Le mie riflessioni


Il dono ... suggello d'amore

"L´amore è la più potente forza del mondo: scatena, attorno a chi lo vive, la pacifica rivoluzione cristiana" CL

"Vederci nuovi in ogni momento"

L'unità deve trionfare: unità con Dio, unità tra tutti gli uomini. Come? Amare tutti con quell'amore di misericordia caratteristico dei primi giorni del Movimento, quando decidevamo ogni mattina, per tutta la giornata, di vedere il prossimo che incontravamo – in famiglia, a scuola,, al lavoro, ecc., ovunque – di vederlo nuovo, nuovissimo, di non ricordare i suoi fallimenti, i suoi difetti, ma di coprire tutto, tutto con amore. Amare proprio come ci suggerisce la Parola di Dio: perdonare settanta volte sette. Avvicinarci a tutti con questa completa amnistia nei nostri cuori, con questo perdono universale. E poi, diventare uno con loro in tutto tranne che nel peccato tranne che nel male. Per cosa? Per ottenere quel meraviglioso risultato a cui aspirava S.Paolo, l'Apostolo. Egli disse: "Farsi tutto a tutti, 'diventare uno' con tutti, conquistare a Cristo il maggior numero".  Ebbene, se diventiamo una cosa sola con il prossimo, saremo in grado di comunicare il nostro Ideale agli altri, aiutati anche da questo perdono.   
Chiara Lubich

 

Dedichiamo questa poesia a tutti i popoli che oggi stanno vivendo una guerra.

È una lettera che Fabio Genovese ha scritto per Mia. Una bimba nata il 26/2/2022 nella metropolitana di Київ, dove la sua famiglia ha cercato rifugio durante i bombardamenti.

“Le tue foto di oggi, Mia, il tuo sguardo confuso e sperso ma nuovo,
vogliono,
devono,
farci sperare che possa vincere un'altra forza più grande del male e della stupidità.
Che è del mondo, dell'aria, delle piante, dei fiori, degli animali e forse anche nostra.
La forza della vita che sempre, nonostante tutto, continua a battere, a pulsare, a spingere,
e poi a piangere,
sì,
ma per aprire gli occhi su un mondo nuovo.
Non il bunker dove sei nata, ma il cielo là fuori che ti aspetta e ci aspetta.
Libero, pulito, forte, come te.”

Fabio Genovese

 

L’amore è il bene più prezioso che l’uomo ha. Non esiste nulla di più importante, bello, coinvolgente, avvolgente dell’amore. Per quanto riguarda l’argomento “Amore” esiste già un mio lavoro fatto in epoca recente. Questo mio ulteriore scritto ha l’intento di scendere più in profondità nel merito della cosa cercando di sviscerare l’aspetto più intimo che il dono reca sia a chi lo riceve, sia a chi lo fa. Com’è dato sapere l’amore può manifestarsi sia in maniera materiale sia immateriale. Dal punto di vista immateriale, l’amore può essere palesemente manifestato con gesti o parole più o meno coinvolgenti, appaganti, gratificanti. Una dolce frase quale: “ti amo” è significativa di un particolare stato d’animo, di un preciso segnale implicante un impegno coinvolgente l’anima di chi la esprime di chi la riceve. In altre parole, non avrebbe senso alcuno usare tale espressione in modo “leggero” senza attribuire alla stessa l’importanza che merita. Dire ti amo vuole dire mettere se stessi a nudo di fronte a colei/colui che ricevono tali parole. Vuole dire porre se stessi nelle mani di coloro che sono stati oggetto di tale frase, nella speranza venga da loro accolta ed accettata, quando viene loro detta per la prima volta. Ecco, pertanto, che parole e frasi d’amore rappresentano ciò che è di più intimo nel nostro animo e ci coinvolgono in maniera emotiva. Pur tuttavia l’uomo non è fatto di sola anima, anzi! La materialità è altrettanto importante e per taluni, scarsamente “sensibili”, alle voci dell’anima, bensì ben attenti e partecipi a quelle delle “cose” la componente definita “materia” la fa da padrona e prende il sopravvento a livello d’importanza. Comunque sia, anche in questo caso è bene andare con i piedi di piombo distinguendo le differenti situazioni e relative componenti emotive.

