Africa di ieri e di oggi


Padre Cipriano Vigo: 61 anni di missione in Centrafrica!

A 50 anni dalla fondazione di Ngaoundaye - Rep. Centrafricana

 

Sabato e domenica 6 giugno sono andato a Bocaranga per un'occasione speciale. P.Cipriano Vigo, cappuccino, festeggiava 61 anni di missione in Centrafrica! È arrivato qui nel 1960, quando il Centrafrica nasceva, con l'indipendenza appena conquistata. Ha lavorato molto, e continua ancora a lavorare!

 

Il viaggio (210 km da Baoro) è andato bene. Ma la tensione resta alta. In un punto era anche segnalata una mina… Ma la gioia di stare vicino a un confratello fa dimenticare molte cose!

 

In questo fine settimana mi sono dedicato ai villaggi più lontani. Sono partito giovedì mattina, e sono rientrato domenica pomeriggio. Mi sono dedicato soprattutto alla preparazione dei battesimi nei villaggi di Yoro, Bayanga Didi e Sinaforo. Ma c'è stato il tempo anche per riparare una pompa, visitare e consigliare qualche malato, e il tutto su strade piuttosto impercorribili…

 

Domenica mattina sono partito verso le 6.30 da Yoro per Sinaforo (una buona mezz'ora, per 7 km). Qui la chiesetta è una tettoia coperta da alcune lamiere (ricavate da bidoni di benzina). Proprio mentre sto per iniziare la Messa, è iniziata la pioggia. Per fortuna, nella cappella, pioveva poco!

 

Ma è stata una liturgia molto molto bella. Abbiamo celebrato 9 battesimi, 2 prime comunioni e un matrimonio. Nonostante la pioggia, c'era molta festa in quella capanna!

 

Sono poi ripartito verso le 13, e temevo di non riuscire ad arrivare, proprio a causa delle condizioni della strada.

 

Alle 15 sono finalmente arrivato a Baoro.

Dove il silenzio stampa continua, e continuerà ancora per qualche giorno (o qualche settimana!)

 Aurelio Gazzera

 

L’Ex riassume la storia di Ngaoundaye … seguendo i suoi ricordi  

 

Nel 1961 il superiore della missione P. Ernesto Rebagliati ed io, l’Ex, con una vettura Renault 1400 guidata da p. Giusto Burla, abbiamo lasciato Bocaranga per fare una visita al nord, verso Ngaoundaye e Mann,  vedere il paesaggio e conoscere la gente, in modo da farci un’idea generale. P. Ernesto, lasciando Kunang per discendere verso la piana del corso d’acqua LIM, passando a zig-zag attraverso i Monti Bakore, la cui cima più alta è il Monte Panà,  era sempre più affascinato dai villaggi lungo la strada, che gli ricordavano Fiambiro in Etiopia, dove i villaggi erano immersi tra le piantagioni di mais e di miglio, cosa che, al contrario, non si osservava a Bocaranga e dintorni. Perciò Ernesto perciò giudicò questa popolazione molto lavoratrice e portata ai lavori agricoli. Avendo fatto sosta a Ngaoundaye, il superiore manifestò il suo pensiero a p.Giusto che sedeva al volante, accanto a lui, mentre io stavo dietro e ascoltavo le loro parole. Una frase in particolare irritò p. Giusto: “Tu dovresti venire ad abitare qui e mettere su una nuova Missione …”. La risposta non tardò a venire: “Io non so bene il sango e non me la sento …”. Silenzio … Proseguimmo il cammino per qualche decina di km fino a Mann. Anche questo grosso centro urbano era immerso tra le piantagioni di mais e di miglio. In una sosta prolungata, dissi a p. Ernesto di aver ascoltato la proposta che aveva fatto a p. Giusto; e mi offrii di andare a Ngaoundaye  con un compagno, per organizzare una nuova Missione. P. Ernesto mi ringraziò. Con p. Cipriano iniziai i preparativi per andare a Ngaoundaye.

