A tutto campo


Noi, preti del Policlinico di Milano, testimoni di dolore ed eroismo

14 Marzo 2020

La solitudine di chi, contagiato, entra nell’ombra della morte senza poter avere il conforto di un familiare al capezzale. E senza poter chiamare un prete per confessarsi e fare la comunione. Lo strazio dei parenti per l’impossibilità di accompagnare la degenza e l’agonia del proprio caro. La dedizione quotidiana, eroica, dei medici e degli infermieri. «E i bambini che continuano a nascere – tanti! – alla clinica Mangiagalli e ci riempiono di gioia e di speranza». Ecco, nelle parole dei suoi cappellani, il Policlinico di Milano al tempo dell’emergenza coronavirus. Tempo di dolore. Di prova. Di fraternità che si rinnova. Tempo che mette a nudo quello che siamo davvero.

 

Qui, oggi, è atteso l’arcivescovo Mario Delpini per celebrare – alle 11 nella chiesa di San Giuseppe ai Padiglioni, una delle quattro del Policlinico – la Messa nella terza domenica di Quaresima. «L’arcivescovo di Milano è il parroco di Santa Maria Annunciata, la parrocchia dell’Ospedale Maggiore Policlinico. Qui, dunque, è di casa. E viene, pur nelle limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria, per stare fra la sua gente, come fa ogni buon parroco. Lo accogliamo con gioia e riconoscenza. La sua presenza, per chi crede, è un segno di speranza; per chi ha altre fedi o convinzioni, è un segno di umanità, di quell’umanità che tutti ci unisce al di là di ogni differenza», spiega don Giuseppe Scalvini, rettore vicario di questa parrocchia – con i suoi quattro preti, l’ausiliaria diocesana e le sei suore di Maria Bambina – al servizio della complessa, articolata comunità del Policlinico.

 

«In questo tempo d’emergenza – incalza, al suo fianco, don Marco Gianolanon possiamo avvicinare gli ammalati, né quelli di Covid-19 né gli altri, per non essere vettori del virus. Così ci dedichiamo ai medici e agli infermieri, sottoposti a carichi di lavoro, ansie e stress che è difficile immaginare. "All’inizio sembrava un’onda, ora è arrivato lo tsunami", mi diceva un medico in questi giorni. Come preti cerchiamo di essere un segno di speranza e di prossimità nella fatica e nell’angoscia». «Quello che diamo – riprende don Scalvini – sono cose semplici: un sorriso, un saluto, un po’ di ascolto. Nel personale vediamo un eroismo che non nasce ora: qui è così ogni giorno, qui lo straordinario è ordinario, ma è questa emergenza che ora lo porta alla luce. Io vedo persone che lavorano mettendo in gioco tutta la propria umanità».

 

 

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Per tante persone, è come essere messi nuovamente alla luce. «Un’infermiera che mi diceva di non essere molto religiosa mi ha raccontato, in lacrime, di essere entrata in chiesa, dopo turni di lavoro massacranti, giorni e notti senza riposo, e di aver affidato tutto alla Madonna. È stato come riscoprire qualcosa – Qualcuno? – che si portava dentro fin da bambina. Il dolore, a volte, può allontanarci da Dio, altre volte ci avvicina», riflette don Gianola. «A preoccupare chi lavora qui – riprende – è anche il timore di portare il virus a casa, di contagiare figli, mariti, mogli, genitori magari anziani».

 

Avvicinare i degenti, dunque, è impossibile. La pastorale ordinaria, qui come in ogni altra parrocchia, è messa in fuori gioco. «Così, la sera, passiamo sotto i padiglioni per una preghiera e una benedizione – racconta don Scalvini –. Un paio di settimane fa, quando l’emergenza era ai primi passi e – con adeguata protezione – potevamo ancora accostarci ai malati, mi ha fatto grande tenerezza un signore di 93 anni, ricoverato per coronavirus e poi deceduto, che mi ha chiamato dicendo: "Sono sereno, mi fido di Dio, ma vorrei mettere le cose a posto". E ha chiesto di confessarsi. Ma per chi è venuto dopo, non è stato più possibile».


