A tutto campo


VIVERE (IL CARCERE) DALLA PARTE DEI DETENUTI

Dal sito del Movimento Focolari Liguria

Condiviamo con i nostri lettori queste esperienze, veramente belle e forti di Franca Martino (Linaro)  che ci ha autorizzato a pubblicarle.

 

..Un coro con i detenuti….

Canto in un coro della nostra comunità locale e l’anno scorso mi viene l’idea di organizzare un coro con i detenuti, per animare la messa di Pasqua, coinvolgendo una mia amica maestra di canto. Chiedo alla Direzione l’autorizzazione per realizzare questo progetto. La Direttrice acconsente e cominciamo le prove; non c’è un gran numero di persone, ma sufficienti per un bel coro. Un giorno mentre proviamo  “Resurrezione”, si avvicina a noi un detenuto. Ama scrivere e cantare il “rap” e vorrebbe inserire in quella canzone un pezzo suo. Senza scomporci, gli diciamo: va bene, leggi il Vangelo di Pasqua e vedi di tirare giù qualcosa che ci stia bene. Lui lo fa e poco dopo ci canta il suo pezzo. Ai  detenuti piace molto e sono tutti contenti, insieme cambiamo qualcosa o aggiungiamo, ma alla fine è proprio un bel risultato.

 

Mezz’ora prima della messa di Pasqua, però, il detenuto non se la sente più di cantare, è depresso, perché ha saputo che la sua compagna lo ha lasciato. Comincia la messa. Ma ecco che, sul finale, al momento di cantare “Resurrezione” ad un tratto il detenuto si alza, canta con forza il suo pezzo e dopo di lui tutti insieme, con forza, concludiamo il canto. Alla fine, a sorpresa, tutta la sala batte le mani: direttrice, guardie, detenuti… un momento molto bello, davvero di “resurrezione”….

 

…Tessera per entrare in carcere….senza scadenza…

A fine aprile 2017 dovevo rinnovare la tessera che mi autorizza all’ingresso in carcere (e in tutti i carceri d’Italia). Avevo ancora solo uno spazio, e l’anno successivo avrei dovuto rifare la tessera. Consegno la tessera alla segretaria e ritorno da lei qualche giorno dopo vado a ritirarla.

Mentre mi consegna la tessera ha uno sguardo un po’ perplesso. Prendo la tessera e nello spazio del timbro di rinnovo vedo scritto, di pugno della direttrice, a lettere maiuscole:  “TESSERA SENZA SCADENZA”. Praticamente un “fine pena mai”, quasi un “ergastolo”!… ma ero felice perché qualcosa del mio vivere il Vangelo è passato.

Per me è stato un grandissimo segno di stima e fiducia da parte sua.

 

….Casa per mamma con bambina all’ ospedale di Torino

Prendere su ogni caso doloroso e, dove è possibile, aiutare a risolverlo…Un giorno un detenuto tunisino mi dice a colloquio che la sua nipotina di 6 anni, figlia di una sua sorella che abita a Genova, improvvisamente l’hanno  ricoverata d’urgenza al Gaslini e le hanno subito detto che c’è un problema al cuore: occorre un trapianto. La trasportano d’urgenza con elicotttero all’ ospedale Regina Margherita di Torino… Sento dentro che devo fare qualcosa, che Gesù in lei ha bisogno di aiuto concreto, oltre che di preghiere. “L’hai fatto a me” dice nel Vangelo…e con il detenuto chiediamo allo stesso Dio di aiutare sua sorella, di confortarla…

 

La mamma ha altre due bambine, che ha lasciato a casa, e tutti i giorni fa Genova/Torino e ritorno, quindi avrebbe bisogno anche di un appartamento vicino all’Ospedale… Mi metto d’accordo con Gesù: per Te… Mi ricordo che ho delle amiche, le focolarine di Torino. Le chiamo e chiedo di segnalarmi qualcuno che lavori al Regina Margherita, per affidare una famiglia con un caso molto delicato. Trovo Paola, che è proprio assistente sociale nel reparto di Pediatria del Regina Margherita!