 

Quale importanza riveste un presunto “dono” a colui che lo fa e a colui che lo riceve? Esistono differenti stati danimo nel compiere il presunto “gesto d’amore” da ambo le parti. Esistono “presunti” gesti d’amore per le più svariate motivazioni. Andiamo dalla famiglia dei famosi benefattori definiti altresì “Magnati” che destinano parte della loro risorse e ricchezze ai più svariati destinatari. La nomenclatura nel merito è ricchissima di esempi e non ritengo il caso di fare “pubblicità” a coloro impegnati in tale intento. La sola cosa che mi viene spontanea rimarcare è la seguente: compiono il loro gesto d’altruismo per puro amore o per qualche altro recondito motivo che solamente loro conoscono? Al prossimo l’ardua sentenza. Per quanto mi riguarda, ritengo attendibili di “fede” i magnati che compiono gesti d’amore rimanendo nell’ombra per tutta la vita per poi venire allo scoperto dopo la loro dipartita terrena. In tal caso mi sento di asserire che tali individui sono degni della massima considerazione e stima in quanto dimostrano chiaramente il loro disinteresse ad eventuali benefici che possono trarre in vita rendendo palese questa loro predisposizione alla carità. Mi viene ancora alla mente la storia vera di un famoso attore comico italiano che, in vita, era stato additato ai più per una presunta tirchieria. Dopo la sua morte era emerso che, al contrario, in vita aveva fatto innumerevoli opere di bene, rimanendo, sempre nell’ombra.

 

A mio modo di vedere, comunque, ciò che fa la differenza tra coloro che sono predisposti al bene è lo stato d’animo di cui sopra accennato ed il livello dell’amore esistente tra chi dona e chi riceve. L’amore è sempre alla base di tutto ed il suo livello o grado fa la differenza tra donare e…donare. E’ un ragionamento molto sottile, il mio e tende a dare un senso ed un significato al gesto compiuto quando doniamo e con quale trasporto compiamo quel gesto. Donare, è di per se sempre un gesto d’amore. Chi dona, però, cosa sente nel cuore quando compie tale gesto? Quale sensazione prova? Nutre, in quel momento, qualcosa di vibrante che lo gratifica e lo appaga oppure rimane inerme, privo di sensazione alcuna, totalmente avulso dopo aver compiuto il gesto? L’analisi di tale gesto sembra apparentemente qualcosa di fuori luogo, inutile e superfluo perché i più sono convinti che “donare” sia, di per se, sempre un gesto positivo; sia da parte di chi riceve, sia da parte di chi dona. In realtà le cose non sempre stanno così perché è luogo comune sentir dire nel merito della cosa, da parte degli attori in gioco: “devo fare un presente a tizio perché m’ha fatto dei favori e non mi posso esimere dal ricambiarlo: è una scocciatura ma non posso farne a meno perché altrimenti faccio una brutta figura”. Tale manfrina è cosa quotidiana ma ha poco a che fare con lo stato danimo cui faccio riferimento io in quanto ricopre un ruolo fondamentale perché è da tale stato d’animo che il “dono” fatto assurge ad un livello ben superiore rispetto la materialità che lo rappresenta. Detto altrimenti, nel momento in cui colui o colei che s’accinge a fare un qualsiasi dono materiale, (dal più umile al più prezioso), deve provare entro se stesso, all’interno del suo animo, una sensazione positiva. Deve “sentire” che il suo animo gioisce nel compiere quel gesto e che il dono viene fatto col cuore. Il donatore deve provare questo sentimento profondo, talmente profondo che nei momenti precedenti il gesto una sorta di frenesia lo deve cogliere e fargli desiderare di donare prima che può perché incapace di reggere ulteriormente l’agitazione e tensione che lo attanagliano. Questo è ciò che io intendo “donare con amore”.

 

E colui che riceve il dono? Premesso che donare con tale stato d’animo presuppone un “profondo amore” all’origine, colui che riceve il dono in cuor suo “sente” che il donatore si sta rivolgendo a lui con cuore sereno, con amore. “Capta” lo stato d’animo del donatore e lo fa suo e lo condivide e ne rimane stregato, ammaliato. Le parole, il gesto, l’atteggiamento del donatore lo convincono che il dono che sta ricevendo viene a lui dato con animo colmo di grazia e gioia. Ecco cos’è ricevere un dono con amore.