 

Ma il mio rientro in Italia per le vacanze era prossimo; ed ero impegnato nella realizzazione di un grande sogno: preparare una “band” formata da 4 danzatori (i catechisti sposati GANGBORO, KOANE, GASTON e WIKANGUELE) e da un ragazzo di dieci anni, SARA Giuseppe …  Trascorsi un mese occupato a radunare il necessario per le varie danze locali dei Panà … I quattro adulti sarebbero venuti con l’aereo da Bangui a Nizza, mentre io sarei partito dal porto di Douala, nel Cameroun, con un grosso camion carico di casse per le danze dei 4 danzatori/catechisti, e avrei portato con me il ragazzo.  Saremmo sbarcati a Marsiglia e quindici giorni dopo da Genova sarei andato a ricevere la “Banda” all’aeroporto di Nizza. Pensato, detto e fatto … 

 

Nei sedici giorni di viaggio in mare ebbi del tempo a mia disposizione per preparare il piano per la fondazione della nuova Missione. Perciò, terminato il periodo delle vacanze in patria, dopo qualche giorno trascorso a Bocaranga, p. Carlos RAFFO mi condusse, con il grosso camion Ford canadese, a Ngaoundaye, portando con me gli indumenti personali e le tavole, il cemento e gli utensili necessari per le costruzioni. Dopo 4-5 ore di viaggio sui monti Panà, eccoci alla meta. Scaricato tutto nella Casetta/ex-bottega CATTIN, lo stesso giorno Carlos ripartì per Bocaranga. Cipriano sarebbe arrivato qualche giorno dopo, con la Renault 1400 assegnata alla nostra missione.

 

Che fare? Subito, venuto a conoscenza che nel centro del villaggio c’era in vendita una vecchia bottega  di CATTIN, commercianti portoghesi che da poco avevano chiuso i battenti, l’abbiamo comprata per 10.000 cfa = 30.000 lire di allora (= 15 euro attuali!). Ed è stato proprio qui il nostro “inizio”. La casetta di circa 4 m. X 8 era in legno, ricoperta di lamiere zincate, e quindi era un ottimo affare! P. Ernesto decise che io mi sarei stabilito nel centro, per la formazione dei catechisti e il ministero apostolico tra i Bum del Canton di Mann /Laolinga e dintorni. P. Cipriano era incaricato di tutto il resto: del Canton di Nzakundu /LAERE, dei Panà/Pondo di Kounang, dei Karré di Kompara (SIKUM) e di parte dei villaggi verso le cascate di Lancrenon che appartenevano al Canton di DEGAULLE. Così l’avventura tra i Panà di NGAOUNDAYE è cominciata.

 

Ma per la nuova Missione avevamo bisogno di un ampio spazio, al margine del villaggio; infatti, dovevamo prenderci cura della formazione dei catechisti di tutta la futura diocesi. Occorreva un piccolo villaggio di 20/35 casette. E poi bisognava costruire la Chiesa e la casa/dimora definitiva dei missionari. I primi giorni, da solo in attesa dell’arrivo di Cipriano, ebbi la possibilità di dare un ampio colpo d’occhio, da vero “stratega”.

 

Innanzi tutto dovevo procurarmi la casa che fungeva da Municipio. Si trovava un po’ appartata;  misurava metri 3X6 metri ed era coperta in lamiere di zinco. A ovest e a sud non c’erano abitazioni, ma in gran parte semplice boscaglia. Era l’ideale! Avrei dovuto parlare con il sindaco PUN-ILE, il grande capo dei Panà! Era il secondo giorno dal mio arrivo in loco e andai a far visita al Sindaco nel suo municipio, ove si trovava con la sua guardia del corpo, Gaston SAPU, e il suo segretario JEAN. Gli dissi che, con la venuta della Missione Cattolica, il Villaggio avrebbe acquistato importanza e sarebbe divenuto un grosso centro; per questo avevo bisogno della sua autorizzazione a utilizzare un terreno ampio per varie attività, specie per il villaggio dei catechisti in formazione, che sarebbero stati scelti nei numerosi Canton di Bocaranga … per cui tutti avrebbero “invidiato” il sindaco di Ngaoundaye … Gli avanzai la proposta di costruire un nuovo Municipio in cambio di quello attuale. Proposta che subito accettò, sapendo bene che con l’Amministratore Coloniale di Bocaranga noi missionari eravamo in buoni rapporti e che ogni difficoltà per le costruzioni l’avremmo appianata facilmente …