 

Paola si fa subito carico del problema: è proprio il mio lavoro – mi dice semplicemente.

Nel giro di una settimana Paola trova  l’appartamento (che un’associazione di Torino mette a disposizione dell’Ospedale per le famiglie dei bambini degenti), poi istruisce la pratica di invalidità per la bambina, e per il papà prepara le pratiche per le agevolazioni della legge 104. Era fine giugno 2017, la scuola finiva e tutta la famiglia si è riunita a Torino nell’appartamento vicino all’Ospedale, vivendo insieme per tutta l’estate. Il papà è poi potuto tornare al lavoro a Genova. Qualche mese fa a Denise (così si chiama la bimba) è stato trapiantato un cuore ed è tornata a casa, con grande gioia di tutti!

 

 …..Sportello bancario in carcere…

Spesso non basta fare i colloqui con il detenuto, ma occorre farsi anche carico, se vogliamo, dei suoi problemi pratici, burocratici, familiari. Come quel giorno che un detenuto, a cui era morta la mamma due mesi prima, mi chiede come fare a incassare i pochi soldi che la mamma aveva sul suo conto in banca. E’ figlio unico di madre divorziata. Mi faccio carico del suo problema e chiamo un amico che è direttore a Rapallo di una filiale della stessa banca. Mi dà le istruzioni, preparo tutte le pratiche, mi metto in contatto con la filiale di Sestri Ponente, risolvo tutto, spediscono l’assegno in carcere, ma non posso incassarlo io per lui, perché  l’assegno è circolare: il detenuto deve riscuoterlo personalmente, ma non può uscire. Sia la Banca che la Ragioneria del carcere non sanno dare soluzioni…Allora penso ad una soluzione molto semplice: se il detenuto non può andare in banca, il direttore della banca può entrare in carcere  con i soldi dell’assegno circolare in tasca e così anche raccogliere la firma del detenuto. La direzione è stupita di questa semplice soluzione e l’accetta. Parlo con la banca, e anche loro sono d’accordo. Così tutto è risolto e il detenuto può incassare l’assegno.

 

Un giorno devo andare a ritirare una somma sul  libretto postale di un detenuto. Una mia amica, dipendente delle Poste, mi dice che non si può fare, perché è stato attivato in un’altra città, e aggiunge: se venissi da me io non te lo farei. Le rispondo:  allora dirò ancora a Gesù: è per te, in quel detenuto, quindi aiutami…Così ho fatto. Dopo un lungo consulto (data la novità per loro) fra la direttrice e l’impiegato, alla fine ho potuto ritirare la somma. La mia amica non ci poteva credere!

 

Sono un Cancelliere in pensione. Dal 2013 svolgo servizio di volontariato  nel carcere di Chiavari, con  la Caritas Diocesana.

Sono entrata in questo volontariato  perchè il giudice con il quale avevo lavorato per circa 10 anni era stato nominato Presidente del Tribunale di Sorveglianza per tutti i carceri della Liguria, e quando gli ho comunicato la mia decisione, mi ha incoraggiato e nel giro di pochi giorni ha dato il nulla osta alla mia domanda.

 

Nelle motivazioni di ammissione avevo scritto: “Fino al giorno della mia pensione avevo vissuto il carcere dalla parte della giustizia, adesso vorrei viverlo dalla parte dei detenuti”. Era una volto di Gesù che non conoscevo ancora, un’umanità invisibile, sconosciuta, sottomessa, privata di tutto; 24 ore su 24 rigidamente disciplinata da precisi orari, da ordini, dall’osservanza delle regole sulla sicurezza. Eppure ero convinta che andando lì  non facevo solo un’opera di misericordia, ma potevo sfruttare l’occasione di donare un  vangelo vissuto, potevo creare  rapporti di fraternità con i detenuti,  con la polizia penitenziaria, il personale civile, la direzione, insieme agli altri volontari, anche loro veramente molto bravi ed impegnati.