 

Penso che il concetto sopra enunciato possa essere meglio spiegato con un esempio di cui ad un evento a me accorso e del quale ho già detto in altro mio scritto. A partire dagli anni sessanta fino a metà degli ottanta, religiosamente parlando, non ero quello che può essere definito uno “stinco di santo”. Ottimo allievo di un padre bestemmiatore, godevo intensamente nel rivolgermi in tale modo a Dio; ad ogni buon conto, nel tempo ho sia perdonato mio padre per avermi insegnato tale perversa pratica sia pregato Dio di perdonare a sua volta mio padre perché, pur essendo un bestemmiatore, non sapeva ciò che commetteva. Ero, pure agnostico, cioè avulso dalla fede e da tutto quanto ad essa collegato, pur avendo frequentato assiduamente tra l’infanzia e l’adolescenza la Chiesa Evangelica Metodista di Savona, ed avendone ricevuto una buona educazione religiosa, Rammento che, all’epoca, nel bestemmiare, provavo un moto di godimento, di piacere. Sentivo un qual senso di appagamento nel bestemmiare Dio. Questo ero io durante quegli anni, finché a seguito di un evento accorsomi in occasione di una gita in Francia nella metà degli anni ottanta, di cui ho già narrato nelle “Riflessioni sulla mia fede” la mia realtà dal punto di vista spirituale era destinata a subire una radicale metamorfosi. Da bestemmiatore sono diventato il loro più acerrimo nemico e da agnostico quale ero a fedele suddito di Dio. Ciò però che ritengo opportuno rimarcare è lo “stato d’animo” che da quel momento mi pervade ogni qualvolta ricevo una “grazia” sotto forma di un dono che definisco divino. Nella stessa maniera nella quale provavo un senso di piacere nel bestemmiare, adesso, al contrario, nutro lo stesso sentimento ogni qualvolta mi accorgo di essere stato aiutato in qualsiasi avversità nella vita. Dalla più banale, quale il ritrovamento di un oggetto smarrito alla più importante quale un’attenzione particolare accorsami a seguito ad es., di un incidente stradale. Di esempi relativi a tali gratificazioni ne ho a iosa ed ho solo l’imbarazzo della scelta; anzi, vista la loro numerosità sono intenzionato a dedicare loro un argomento mirato elencandole ad una ad una. Ogni grazia ricevuta è per me un dono del cielo e ringrazio Dio con tutto me stesso provando nello stesso tempo un moto di gratitudine profondo. Quale stato d’animo mi pervade dopo il gesto d’amore ricevuto? Mi pervade un senso di meraviglia e sorpresa ad un tempo e mi viene da dire: ma è tutto vero? Per quale motivo tutte queste attenzioni? Mi merito davvero di essere gratificato da tanto amore? Di certo, dopo l’ennesima attenzione ricevuta s’è fatto in me strada il pensiero di essere protetto da qualcuno che di lassù mi guarda e mi protegge. E’ nata, in sostanza, in cuor mio una perenne forme di gratitudine verso Dio che tende ad aumentare all’infinito conducendomi ad uno stato di perenne grazia,

 

Com’è dato vedere l’esempio da me fatto non è relativo ad un dono di natura materiale, bensì di uno di tutt’altro genere. D’altra parte, dal cielo non penso ci si possa attendere doni materiali, bensì di altra natura e per quanto mi riguarda assolutamente vitali. Ciò che intendo, in ogni caso, rimarcare è che a seguito di tutto ciò è sorto in me uno stato d’animo perenne che mi fa vivere nella convinzione d’essere amato e protetto da Dio. Sempre. Da ciò possiamo concludere dicendo che i doni, qualunque essi siano, sia materiali, sia immateriali, se fatti con il cuore e con l’amore conducono gli attori degli stessi, siano essi donatori o gratificati dai doni, sempre e solo in un’unica direzione: quella dell’amore reciproco.

Elio Tomei 

Fidarsi della misericordia di Dio

 

“Credi, credi all’Amore: Se tutto ha dato per te, tutto ha perdonato dal primo momento che ha visto in te il rincrescimento. Caccia gli scrupoli. Non credi capace Gesù di perdonarti dopo che per te fu in croce abbandonato?” 

 

“Lo so: cadrai. Anch’io cado e spesso e sempre. Ma quando alzo lo sguardo a Lui che vedo incapace di vendicarsi perché è fisso in Croce per eccesso d’Amore, mi lascio accarezzare dalla Sua Infinita Misericordia e so che quella sola ha da trionfare in me. A che sarebbe Lui infinitamente Misericordioso? A che? Se non fosse per i nostri peccati?” (agosto ’45)  C.L. 