 

E’ bastato il suo “sì” per … “mettere in azione” il sottoscritto, che immediatamente si è dato da fare per la realizzazione del nuovo municipio, situato nel centro del villaggio e leggermente più ampio. Ci vollero dieci giorni per la costruzione, che venne inaugurata con un buon bicchiere di birra locale di miglio!

 

Finalmente, arrivato Cipriano, ci siamo trasferiti dalla bottega/CATTIN al vecchio/Municipio. Eravamo a casa nostra e la Chiesa Cattolica poteva avere una sede! Le due camerette dell’ex Municipio erano piccole ma sufficienti per noi, per la nostra privacy; poco distante il water, a forma di “sedia gestatoria”…  In una cameretta era appesa al muro una “scicotte” = sorte di staffile fatto di brandelli di pelle di ippopotamo …

 

In attesa di costruire la casa definitiva, il mio compagno Cipriano visitava la sua ampia zona di “brousse”, per varie centinaia di km, verso Nzakondu, Kunang, Kompara e “piste” secondarie. Il sottoscritto invece cercava di comprare e mettere da parte tanti blocchetti di argilla seccati al sole, per costruire la chiesina di 5m.X 7, con tre finestre ovali; il tetto fu fatto in una giornata sola, avendo utilizzato la paglia “imperata” già pronta, legata assieme (si chiamava “nonongo”= pronta ad essere stesa sul tetto fatto di “bacchette” attaccate con le liane). In questa chiesetta ogni sera i catecumeni si radunavano per  il catechismo.

 

Nel frattempo avevo notato che tra la chiesina provvisoria e il vecchio municipio esisteva una bella e grande termitiera (residenza delle formiche bianche denominate “termiti”), segno evidente che nel sottosuolo c’era acqua in abbondanza. Chiamai subito un uomo pratico a scavare pozzi per l’acqua necessaria al nostro servizio; l’acqua potabile era ad una decina di metri di profondità.  Poco distante dal pozzo in due giorni feci la fossa per la vettura, per cui all’occasione la nostra Renault 1400 si poteva aggiustare. A pochi metri dalla fossa per la vettura fu costruita una casetta per gli utensili necessari al lavoro meccanico, sotto la direzione di Cipriano, che aveva sempre con sé il giovane GUM Alberto. Ben presto egli imparò il mestiere di meccanico e in poco tempo si fece una fama “universale”! In seguito Alberto sposò AVUNA Jeanne, che in una decina di anni gli diede sei figlie … per cui un giorno piangendo e lamentandosi venne a dirmi di difenderla presso Alberto perché se nascevano solo figlie … non era colpa sua … Infine arrivò anche il maschio!

 

Quando cominciai la costruzione della Chiesa dedicata all‘IMMACOLATA CONCEZIONE, il Superiore mi scrisse una lettera: “ Mi sembra che il piano della Chiesa sia molto difficile da essere realizzato, ed io come superiore dovrei esserne il garante di fronte al Vescovo e all’Amministratore Coloniale … Se la costruzione cedesse per il peso … sarebbe un bel fallimento e cosa direbbero i nostri superiori ecclesiastici e civili?”. Risposi che mi sarei impegnato in quel lavoro e, proprio perché era arduo, vi avrei dedicato tutte le mie energie … P. Ernesto mi rispose: “Se te la senti, sono d’accordo; però desidero che tu presenti il tuo piano a un ingegnere e che lo faccia firmare da lui! Allora avrai la mia autorizzazione ai lavori”.