 

Avevo appena preso servizio, quando un giorno una guardia mi comunica che c’è necessità di saponi e saponette per i detenuti (che allora erano circa un centinaio), se potevo procurarne un pò. Penso subito che questa richiesta può essere l’occasione non solo di coinvolgere la mia comunità, ma anche di cominciare, almeno con lui, a creare un rapporto di collaborazione.  Ma come fare a trovare tante saponette? Mi viene in mente che di lì a poco è il 14 marzo, ed è in programma, per tutta la Comunità dei Focolari , una messa in ricordo di Chiara (Lubich). Se ognuno arrivava con una confezione di saponette, avremmo fatto una bella raccolta. Comunico a tutti via mail questa richiesta e il giorno della messa, in fondo alla chiesa, raccogliamo un sacco pieno di saponette, molte più di un centinaio, che attraverso la Caritas viene consegnato in carcere.

 

Spesso  l’esecuzione della sentenza arriva molti anni dopo aver commesso il reato, dopo tutti i gradi di appello, quando magari le persone hanno cambiato vita, hanno un lavoro stabile, una famiglia, dei figli e allora il taglio con la realtà esterna è molto duro. Allora l’impegno è maggiore, li ascolto, mi interesso dei loro problemi, cercando, se posso, di dare soluzioni, mi occupo di acquisti diversi, contatti con la famiglia, con l’avvocato, pratiche burocratiche da svolgere, ricerca e distribuzione di indumenti… Cerco di conquistarmi la loro fiducia, puntando al rapporto con la persona, con quel Gesù che si nasconde in ciascuno. Li accolgo con dignità, stringendo loro la mano. Questo contatto le prime volte mi costava, ma poi ho pensato alle parole di  Gesù: “l’hai fatto a me”, e non ho più sentito nessun  disagio.

 

 In questi colloqui si raccolgono le miserie e le sofferenze di un’umanità che ha perso la cosa più preziosa che Dio ci ha dato: la libertà, da quella fisica a quella di rinunciare ai più piccoli desideri o semplici abitudini quotidiane.

 

Di regola, i musulmani vengono solo per chiedere indumenti e non danno confidenza, ma ben presto si fermano anche a parlare, raccontano della loro vita, del loro paese. Si trovano bene,  perché cerco di dare loro un profondo ascolto e non c’è proselitismo. Con il dialogo nasce l’amicizia, l’accoglienza. Due mesi fa è mancata mia mamma e spontaneamente è nata da loro l’iniziativa di donare un grande mazzo di fiori per lei, con la scritta “Gli amici di Francesca” accompagnato da un biglietto con tutte le loro firme, ed anche una pianta per me. E’ stato molto commovente.

 

Essere lontani dalla famiglia è il dolore più grande.

E’ importante cercare di tenere vivo il senso della genitorialità, soprattutto quando ci sono figli minori. Quando poi sono adolescenti, il più delle volte purtroppo scelgono di non vedere più il genitore.

 

Un detenuto un giorno mi chiede di comprare un profumo per sua figlia adolescente, per il suo compleanno. E’ separato e da quando è entrato in carcere la figlia non  ha più voluto vederlo. Spera con questo dono di riavvicinarla.  Scelgo il profumo, compro anche un biglietto, poi il detenuto mi chiede se posso farlo avere a sua moglie, che abita a Rapallo. Chiedo ad un’amica, che abita proprio lì vicino, di farlo lei e il regalo arriva alla ragazza, anzi, è proprio lei ad andare a ritirare il dono. Qualche giorno dopo torno in carcere e il detenuto mi dice che il profumo è piaciuto molto a sua figlia. Gli chiedo: “Come fa a saperlo?”.  E lui, commosso: “Perché è venuta a trovarmi. Ed era la prima volta…”.