 

[…] Si attende Gesù se lo si ama e si desidera ardentemente incontrarlo. E lo si attende amando concretamente, servendolo ad esempio in chi ci è vicino, o impegnandosi alla edificazione di una società più giusta. È Gesù stesso che ci invita a vivere così raccontando la parabola del servo fedele che, aspettando il ritorno del padrone, si prende cura dei domestici e degli affari della casa; o quella dei servi che, sempre in attesa del ritorno del padrone, si danno da fare per far fruttificare i talenti ricevuti. [...]

 

Confortare chi è nel bisogno

 

Confortare è stare accanto, comprendere in sé il dolore e il bisogno dell'altro, sentirli propri. Si pensa, forse, che per amare dobbiamo saper risolvere i problemi e le difficoltà dell'altro, ma risolvere è una minima parte e nemmeno la più importante dell'amore. Non sempre si può risolvere, alle volte non si deve nemmeno farlo, perché sarebbe come dire all'altro che non è capace di occuparsi di sé, ma ciò che sempre ci chiede l'amore è saper stare accanto, saper camminare mano nella mano, e portare con l'altro i suoi pesi. Portare con l'altro il suo dolore, sentirlo in noi, viverlo come nostro...

 

Chi vuole essere il primo sia servitore di tutti

 

«Aspirare costantemente al primato evangelico col mettersi, il più possibile, al servizio del prossimo […] E quale è il modo migliore per servire? Farsi uno con ogni persona che incontriamo, sentendo in noi i suoi sentimenti: risolverli come cosa nostra, fatta nostra dall’amore […]. Cioè non vivere più ripiegati su noi stessi, cercar di portare i suoi pesi, di condividere le sue gioie»  C. L.

 

Trasformare il dolore in amore

 

Quando si è conosciuto il dolore in tutte le sfumature più atroci, nelle angosce più varie, e si son tese le mani a Dio in mute strazianti implorazioni, in sommesse grida di aiuto; quando si è bevuto il fondo del calice e si è offerta a Dio, per giorni e per anni, la propria croce, confusa con la sua, che la valorizza divinamente, allora Dio ha pietà di noi e ci accoglie nella sua unione. È il momento in cui, dopo aver esperimentato il valore unico del dolore, dopo aver creduto all’economia della croce ed averne visto gli effetti benefici, Iddio mostra in forma più alta e nuova qualcosa che vale più ancora del dolore. È l’amore agli altri in forma di misericordia, l’amore che fa allargare cuore e braccia ai miserabili, ai pezzenti, agli straziati dalla vita, ai peccatori pentiti (C.L.)

 
 
Essere “poveri in spirito” significa porre la nostra fiducia non nelle ricchezze, ma nell’amore di Dio e nella sua provvidenza. Spesso siamo “ricchi” di preoccupazioni per la salute, di trepidazioni per i nostri parenti, di apprensione per un certo lavoro, di incertezze sul come comportarci, di paure per il futuro… Tutto ciò può bloccare la nostra anima e chiuderla su se stessa, impedendole di aprirsi a Dio e ai fratelli. Ebbene, proprio in questi momenti di sospensione il “povero in spirito” crede all’amore di Dio, e getta in Lui ogni preoccupazione, sperimentando il suo amore di Padre. Si è “poveri in spirito” quando ci si lascia guidare dall’amore verso gli altri (C.L.)
 
 
Vivere e pregare per la pace 
 

“Può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso. Occorre essere portatore di pace anzitutto nel proprio comportamento di ogni istante, vivendo in accordo con Dio e la sua volontà. [...] «... saranno chiamati figli di Dio». Ricevere un nome significa diventare ciò che il nome esprime. Paolo chiamava Dio «il Dio della pace» e salutando i cristiani diceva loro: «Il Dio della pace sia con tutti voi». Gli operatori di pace manifestano la loro parentela con Dio, agiscono da figli di Dio, testimoniano Dio che [...] ha impresso nella società umana l’ordine, che ha come frutto la pace”(C.L.)
 

 

RINGRAZIARE DIO DELLE BELLEZZE DEL CREATO


La bellezza del creato attorno a noi è costante però non statica. Essa cambia secondo la luminosità della giornata, secondo le stagioni dell'anno e cambia anche nel tempo. Ci ricordiamo troppo poco di ringraziare Dio per il creato, che con la sua bellezza fa sgorgare nei nostri cuori sentimenti che ci sintonizzano con l'armonia che regge l'universo e così ci fa diventare delle persone più buone e più zelanti della natura. Vedo la bellezza del creato soprattutto nelle persone. Però, devo scoprirla prima di tutto nel mio sguardo. Devo vedere ognuno attraverso lo sguardo di bontà di Dio stesso perché il creato rispecchia la bellezza del suo Creatore, ed in modo molto speciale, in quella creatura che porta il marchio della sua somiglianza.


