Cronaca Bianca


La Shoah. Le lettere inedite di Gino Bartali, eroe romantico che salvò tutti con amore

Massimiliano Castellani, sabato 27 gennaio 2018

L'esempio del campione di ciclismo, grande nello sport e nella vita che mise al sicuro centinaia di ebrei. Ora vengono alla luce grazie alla nipote Gioia alcune sue lettere inedite

 
Le lettere inedite di Gino Bartali, eroe romantico che salvò tutti con amoreIl senso più profondo della vita e della sua fede incrollabile, Gino Bartali lo visse a 360 gradi. Anzi in 360 chilometri. Quelli percorsi nella tappa più importante a cui scelse di partecipare: la Firenze-Assisi, 180 km all’andata e altrettanti per fare ritorno, sano e salvo, nella sua casa fiorentina, dove ad attenderlo c’era l’unico grande amore, la moglie Adriana. Storia di una passione incredibile quella tra il campione e la compagna di un’esistenza che è stata unica, eroica e generosa e che riviviamo e rileggiamo, assieme a Gioia Bartali, la nipote del Ginettaccio (figlia di Andrea che è scomparso di recente). Gioia ha avuto in dono dalla nonna Adriana centinaia di lettere scritte da «nonno Gino», pregne di un romanticismo di cui ai giorni nostri si è davvero persa la memoria e che rivelano un altro lato poco noto del campione e dell’eroe che mise in salvo centinaia di ebrei altrimenti destinati ad essere vittime sacrificali dell’Olocausto. «Sono lettere in cui si parla di cose semplici, di sentimenti puri tra due eterni innamorati», dice Gioia mostrando per la prima volta a Avvenire questi preziosi e inediti documenti. Dall’epistolario che Gioia custodisce con altrettanto amore familiare, spuntano anche lettere di tifosi «ci sono slanci da fedelissimi ma anche parole critiche, come “Gino, dovevi attaccare prima il Coppi su quella salita”, oppure le lettere agli amici, tipo quella del 1941 indirizzata a Emiliano Berti al quale il nonno chiedeva di inviargli una copia del quotidiano Avvenire per leggere la “lettera” di papa Pio XII».
 

Bartali il Giusto ci parla ancora, anche attraverso questi testi brevi spediti da ogni parte, «da Tripoli come da Metz», luoghi in cui ha portato la sua anima bella in giro per il mondo, per «testimoniare » sempre, anche rimanendo in religioso silenzio. Lettere che il tempo non ha cancellato, così come non si cancella dalla Memoria quei 360 km di speranza che copriva pedalando con il coraggio «e anche con la paura di non tornare dal suo amore», con la benedizione per chi era in missione per conto di Dio. Per quella delicata azione di consegna dei documenti falsificati che consentirono agli ebrei di lasciare l’Italia, il vescovo di Firenze, cardinale Elia Dalla Costa si era rivolto, prima che al campione, al terziario carmelitano Gino Bartali. Così tra l’ottobre del 1943 e il giugno del 1944 «almeno una quarantina di volte» aveva compiuto quella pericolosissima ma inevitabile tratta. Mascherò finti allenamenti per restare in forma e prepararsi a vincere ancora tanto, dopo che aveva già conquistato due edizioni di fila del Giro d’Italia (1936 e ’37) e fatto infuriare i francesi, assai più che nella canzone che gli dedica Paolo Conte, trionfando al Tour del 1938: l’anno in cui Mussolini promulgò le leggi razziali.

 

Le leggi della vergogna che per annullarle e portare in salvo il maggior numero di ebrei e antifascisti, Bartali mise al servizio della Chiesa e di tutti gli uomini di buona volontà, il talento e la sua provata resistenza civile, oltre che fisica. Gino indossò la maglia della staffetta salvifica. Ad Assisi ad attenderlo c’era l’altro «Giusto» come lui riconosciuto dallo Yad Vashem, padre Rufino Niccacci. I documenti venivano stampati - su macchina Felix - dalla tipografia assisana, vicina alla cattedrale di Santa Chiara, di Luigi Brizi e il figlio Trento e Bartali li custodiva al prezzo della propria vita nella canna della bicicletta, sotto il sellino o dentro le impugnature del manubrio. Durante quell’epico viaggio, a Reggello lo attendeva il calzolaio dei ciclisti, Gennaro Cellai, la bottega dove Bartali faceva rifornimento, specie di informazioni sulle «strade da evitare» e gli appostamenti delle pattuglie dei nazifascisti.

 

Da Arezzo, seguendo la Statale 71 proseguiva in Umbria, ma prima di arrivare a Castiglion del Lago (dove aveva prestato servizio militare, portalettere nell’Aeronautica) c’era la puntuale sosta al bar della stazione di Terontola. Al bancone, l’amico Leo Lipparelli gli riempiva la borraccia e i tifosi lo abbracciavano festanti per creare la «bolgia» che dissipasse ogni sospetto da parte delle spie dell’Ovra, pronte all’inseguimento del campione, da tempo attenzionato. «In quel periodo lì della Firenze-Assisi infatti il nonno, probabilmente informato dei rischi di intercettazione dei suoi messaggi, smise di scrivere le lettere a mia nonna. Dai timbri postali si capisce che la loro corrispondenza riprese solo a guerra finita».