 

Con Cipriano ne abbiamo parlato a lungo e finalmente abbiamo preso la decisione di recarci nel vicino Ciad, a KELO, nella Missione Cattolica tenuta dai Cappuccini canadesi, dove abitava un volontario di professione “ingegnere”!

 

Ed eccoci in viaggio. Ma ad una ventina di km da NGAOUNDAYE il ponte sul grosso torrente MINI, già in Ciad, non c’era più! L’unica cosa da fare fu passare lentamente a guado, con circa 60/80 centimetri di acqua, e mettere l’argano che sempre portavamo nella vettura, attaccandolo ad un tronco d’albero dall’altra parte della riva, e far avanzare la vettura con una leva. Dopo un’oretta di lavoro, rieccoci sulla strada sterrata per riprendere il cammino verso nord. In due o tre ore siamo arrivati a MOUNDOU. Qui abbiamo pensato di rivolgerci al meccanico dell’Amministrazione, per cercare un ingegnere e vedere assieme la nostra costruzione:  per un sacchetto di cemento quante carrette di sabbia occorrono; e per le colonne e i “linteaux” quale ferro e di quale misura metterlo … Lui (l’ingegnere) parlava ed io dicevo sempre di sì con la testa … Per l’ingegnere la costruzione si poteva fare facilmente e ci ha dato qualche consiglio. 

 

Più fiduciosi siamo ripartiti per la Missione Cattolica di Kelo, per incontrare l’ingegnere che cercavamo. Avendo presentato il piano, questi lo ha subito confermato e di cuore lo ha firmato  -  manu propria  - . Al ritorno abbiamo di nuovo passato a guado il torrente MINI … e finalmente con un ouff siamo arrivati sulla strada maestra.

 

Dopo un sonno ristoratore, il mattino seguente con la prima occasione ho inviato lo scritto firmato dall’ingegnere canadese al mio superiore che mi ha risposto … non troppo convinto: “Se proprio è così come mi scrivi … inizia pure la costruzione”.

 

Immediatamente mi sono messo al lavoro e in poco più di cinque mesi la Chiesa è stata terminata e inaugurata il 17 marzo 1965.  Mi sembra che questa festa del 50° sia un miracolo di  sussistenza … Infatti la chiesa si trova su una collina in bella vista, ma esposta al vento e alle forti piogge. Se ha resistito per cinquant’anni agli elementi scatenati … resisterà ancora per un bel po’ di tempo!

 

Il primo lavoro da fare da un’équipe di manovali è stato quello di preparare una grande quantità di blocchetti di cemento “bucati”, per farvi entrare i ferri di sostegno; avendo trovato in una lontana Missione una macchina a mano di marca “ROSA COMETA” me la feci inviare. Subito il lavoro non riuscì dato che erano necessari supporti in ghisa e non in legno come mettevamo noi, poiché il cemento fresco li faceva piegare e tutto cadeva … Solo in occasione del mio viaggio in patria nel 1964, a Milano, in un viottolo dietro il DUOMO, ho potuto trovare la “ROSA COMETA” e così comprare una macchina con tanti supporti in ghisa.

 

Abbiamo dovuto attendere sei mesi per preparare i blocchetti, che nel mio piano dovevano essere alcuni ricurvi, chiamati “bul” (per intendermela con i manovali), altri frastagliati, chiamati “Kaiman”, altri ancora lisci, “polelele = lisci” … La Chiesa ha la sua originalità nel mettere assieme iquesti tre segni differenti. L’équipe dei tre manovali faceva una cinquantina di blocchetti al giorno. Il giorno dopo venivano tolti dal loro supporto e messi vicino all’acqua del fiume perché prendessero consistenza.

 

Aggiungo confidenzialmente che, se per la mia santificazione avessi messo tutta la testardaggine che ho impiegato nella costruzione della Chiesa dell’Immacolata Concezione di NGAOUNDAYE, a quest’ora sarei beato! 