Trafficare i nostri talenti per Dio

 

Se riflettiamo bene non c'è cosa più bella di questa.
I talenti sono le nostre inclinazioni naturali, quelle cose che riusciamo a fare meglio, quelle che ci realizzano pienamente.
Trafficarli per Dio vuol dire impegnarsi per svilupparli e condividerli con chi ci sta accanto...
C'è qualcosa di più affascinante?

 

"Credere nella misericordia di Dio!

 
Credere nella misericordia divina, invece, significa essere effettivamente convinti che, se noi gli chiediamo perdono, Gesù cancella completamente i nostri peccati, e poi rimetterci subito a seguirlo.
Come vivere allora questa Parola di vita?
Dobbiamo credere concretamente nella misericordia di Gesù senza alcun limite; dobbiamo fargli il dono del nostro nulla tutte le volte che le nostre mancanze e le nostre debolezze ce ne facessero fare l'esperienza, convinti che questo dono - se accompagnato dal proposito di ricominciare subito - non è un atto di superficialità, ma un atto di amore puro, che attira il suo perdono e la sua grazia, ed è la risposta più bella che possiamo dare al suo amore"  C.L.
 
Chiedere al Padre la purezza del cuore

[…] La purezza è frutto della Parola vissuta, di tutte quelle Parole di Gesù che ci liberano dai cosiddetti attaccamenti, nei quali necessariamente si cade, se non si ha il cuore in Dio e nei suoi insegnamenti. Essi possono riguardare le cose, le creature, se stessi. Ma se il cuore è puntato su Dio solo, tutto il resto cade. [...] [...] Per riuscire in questa impresa, può essere utile, durante la giornata, ripetere a Gesù, a Dio, quell’invocazione del Salmo che dice: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene!”. Proviamo a ripeterlo spesso, e soprattutto quando i vari attaccamenti vorrebbero trascinare il nostro cuore verso quelle immagini, sentimenti e passioni che possono offuscare la visione del bene e toglierci la libertà. E così avremo acquistato in purezza.  (C.L.)
 
 
"Orientare le nostre scelte secondo la logica dell'amore"
 
[...] È questa la legge nuova: l’amore. Lo Spirito Santo è l’Amore di Dio che venendo in noi trasforma il nostro cuore, vi infonde il suo stesso amore e insegna ad agire nell’amore e per amore. È l’amore che ci muove, che ci suggerisce come rispondere alle situazioni e alle scelte che siamo chiamati a compiere. È l’amore che ci insegna a distinguere: questo è bene, lo faccio; questo è male, non lo faccio. È l’amore che ci spinge ad agire cercando il bene dell’altro.
Non siamo guidati dal di fuori, ma da quel principio di vita nuova che lo Spirito ha posto dentro di noi. Forze, cuore, mente, tutte le nostre capacità possono camminare secondo lo Spirito perché unificate dall’amore e poste a completa disposizione del progetto di Dio su di noi e sulla società"  C.L.
 

"Ascoltare la voce di Dio che parla nel nostro cuore"

 
Ma come fare a riconoscere la sua voce, a distinguerla fra tante e a sintonizzarci sulla sua lunghezza d'onda? C'è un momento forte nel quale egli parla alla nostra anima: è nella preghiera, e quanto più cerchiamo di amare Dio nel nostro cuore tanto più la sua voce si fa sentire e ci guida dal più profondo del nostro essere.
Ma anche ogni incontro della giornata può essere un'occasione di ascolto: mettendoci, di fronte ad ogni prossimo, in un silenzio d'amore che accoglie l'altro, chiunque esso sia, perché – Gesù ce lo ha rivelato – è lui stesso che si nasconde dietro ad ogni essere umano. 
Come cambierebbero i nostri rapporti se si coltivasse di più questa rara qualità dell'ascolto, che può essere l'unico modo, a volte, con cui dimostrare la nostra attenzione verso chi ci sta vicino, anche se sconosciuto!
Qui sta dunque il segreto: per disporci all'ascolto della voce di Dio, mettersi all'ascolto della sorella, del fratello (C.L.) 
 
 

Camminare insieme 07/08/2021: Accogliere i deboli e i piccoli.