 

Torniamo alla “Tappa”. Da Perugia alla Basilica di Santa Maria degli Angeli si racconta di uno sprint furioso di Bartali che coprì la distanza in 21 minuti, alla velocità di 43 km orari. Da lì, l’ultimo strappo in salita per arrivare al traguardo di Assisi: al convento di clausura di San Quirico. Lì dove neppure i saraceni erano riusciti ad entrare, per volontà dell’allora vescovo di Assisi, monsignor Giuseppe Placido Nicolini, c’erano sempre le sue «suorine»: le clarisse Amata, Alfonsina, Candida, Eleonora e la madre badessa Maria Giuseppina Biviglia. Nelle loro mani Bartali consegnava i “nuovi documenti” contraffatti che servirono a salvare i membri delle famiglie Kropf, Gelp, Baruch, Jozsa, Maionica... Dei 4mila sfollati durante il periodo bellico ad Assisi (più o meno quanto il numero degli abitanti della città) trecento circa erano ebrei e tutti vennero salvati. «Quei nomi e cognomi li ho appresi dopo la morte del nonno il quale da vivo non aveva mai voluto affrontare l’argomento. Né mai aveva fatto cenno a questa storia nelle lettere spedite alla nonna – spiega Gioia – . L’unica cosa che si evince da ogni messaggio inviato alla sua Adriana c’era la forte devozione cristiana e la chiosa era sempre rivolta al Signore con una preghiera condivisa con la moglie».

 

Quella fede profonda si ritrova nella “cappellina” privata con l’altare che venne consacrato dal cardinale Dalla Costa. «Mio nonno faceva celebrare la Santa Messa in questa cappellina che ha resistito anche ai traslochi. Oltre all’altare e a delle reliquie di san Francesco e santa Chiara, c’è un calice consacrato il 24 agosto 1937 dal vescovo di Assisi Nicolini. Ma la vera “protagonista” è la statua di santa Teresina del Bambino Gesù davanti alla quale nonno Gino ha rivolto tutte le sue preghiere per sessant’anni. Le stesse preghiere che ora gli rivolgiamo ogni giorno io e mia sorella Stella, con la quale abbiamo intenzione di donare la cappellina alla città di Assisi, magari al loro Museo della Memoria ». Una piccola ma significativa esposizione permanente che rende omaggio ai “sette Giusti” della città di Assisi. «Tra i vari oggetti e i documenti esposti ci sono varie foto di Bartali e una in particolare, del 1939, lo ritrae in un abbraccio caloroso al vescovo Nicolini, a testimonianza di come il campione aveva già stabilito un legame forte con Assisi», spiega Marina Rosati, ideatrice del Museo della Memoria. Quel legame del Ginettaccio ha le stesse radici forti degli ulivi delle colline della città del Poverello, dove da quasi mille anni spirano solo venti di pace. «Ciò che ha cercato sempre di trasmettere alla gente mio nonno... la pace. E lo ha fatto con grande dignità, senza mai vantarsi. Prima di andarsene per sempre un giorno mi prese da parte e mi disse: “Gioia ricordati, di me parleranno di più quando sarò morto...”. Ora so che aveva ragione».

 

Le lettere inedite

 

 
Mia Adriana adorata... che piacere mi ha fatto sentire che la mamma è ritornata da te ancora, anche lei mi ha scritto e mi ha detto tutto di te, che stai bene e che gli hai promesso di andarla, appena stai bene, a trovare... Con questi soli pensieri belli chiudo questa lettera che desidero ti giunga al più presto con tutto il dolce e infinito amore che solo il Signore potrebbe testimoniare. Amore mio, pane della mia vita, ti bacio ti bacio ti bacio. Tuo Gino (Tripoli 29/1/1940 ) Mia adorata Adriana... Stamani mi ha scritto anche Emilio e mi ha mandato l’“Avvenire” dove c’è il messaggio del Santo Padre e mi ha fatto tanto piacere. Mi ha fatto tanto piacere sentire che sei stata a trovare il Padre Cristallo, io ieri sera dato che mangiai tanto presto sono andato al cinema con altri corridori... Domani se vai alla S. Messa ricordami al nostro Signore, io ero andato stamani ma purtroppo i giorni feriali non fanno la S. Messa alle ore 11 e mezza come era mia abitudine di prendere ogni volta che venivo a Milano. Pazienza, prega tu un poco per me. Ti amo. Tuo Gino (Milano 5/7/1941 )
 


 

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Messaggio Cristiano
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV ALL´UNIVERSITÀ "SAPIENZA" DI ROMA

Aula Magna
Giovedì, 14 maggio 2026

Saluto a braccio nella Cappella Universitaria
Buongiorno! Un saluto a tutti, alla Rettrice, a Sua Eminenza, ai Vescovi Ausiliari, a tutti voi studenti, ai professori!
Ho voluto cominciare questa visita stamattina qui nella Cappella, in questa bella chiesa, punto di incontro con il Signore. Perché innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po’ l’Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede. Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione.