 

I detenuti di lingua araba sono insieme in cella, abbiamo fatto amicizia e quando succedono fatti terroristici ne parliamo insieme, commentiamo l’accaduto, preghiamo per la pace. E il rapporto e la fiducia crescono, grazie anche alla testimonianza di Papa Francesco, di cui tutti hanno un’immensa stima.

 

Uno di loro, Salmi, non ha amici, né parenti che gli mandino dei soldi. Un giorno mi chiede di chiamare una signora sua conoscente, e chiederle se può mandargli dei soldi. Lo faccio volentieri, ma la signora mi dice che non può più mandargli niente perché ha dei problemi economici anche lei. Mi dispiace, ma affido subito questa preoccupazione a Dio e gli chiedo che sia lui a dare una risposta a Salmi.

 

Dopo neppure due ore ricevo un  messaggino in cui una volontaria amica di Salmi (contattata molti mesi prima) mi chiede di lui, che non lo sente da molto, che vorrebbe mandargli qualcosa, se va bene fargli un vaglia e di quanto! La Provvidenza di Dio aveva già risposto!

 

Spesso seguo anche pratiche burocratiche e alcune richiedono molto impegno. Per quelle mi rivolgo direttamente a Gesù: “Aiutami a risolvere questo problema…”. E  succedono cose straordinarie.

 

Come quel giorno che un detenuto, prestanome in una società, mi chiede di chiudere la sua partita IVA. Faccio tutte le ricerche del caso, vado a Genova, parlo con un funzionario della Camera di Commercio che mi spiega come fare. Prendo nota di tutto. Però il costo  della cancellazione è di 200 euro. Penso al Vangelo: “Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, abbiate la certezza che è già vostro”… Così faccio, poi chiedo al detenuto quanto ha a disposizione. Mi dice: 150 euro. Chiedo alla Caritas se può coprire la differenza e la Caritas è d’accordo. Prendo appuntamento con l’ufficio e presento la domanda. L’impiegato è molto gentile, capisce il problema, legge le note del funzionario di Genova, istruisce la pratica. Intanto dico a Gesù: “per Te, in quel detenuto, se puoi, fai qualcosa per evitare la spesa…”

 

Alla fine chiedo quant’è e l’impiegato mi risponde: “niente, faccia solo firmare questo foglio al detenuto e chieda alla Direzione la dichiarazione del suo stato di detenzione!” Non riuscivo a crederci! Come era felice quel detenuto!….E io ancora di più per la risposta puntuale di Dio.

 

L’attenzione scrupolosa per la sicurezza nel carcere è di fondamentale importanza, e qualche volta può succedere che, per ignoranza e distrazione, mi capiti di “sfuggire” ai controlli. Come quel giorno che ho dimenticato il cellulare in tasca, prima di entrare nell’area detenuti. Me ne sono accorta solo dopo aver fatto pochi passi dall’ingresso, ma sufficienti per essere ripresa da ben tre guardie, una dopo l’altra. Anche se avevo sbagliato, mi sentivo tranquilla perché non solo avevo riposto subito il cellulare nella mia casella, ma non ero ancora entrata nell’area a contatto con i detenuti. Quando sto per uscire, però, dopo i colloqui, l’Ispettore di turno mi ferma e mi dice: Signora, venga nel mio ufficio, devo parlarle.

 

Capisco subito che è per il cellulare, ma, per obbedienza, aspetto che sia lui a parlare per primo. “Signora, lei è entrata con un cellulare, ed è severamente vietato, per la sicurezza… Vede, avrei potuto fare un rapporto, senza ascoltarla, mandarlo alla Direzione, e lei non sarebbe più entrata nel carcere… Ma noi abbiamo visto che lei fa questo lavoro con amore, e allora ho pensato che era meglio parlarle e chiarire la questione a voce…”. La parola “amore” non è molto usata in un carcere, perciò mi ha colpito che l‘Ispettore se ne fosse accorto, così quell’imprevisto mi ha dato modo di spiegargli un po’ di più  quali erano le ragioni profonde del mio fare volontariato in carcere. Lui condivideva tutto.