 

I primi deboli e piccoli che ci troviamo ad accogliere nella nostra vita e forse i più difficili da accogliere siamo proprio noi stessi.
Accogliere la propria debolezza e piccolezza è essere realisti sulla nostra natura. 
Non è rassegnarsi, perché solo se accolgo e accetto ciò che sono e i miei limiti posso davvero mettermi in discussione.
Accogliere la propria debolezza e piccolezza dà la libertà che permette di camminare.

 

 

Dio ci esaudisce quando ci facciamo piccoli davanti a Lui

 

Dio ci lascia fare l’esperienza della nostra incapacità, non già per scoraggiarci, ma per farci sperimentare la straordinaria potenza della sua grazia, che si manifesta proprio quando le nostre forze sembrano non farcela, per aiutarci a capire meglio il suo amore. A un patto però: che abbiamo una totale fiducia in Lui, come l’ha il figlioletto in sua madre; abbandono sconfinato che ci farà sentire nelle braccia di un Padre che ci ama così come siamo e al quale tutto è possibile.
Non può bloccarci neppure la consapevolezza dei nostri sbagli perché, essendo amore, Dio ci rialza ogni qual volta siamo caduti, come fanno i genitori col loro bambino.
 
Chiara Lubich
 
Coronavirus
 

Eccoci, dunque, alla nona volta di questa telenovela del Coronavirus che pare non dover finire mai e che, al pari di tutte le telenovele in genere, dopo un certo numero di puntate inizia a venire a noia in quanto sempre uguale nei suoi postulati e noiosa nel suo protrarsi nel tempo. Pare di assistere ad un pranzo aziendale, dove il menù risulta essere sempre lo stesso e, ancor prima di iniziare a mangiare, sappiamo cosa ci aspetterà dopo in quanto solamente con un buon digestivo riusciremo a digerire quanto ingurgitato un momento prima.

 

        Al di là delle note e canoniche vicende legate alle varie tipologie di antidoti dei quali s’è già detto a sufficienza, la sola nota aggiuntiva all’attuale situazione è quella del “green pass”. Eh sì. Come al solito da buoni Italiani, se non facciamo uso di termini d’oltre mare non ci sentiamo soddisfatti di noi stessi. D’altra parte l’uso di termini di origine anglosassone pare sia in grado di dare maggiore rilevanza a ciò che andiamo scrivendo e dicendo in tal “guisa” riteniamo di interessare un pulpito più numeroso, in scalpitante attesa delle nostre disquisizioni oratorie. Avanti dunque con il green pass che non è che un comune “permesso d’accesso”.

 

        Tale permesso consente ai suoi possessori di poter accedere ad attività che li pongono a contatto con il pubblico, evitando, entro certi limiti, l’estendersi del contagio pandemico. Il green pass è uno strumento messo a disposizione di tutti coloro che hanno effettuato i due canonici vaccini di immunizzazione e che, dal punto di vista sanitario risultano essere immunizzati, quindi nelle condizioni ottimali per esercitare quelle attività che richiedono un loro continuo contatto con la massa quali ad es., l’insegnamento.

 

        Tutto bello, tutto giusto, tutto regolare, verrebbe da dire; se non ché a rendere la vita dura a quelle iniziative che paiono logiche, giuste, limpide, chiare e lampanti provvedono soggetti ambosessi che, per le più svariate ragioni amano remare contro adducendo la loro azione ad un’infinità di motivazioni una più strampalata dell’altra. Andiamo dunque con ordine e proviamo a ragionare… a bocce ferme, come è doveroso in questi frangenti.

 

        Come già accennato, il green pass, attestante la somministrazione di due vaccini, è stato comminato alla maggior parte della comunità. Derogano alla regola tutti coloro che si sono rifiutati di fare anche, una sola dei vaccini, adducendo varie e folcloristiche affermazioni quali, ad es., che i vaccini sono stati creati con prodotti sconosciuti i cui esiti sono tutti da definire, o che i vaccini non servono assolutamente a nulla in quanto inventati per orientare la pubblica opinione nella direzione cui le autorità e le istituzioni vogliono vada la massa della gente. Una cosa è comunque certa; i vari negazionisti, i recenti no vax, tutti coloro che per le più ridicole ragioni si sono rifiutati di vaccinarsi, sono sempre più convinti della loro scelta e se ne stanno guardando bene di recedere dalla loro posizione. 