Allora è un bel momento oggi condividere un po’ con la comunità universitaria, in questo centro di studio…, credo che sia il più grande in tutta Europa. E allora veramente è una benedizione, un dono di Dio, trovarci qui e vivere questo momento, sapendo che è Dio che ci ha chiamati, è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi. Vi auguro non solo una buona giornata, ma un buono studio, e che questo tempo che vivete voi in questa Università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio e con la bellezza della vita.

Adesso do la benedizione a voi, poi continuiamo un po’ la visita in altri luoghi dell’Università.

[Benedizione]

Bene, buona giornata, grazie a voi! Grazie per l’accoglienza!

Dirigendosi verso il Rettorato dell’Università, il Santo Padre rivolge alcune parole di saluto agli studenti presenti nel Piazzale centrale dell’Ateneo:

Buongiorno a tutti! Bene, grazie per l’accoglienza! Sono molto contento di essere qui stamattina con voi, potrete seguire tutto l’incontro attraverso gli schermi. E spero che sia un momento di grazia, un momento di gioia per tutta la comunità della Sapienza. Auguri a voi e ci vediamo dopo!

Discorso del Santo Padre

Magnifica Rettrice,
Autorità politiche e civili,
illustri docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo
e, soprattutto, cari studenti e studentesse!

Ho accolto con grande gioia l’invito a incontrare la comunità universitaria della Sapienza – Università di Roma. La vostra Università si caratterizza come polo d’eccellenza in diverse discipline e, al contempo, per il suo impegno in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra. Ad esempio, apprezzo molto che la Diocesi di Roma e la Sapienza abbiano firmato una convenzione per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza. È dunque importante per me, che sono Vescovo di Roma da poco più di un anno, potervi incontrare. Con cuore di pastore vorrei rivolgermi dapprima agli studenti e poi ai docenti.

I viali della città universitaria, che ho percorso per arrivare qui, sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti contrastanti. Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare. Allora, gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo.

Sapete che sono legato spiritualmente a Sant’Agostino, che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza. A questo proposito, mi ha fatto piacere ricevere da parte vostra un gran numero di domande: centinaia! Ovviamente non è possibile rispondere a tutte, ma le tengo presenti, augurando a ciascuno di cercare più occasioni per dialogare. Anche per questo esistono nell’università le cappellanie, dove la fede incontra le vostre domande.

Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande.

A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?” Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna. “Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri.

Perciò, a chi è più adulto il malessere giovanile domanda: “Che mondo stiamo lasciando?”. Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale. La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.

Ad esempio, nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!

Un secondo fronte d’impegno comune riguarda l’ecologia. Come ci ha detto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’, «esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» (n. 23). Da allora è trascorso oltre un decennio e, al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione, la situazione non sembra essere migliorata.

In questo scenario incoraggio soprattutto voi, cari giovani, a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia. Specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare. Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.

C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia. Voi, infatti, potete aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso, per non fermarci all’ennesima, rapida fotografia della situazione nella quale ci troviamo. Occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza.

La vostra Università, che porta un nome divino, è luogo di studio e sede di sperimentazione, che da secoli forma al pensiero critico. In particolare, voi docenti potete coltivare un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani: si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante. È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse. Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?

Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità. Che senso avrebbe d’altronde formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini.

Carissimi, mentre vi incoraggio a questo esercizio quotidiano, la mia visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta. Assicuro a tutti voi il ricordo nella preghiera, e di cuore invoco sull’intera comunità della Sapienza la benedizione del Signore. Grazie!

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Saluto finale a braccio davanti al Rettorato

Grazie, grazie a tutti! In quest’ultimo saluto, dopo la visita di stamattina, vorrei fare come un invito a tutti voi: collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo. Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!

Saluto a braccio del Papa ai familiari dei dipendenti

Buongiorno a tutti! Un’autentica Università, che è l’Università delle persone, non è mai completa se non ci sono le famiglie, e tutte le persone che sono collaboratori della vita universitaria: professori, amministratori, dirigenti, ma anche le famiglie e le persone che fanno diversi servizi dentro la famiglia o la comunità universitaria. Allora sono molto contento stamattina di salutare anche tutti voi, qui, che, immagino, siate una piccola presenza di tante famiglie che fanno parte di questa comunità della “Sapienza”. Tanti auguri a tutti voi, una benedizione speciale! Grazie per essere qui, per questa accoglienza, sono molto contento di condividere questo momento.

Benedizione

Tanti auguri e grazie a voi! Tante grazie!

Leone XIV