 

«Ora ci troviamo a fare molte benedizioni in camera mortuaria – testimonia don Gianola – e a condividere lo strazio dei familiari che non hanno potuto in alcun modo accompagnare l’agonia e la morte del loro caro, né possono portarlo al cimitero con il funerale come si è sempre fatto». «Siamo di fronte a esperienze di dolore che è difficile immaginare – scandisce don Scalvini – . Per chi è uscito dalla malattia come per quanti hanno perso un familiare o un amico, credo ci vorranno grandi tempi di rielaborazione, e servirà l’aiuto e l’ascolto di sacerdoti, psicologi e altre figure competenti».

 

A dare sostegno e sollievo al cammino di degenti, familiari e lavoratori, intanto, le tre chiese rimaste aperte per la preghiera personale (la quarta, la chiesa dell’Annunciata, è chiusa come l’Università Statale della cui sede fa parte) e la Messa celebrata ogni giorno senza fedeli, ma che un’app permette di seguire sullo smartphone. Questa Quaresima al tempo del coronavirus «si offre come occasione per riscoprire l’essenziale e risvegliare il desiderio di Dio e dei sacramenti – osserva don Gianola –. Forse non daremo più per scontate la Messa e l’Eucaristia, come ben sanno tanti nostri fratelli del Terzo Mondo». «In questo dramma – conclude don Scalvini – vedo tanta dedizione, generosità, solidarietà. Vedo cose straordinarie che ci restituiscono la bellezza e la grazia della nostra umanità. E se non si è uomini e donne in pienezza, è difficile essere cristiani e diventare santi».

 

 



 


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Basilica di San Pietro
Mercoledì, 5 agosto 2026

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

in questa catechesi riprendiamo la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium (SC). Oggi ci soffermiamo sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica.

Come suggerisce l’Apostolo Paolo, è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare. Dal giorno di Pentecoste, lo Spirito abita la Chiesa, ispirando ogni sua attività e, in particolare, la preghiera. La vita della prima comunità, nata a Gerusalemme dopo la Pasqua di Gesù, è vita nello Spirito donato dal Signore risorto. «Da allora – dice il Concilio – la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo “in tutte le Scritture ciò che lo riguardava” (Lc 24,27), celebrando l’Eucaristia, nella quale vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte e rendendo grazie “a Dio per il suo dono ineffabile” (2Cor 9,15) nel Cristo Gesù, “a lode della sua gloria” (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo» (SC, 6).

Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione. Inoltre, anche in diverse famiglie cristiane non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale. La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità.

La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha preso sul serio tale esigenza. E ciò rallegrava profondamente il Papa San Paolo VI, il quale, promulgando questo primo documento approvato dal Concilio Vaticano II, affermò: «Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale» (Discorso, Basilica di San Pietro, 4 dicembre 1963).

Nella Costituzione, infatti, il termine “la preghiera” designa tutta la liturgia. Questa prospettiva è decisiva, perché ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio, «il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo» (SC, 5), al quale possiamo rispondere «per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo», vale a dire grazie alla «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre» (SC, 84).

Per questo San Paolo VI desiderava ardentemente che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio (cfr Cost. ap. Laudis canticum).

Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana.

Ogni settimana e ogni giorno, l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo. In questa preghiera, Cristo «unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode» (SC, 83); così, di giorno in giorno, siamo associati sempre di più al mistero pasquale e conformati a Lui.

Afferma Sant’Agostino: «Quando parliamo a Dio nella preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio; e quando prega il corpo del Figlio, non separi da sé il proprio capo; sia dunque lo stesso unico salvatore del suo corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e la sua voce in noi» (Enarr. in psalmum LXXXV: PL 37, 1081).

Legata all’Eucaristia, di cui prolunga la luce, la Liturgia delle Ore santifica il tempo della nostra vita quotidiana: al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio. Ogni Ora è un atto di speranza: durante il pellegrinaggio terreno, vegliamo attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore.

Leone XIV