 

        Recentemente si sono svolte numerose manifestazioni da parte dei no vax sia a livello nazionale, sia a quello internazionale e non sono assolutamente interessati ad alcun ragionamento in quanto fermi sulla loro posizione. È storia attuale la serie di manifestazioni da loro indette che ha dato e sta di continuo dando origine a continui atti di violenza contro il mondo a loro contrario. E’ insomma, in atto una sorta di rivoluzione da loro perpetrata contro tutto, contro tutti. Come reagire? Come opporsi a tale situazione paradossale? Parrebbe di essere di fronte ad una parte della società uscita improvvisamente di senno incapace di reagire in modo razionale al precipitare delle cose. A tutto ciò sembra si siano aggiunti alla protesta, frange pericolosissime di estremisti di destra quali fascisti e neonazisti. Ne sanno qualcosa le autorità e le varie istituzioni in occasione delle manifestazioni che si sono svolte a Trieste Roma ed altrove. Non nascondo la mia preoccupazione in quanto non so come evolverà in futuro il tutto, tanto meno da che parte andremo a finire. 

 

        Di sicuro tanto bene non siamo messi. Pare che gran parte del ciarpame sociale abbia trovato residenza a casa nostra. I “No TAV” contro la linea ferroviaria ad alta velocità che dovrà collegare Lione a Torino! I “No Vax” contro le vaccinazioni! Le varie organizzazioni della ultra destra che si stanno riorganizzando! I nuovi rigurgiti di matrice fascista! Le nuovissime reminescenze nazionalsocialiste! I black block di nota memoria! Perle rare che messe tutte assieme possono far venire i capelli bianchi a ognuno di noi.

 

        Relativamente al Codid19 in senso stretto, a livello nazionale la situazione al 25-10-2021 non sembrerebbe andare malissimo. Contagi e ricoveri, tra alti e bassi, più bassi che alti, ad onor del vero, paiono procedere abbastanza bene e non fosse per quel nutrito manipolo d’imbecilli dei quali sopra s’è detto, potremmo pure vantarci di tenere le cose sufficientemente sotto controllo. 

 

        Di certo l’uso delle mascherine non può essere ancora abbandonato in quanto risultano essere ancora necessarie, in particolare negli ambienti affollati. La recrudescenza del male è dietro l’angolo e ci vuole meno che niente per far ritornare tutto come prima. Ne sanno qualcosa nel regno Unito ed in Russia, dove, a seguito di una loro generale dismissione s’è verificata una recrudescenza della pandemia e quotidianamente sono ritornati a registrare decine di migliaia di contagi in più.

 

        In questi ultimi tempi il nostro governo ha dato il consenso all’uso della terza dose del vaccino anticovid19, la cui somministrazione è già stata avviata, in quanto è emerso che la durata conclamata dei precedenti due vaccini non andrebbe oltre (il condizionale è doveroso) sei mesi. Per quanto mi riguarda, avendo io fatto le due precedenti dosi entro il mese di Aprile di quest’anno, ritengo di essere prossimo a tale appuntamento entro Novembre di quest’anno. Consiglio ognuno di voi di attivarsi in materia e provvedere all’uopo.

Elio


Documenti allegati

 Riflessioni sulla mia Fede. Var.1.doc
 Riflessioni sulla mia Fede. Var. 2.doc

 

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Messaggio Cristiano
ANGELUS Piazza San Pietro Domenica, 14 Agosto 2022

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo della liturgia odierna c’è un’espressione di Gesù che sempre ci colpisce e ci interroga. Mentre è in cammino con i suoi discepoli, Egli dice: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Di quale fuoco sta parlando? E che significato hanno queste parole per noi oggi, questo fuoco che porta Gesù?

 

Come sappiamo, Gesù è venuto a portare nel mondo il Vangelo, cioè la buona notizia dell’amore di Dio per ciascuno di noi. Perciò ci sta dicendo che il Vangelo è come un fuoco, perché si tratta di un messaggio che, quando irrompe nella storia, brucia i vecchi equilibri del vivere, sfida a uscire dall’individualismo, sfida a vincere l’egoismo, sfida a passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla vita nuova del Risorto, di Gesù risorto. Il Vangelo, cioè, non lascia le cose come stanno; quando passa il Vangelo, ed è ascoltato e ricevuto, le cose non rimangono come stanno. Il Vangelo provoca al cambiamento e invita alla conversione. Non dispensa una falsa pace intimistica, ma accende un’inquietudine che ci mette in cammino, ci spinge ad aprirci a Dio e ai fratelli. È proprio come il fuoco: mentre ci riscalda con l’amore di Dio, vuole bruciare i nostri egoismi, illuminare i lati oscuri della vita - tutti ne abbiamo! -, consumare i falsi idoli che ci rendono schiavi.