 

Ecco, cerco di fare questo servizio, come tutti gli altri volontari, con amore e per amore di quell’umanità che più rispecchia il volto di Gesù Crocifisso e Abbandonato, che si è fatto davvero come uno di loro: detenuto.

 

Nel mio volontariato cerco di fare sempre un lavoro “a quattro mani”, con Dio, e per Lui di dare testimonianza dell’amore, di un Vangelo vissuto con radicalità, perché altrimenti non ci sono risultati, non c’è fraternità, né cambiamento. Perché  so che è Dio che fa tutto.

 

Isaia profetizza: “…Il Signore  mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a consolare gli afflitti, a ricostruire sulle vecchie rovine una vita che manifesti la gloria del Signore…”: credo che noi cristiani, dovunque operiamo, possiamo essere le mani e le braccia di Dio per realizzare tutto ciò. Anche in un carcere…..

 

 

Pubblichiamo in esclusiva la lettera che Papa Francesco ha consegnato a don Marco Pozza in Santa Marta il 17 gennaio scorso, in vista del convegno organizzato ieri da "Ristretti orizzonti" nel Carcere Due Palazzi di Padova.

 

 

Caro don Marco,

 

ho saputo che nella Casa di reclusione Due Palazzi di Padova avrà luogo un convegno per riflettere sulla pena, in particolare su quella dell'ergastolo. In questa occasione vorrei porgere il mio saluto cordiale ai partecipanti ed esprimere la mia vicinanza alle persone detenute. A loro vorrei dire: io vi sono vicino e prego per voi. Immagino di guardarvi negli occhi e di cogliere nel vostro sguardo tante fatiche, pesi e delusioni, ma anche di intravedere la luce della speranza. Vorrei incoraggiarvi, quando vi guardate dentro, a non soffocare mai questa luce della speranza. Tenerla accesa è anche nostro dovere, un dovere di coloro che hanno la responsabilità e la possibilità di aiutarvi, perché il vostro essere persone prevalga sul trovarvi detenuti. Siete persone detenute: sempre il sostantivo deve prevalere sull'aggettivo, sempre la dignità umana deve precedere e illuminare le misure detentive.

 

Vorrei incoraggiare anche la vostra riflessione, perché indichi sentieri di umanità, vie realizzabili perché l'umanità passi attraverso le porte blindate e perché mai i cuori siano blindati alla speranza di un avvenire migliore per ciascuno. In questo senso mi pare urgente una conversione culturale, dove non ci si rassegni a pensare che la pena possa scrivere la parola fine sulla vita; dove si respinga la via cieca di una giustizia punitiva e non ci si accontenti di una giustizia solo retributiva; dove ci si apra a una giustizia riconciliativa e a prospettive concrete di reinserimento; dove l'ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere. Perché se la dignità viene definitivamente incarcerata, non c'è più spazio, nella società, per ricominciare e per credere nella forza rinnovatrice del perdono. In Dio c'è sempre un posto per ricominciare, per essere consolati e riabilitati dalla misericordia che perdona: a Lui affido i vostri cammini, la vostra riflessione e le vostre speranze, inviando a ciascuno di voi e alle persone a voi care la Benedizione Apostolica e chiedendovi, per favore, di pregare per me.

 Francesco

 

Dal Vaticano, 17 gennaio 2017



 

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UDIENZA GENERALE - Piazza San Pietro - Mercoledì, 29 aprile 2026

Il Viaggio Apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Oggi desidero parlare del Viaggio apostolico che ho compiuto dal 13 al 23 aprile, visitando quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.

Fin dall’inizio del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale. Ed esprimo il mio “grazie” più sentito ai Vescovi e alle Autorità civili che mi hanno accolto e a tutti coloro che hanno collaborato all’organizzazione.

La Provvidenza ha voluto che la prima tappa fosse proprio il Paese dove si trovano i luoghi di Sant’Agostino, cioè l’Algeria. Così mi sono trovato, da una parte, a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano.