 

L’Ex

 

 



 

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Messaggio Cristiano
ANGELUS, 30 Marzo 2025

Testo preparato dal Santo Padre

Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Nel Vangelo di oggi (Lc 15,1-3.11-32) Gesù si accorge che i farisei, invece di essere contenti perché i peccatori si avvicinano a Lui, si scandalizzano e mormorano alle sue spalle. Allora Gesù racconta loro di un padre che ha due figli: uno se ne va di casa ma poi, finito in miseria, ritorna e viene accolto con gioia; l’altro, il figlio “obbediente”, sdegnato col padre non vuole entrare alla festa. Così Gesù rivela il cuore di Dio: sempre misericordioso verso tutti; guarisce le nostre ferite perché possiamo amarci come fratelli.

Carissimi, viviamo questa Quaresima, tanto più nel Giubileo, come tempo di guarigione. Anch’io la sto sperimentando così, nell’animo e nel corpo. Perciò ringrazio di cuore tutti coloro che, a immagine del Salvatore, sono per il prossimo strumenti di guarigione con la loro parola e con la loro scienza, con l’affetto e con la preghiera. La fragilità e la malattia sono esperienze che ci accomunano tutti; a maggior ragione, però, siamo fratelli nella salvezza che Cristo ci ha donato.

Confidando nella misericordia di Dio Padre, continuiamo a pregare per la pace: nella martoriata Ucraina, in Palestina, Israele, Libano, Repubblica Democratica del Congo e Myanmar, che soffre tanto anche per il terremoto.

Seguo con preoccupazione la situazione in Sud Sudan. Rinnovo il mio appello accorato a tutti i Leader, perché pongano il massimo impegno per abbassare la tensione nel Paese. Occorre mettere da parte le divergenze e, con coraggio e responsabilità, sedersi attorno a un tavolo e avviare un dialogo costruttivo. Solo così sarà possibile alleviare le sofferenze dell’amata popolazione sud-sudanese e costruire un futuro di pace e stabilità.

E in Sudan la guerra continua a mietere vittime innocenti. Esorto le parti in conflitto a mettere al primo posto la salvaguardia della vita dei loro fratelli civili; e auspico che siano avviati al più presto nuovi negoziati, capaci di assicurare una soluzione duratura alla crisi. La Comunità internazionale aumenti gli sforzi per far fronte alla spaventosa catastrofe umanitaria.

Grazie a Dio ci sono anche fatti positivi: cito ad esempio la ratifica dell’Accordo sulla delimitazione del confine tra il Tajikistan e il Kyrgyzstan, che rappresenta un ottimo risultato diplomatico. Incoraggio entrambi i Paesi a proseguire su questa strada.

Maria, Madre di misericordia, aiuti la famiglia umana a riconciliarsi nella pace.

CATECHESI DEL SANTO PADRE
PREPARATA PER L'UDIENZA GENERALE DEL 26 MARZO 2025

Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. II. La vita di Gesù. Gli incontri. 2. La Samaritana. «Dammi da bere!» (Gv 4,7)

Cari fratelli e sorelle,

dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo.

Questa probabilmente è stata anche l’esperienza della donna samaritana, di cui si parla nel capitolo quarto del Vangelo di Giovanni (cfr 4,5-26). Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti.

Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata.

Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: «Dammi da bere!» (v. 10). Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna. «Colui che chiedeva da bere – dice Sant’Agostino – aveva sete della fede di questa donna». [1]

Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. È infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù.

Quando si accorge che Gesù conosce la sua vita, la donna sposta il discorso sulla questione religiosa che divideva giudei e samaritani. Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità. E quando lei, ancora una volta sorpresa, osserva che su queste cose è meglio aspettare il Messia, Lui le dice: «Sono io, che parlo con te» (v. 26). È come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata.

A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? È un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare.

Proprio come una persona innamorata, la samaritana dimentica la sua anfora ai piedi di Gesù. Il peso di quell’anfora sulla sua testa, ogni volta che tornava a casa, le ricordava la sua condizione, la sua vita travagliata. Ma adesso l’anfora è deposta ai piedi di Gesù. Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo.

Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!

[1] Omelia 15,11.