 

Sulla scia dei profeti biblici – pensiamo per esempio a Elia e a Geremia – Gesù è acceso dal fuoco dell’amore di Dio e, per farlo divampare nel mondo, si spende in prima persona, amando fino alla fine, cioè fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). Egli è ricolmo di Spirito Santo, che è paragonato al fuoco, e con la sua luce e la sua forza svela il volto misericordioso di Dio e dà pienezza a quanti sono considerati perduti, abbatte le barriere delle emarginazioni, guarisce le ferite del corpo e dell’anima, rinnova una religiosità ridotta a pratiche esteriori. Per questo è fuoco: cambia, purifica.

 

Che cosa significa dunque per noi, per ognuno di noi – per me, per voi, per te -, che cosa significa per noi questa parola di Gesù, del fuoco? Ci invita a riaccendere la fiamma della fede, perché essa non diventi una realtà secondaria, o un mezzo di benessere individuale, che ci fa evadere dalle sfide della vita e dall’impegno nella Chiesa e nella società. Infatti – diceva un teologo –, la fede in Dio «ci rassicura, ma non come vorremmo noi: cioè non per procurarci un’illusione paralizzante o una soddisfazione beata, ma per permetterci di agire» (De Lubac, Sulle vie di Dio, Milano 2008, 184). La fede, insomma, non è una “ninna nanna” che ci culla per farci addormentare. La fede vera è un fuoco, un fuoco acceso per farci stare desti e operosi anche nella notte!

 

E allora possiamo domandarci: io sono appassionato al Vangelo? Io leggo spesso il Vangelo? Lo porto con me? La fede che professo e che celebro, mi pone in una tranquillità beata oppure accende in me il fuoco della testimonianza? Possiamo chiedercelo anche come Chiesa: nelle nostre comunità, ardono il fuoco dello Spirito, la passione per la preghiera e per la carità, la gioia della fede, oppure ci trasciniamo nella stanchezza e nell’abitudine, con la faccia smorta e il lamento sulle labbra e le chiacchiere ogni giorno? Fratelli e sorelle, verifichiamoci su questo, così che anche noi possiamo dire come Gesù: siamo accesi del fuoco dell’amore di Dio e vogliamo “gettarlo” nel mondo, portarlo a tutti, perché ciascuno scopra la tenerezza del Padre e sperimenti la gioia di Gesù, che allarga il cuore – e Gesù allarga il cuore! - e fa bella la vita. Preghiamo per questo la Vergine Santa: lei, che ha accolto il fuoco dello Spirito Santo, interceda per noi.

 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Desidero attirare l’attenzione sulla grave crisi umanitaria che colpisce la Somalia e alcune zone dei Paesi limitrofi. Le popolazioni di questa regione, che già vivono in condizioni molto precarie, si trovano ora in pericolo mortale a causa della siccità. Auspico che la solidarietà internazionale possa rispondere efficacemente a tale emergenza. Purtroppo la guerra distoglie l’attenzione e le risorse, ma questi sono gli obiettivi che esigono il massimo impegno: la lotta alla fame, la salute, l’istruzione.

 

Rivolgo un cordiale saluto a voi, fedeli di Roma e pellegrini di vari Paesi. Vedo bandiere polacche, ucraine, francesi, italiane, argentine! Tanti pellegrini. Saluto, in particolare, gli educatori e i catechisti dell’unità pastorale di Codevigo (Padova), gli universitari del Movimento Giovanile Salesiano del Triveneto e i giovani dell’unità pastorale di Villafranca (Verona).

 

E un pensiero speciale va ai numerosi pellegrini che oggi si sono radunati nel Santuario della Divina Misericordia a Cracovia, dove vent’anni fa San Giovanni Paolo II fece l’Atto di Affidamento del mondo alla Divina Misericordia. Più che mai vediamo oggi il senso di quel gesto, che vogliamo rinnovare nella preghiera e nella testimonianza della vita. La misericordia è la via della salvezza per ognuno di noi e per il mondo intero. E chiediamo al Signore, misericordia speciale, misericordia e pietà per il martoriato popolo ucraino.

 

Auguro a tutti una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci, anche ai ragazzi dell’Immacolata.

 

Papa Francesco 

 


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