In Algeria ho ricevuto un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso. Inoltre, è stata l’occasione propizia per mettersi alla scuola di Sant’Agostino: con la sua esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità egli è maestro nella ricerca di Dio e della verità. Una testimonianza oggi quanto mai importante per i cristiani e per ogni persona.

Nei successivi tre Paesi che ho visitato, la popolazione è invece a larga maggioranza cristiana, e dunque mi sono immerso in un clima di festa della fede, di accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana. Ho sperimentato anch’io, come i miei Predecessori, un po’ di quello che accadeva a Gesù con le folle della Galilea: Lui le vedeva assetate e affamate di giustizia, annunciava loro: “Beati i poveri, beati i miti, beati gli operatori di pace…” e, riconoscendo la loro fede, diceva: “Voi siete sale della terra e luce del mondo” (cfr Mt 5,1-16).

La visita in Camerun mi ha permesso di rafforzare l’appello a impegnarci insieme per la riconciliazione e la pace, perché anche quel Paese purtroppo è segnato da tensioni e violenze. Sono contento di essermi recato a Bamenda, nella zona anglofona, dove ho incoraggiato a lavorare insieme per la pace. Il Camerun è detto “Africa in miniatura”, in riferimento alla varietà e alla ricchezza della sua natura e delle sue risorse, ma possiamo intendere questa espressione anche nel senso che i grandi bisogni dell’intero continente li ritroviamo in Camerun: quello di un’equa distribuzione delle ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica; quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale. Ringrazio la Chiesa in Camerun e tutto il popolo camerunese, che mi ha accolto con tanto amore, e prego affinché lo spirito di unità che si è manifestato durante la mia visita sia mantenuto vivo e guidi le scelte e le azioni future.

La terza tappa del Viaggio è stata in Angola, grande Paese a sud dell’equatore, di plurisecolare tradizione cristiana, legata alla colonizzazione portoghese. Come molti Paesi africani, dopo aver raggiunto l’indipendenza, l’Angola ha attraversato un periodo travagliato, che nel suo caso è stato insanguinato da una lunga guerra interna. Nel crogiolo di questa storia Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace. Chiesa libera per un popolo libero! Al Santuario mariano di Mamã Muxima – che significa “Madre del cuore” – ho sentito pulsare il cuore del popolo angolano. E nei diversi incontri ho visto con gioia tante religiose e tanti religiosi di ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente; ho visto catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità; ho visto volti di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del Vangelo; ho visto donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle ideologie e dalle vane promesse dei potenti.

Questa speranza esige un impegno concreto, e la Chiesa ha la responsabilità, con la testimonianza e con l’annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e di promuovere il loro effettivo rispetto. Con le Autorità civili angolane, ma anche con quelle degli altri Paesi, ho potuto assicurare la volontà della Chiesa Cattolica di continuare a dare questo contributo, in particolare in campo sanitario ed educativo.

L’ultimo Paese che ho visitato è la Guinea Equatoriale, a 170 anni dalla prima evangelizzazione. Con la sapienza della tradizione e la luce di Cristo, il popolo Guineano ha attraversato le vicende della sua storia e nei giorni scorsi, alla presenza del Papa, ha rinnovato con grande entusiasmo la sua volontà di camminare unito verso un futuro di speranza.

Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale: i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare “per i loro peccati e la loro libertà”. Non avevo mai visto nulla di simile. E poi hanno pregato con me il “Padre nostro” sotto una pioggia battente. Un segno genuino del Regno di Dio! E sempre sotto la pioggia è iniziato il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata. Una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile. Questa festa è culminata nella celebrazione eucaristica del giorno dopo, che ha coronato degnamente la visita in Guinea Equatoriale e anche l’intero Viaggio apostolico.

Cari fratelli e sorelle, la visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti. Sono felice di aver dato loro questa possibilità, e nello stesso tempo ringrazio il Signore per ciò che loro hanno donato a me, una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero.

Leone XIV