo, infiammata dall’«amore a quel prossimo, nella cui definizione [è … ] racchiuso ogni uomo, […] bisognoso di comprensione, di aiuto, di conforto, di sacrificio, anche se a noi personalmente ignoto, anche se fastidioso e ostile, ma insignito dall’incomparabile dignità di fratello» (S. Paolo VI, Omelia in occasione della chiusura dell’Anno santo, 25 dicembre 1975; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1826-1827). È il nostro “sì” a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità.

Carissimi, noi meditiamo su questi segni nella luce del Natale. San Leone Magno, in proposito, vedeva nella festa della Nascita di Gesù l’annuncio di una gioia che è per tutti: «Esulti il santo – esclamava –, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita» (Primo discorso per il Natale del Signore, 1).

Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta (cfr Gv 1,14).

Per questo vorrei concludere ricordando le parole con cui San Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, ne descriveva il messaggio fondamentale: esso, diceva, è racchiuso in una parola: “amore”. E aggiungeva: «Dio è Amore! Questa è la rivelazione ineffabile, di cui il Giubileo, con la sua pedagogia, con la sua indulgenza, col suo perdono e finalmente con la sua pace, piena di lacrime e di gioia, ci ha voluto riempire lo spirito oggi, e sempre la vita domani: Dio è Amore! Dio mi ama! Dio mi aspettava e io l’ho ritrovato! Dio è misericordia! Dio è perdono! Dio è salvezza! Dio, sì, Dio è la vita!» (Udienza generale, 17 dicembre 1975). Ci accompagnino questi pensieri nel passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, e poi sempre, nella nostra vita.

LEONE XIV