A tu per tu


Come l´aurora

Testimonianza

Testimonianza Chiara

 

Dio è entrato nella mia vita piano, senza far rumore, in modo graduale, come l’aurora. Lui è entrato in modalità “silenzioso” ma con la vibrazione. Sì, con la vibrazione, perché l’ho incontrato attraverso persone, situazioni, eventi che mi hanno lasciato il segno, che mi hanno messo in moto dentro, che mi hanno fatto nascere domande grandi, che mi hanno acceso desideri grandi.

 

In quarta elementare a catechismo ho ascoltato la testimonianza di una suora missionaria; non mi ricordo niente di quello che ha detto, so solo che si è mosso qualcosa dentro e ho iniziato a farmi domande come “Ma chi glielo ha fatto fare di lasciare tutto e partire? Da dove le viene tutta questa forza?”. Domande alle quali non sapevo rispondermi. Sono rimasta attratta da quell’esempio di vita e il desiderio della missione ha iniziato a scaldarmi il cuore; mi entusiasmava l’idea di costruire qualcosa per chi non aveva niente, in un villaggio disperso dell’Africa.


Durante gli anni delle medie, i temi dello sfruttamento minorile e della fame nel mondo mi hanno accesa, ma presto ho capito che nel mondo regnava l’indifferenza e l’insensibilità di fronte a queste tematiche. Così è cresciuto sempre di più il rifiuto nei confronti di questa società consumistica, egoista e individualista.

 

A 14 anni in parrocchia arrivò un nuovo parroco, un tipo giovane, spiritoso, così diverso dalla figura del sacerdote a cui ero abituata io. Mi stava simpatico quel prete e dal quel momento ho iniziato ad ascoltare l’omelia. Lui ripeteva spesso: “La fede è come una piccola fiammella, fragile, che fa poca luce. Ma beato chi ce l’ha e la alimenta!”. Poco dopo ho conosciuto una suora saveriana, missionaria in Brasile da oltre 50 anni. È stata la luce nei suoi occhi a farmi suscitare ancora quel desiderio che avevo dentro, messo a tacere per lungo tempo: la missione, il donarsi agli altri, lo spendersi per gli altri. Avevo capito che l’unica cosa che faceva muovere e brillare quella missionaria era il fuoco della fede. Io non avevo per niente quella fiammella accesa nel mio cuore, ma ho iniziato a essere sempre più convinta che potevo mettermi alla ricerca di Dio. Con il cuore pieno di rabbia, ho lanciato una sfida a Dio e gli ho detto: “Io provo a cercarti, se esisti salta fuori!”. È così che è iniziata la mia ricerca di Dio. Ho iniziato a pregare, a gridare a Dio, a chiedergli il dono della fede, di sapermi fidare di Lui. Mi sono avvicinata alla Parola e piano piano sentivo che quella Parola era viva e mi rendeva viva, si incarnava perfettamente nelle mie giornate, parlava alla mia vita, mi riguardava. Dietro quella Parola doveva esserci Qualcuno. Quello che all’inizio sembrava un monologo con Dio, si è trasformato sempre più in un dialogo, un rapporto intimo con Lui. Si sono alternati periodi di smarrimento e di rifiuto di Dio, a periodi di profonda intimità. Sapevo che Lui era al mio fianco e che insieme avremo fatto cose grandi. Nel cuore custodivo questa Parola: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 13-14). Ero certa che Dio aveva un progetto bello su di me, avevo il desiderio di fare la Sua volontà e di fare qualsiasi cosa mi avesse chiesto con Amore.

 

A 17 anni la botta: un mio amico, animatore con me in parrocchia, si suicidò e da quel momento è iniziato un periodo buio, di deserto interiore, durato quasi quattro anni. In un primo momento ho provato rabbia per l’impotenza di Dio di fronte a quel gesto, poi ho capito che Dio quel giorno ha pianto, tanto. Perché uno dei suoi figli non l’ha riconosciuto come Padre. È esplosa dentro l’urgenza di annunciare Dio ai miei coetanei, di dare un senso pieno alla mia vita, di fare un “lavoro” da grande che portasse l’altro all’incontro con Lui. Sentivo Dio che gridava forte “Io ti ho pensato e creato per la vita! Scegli la vita! Scegli la vita e porta via a chi è morto dentro!”

 

Ho iniziato l’università, ho continuato a seguire i gruppi in parrocchia, ma la domanda “Dio, qual è il tuo progetto su di me?” continuava ad abitare il mio cuore e stava iniziando a pesarmi sempre di più. Più andavo avanti, più avevo la sensazione di non essere sulla strada che Dio aveva preparato per me. Ero convinta che la vocazione corrispondesse al lavoro fatto su misura per me, quello in cui potevo aiutare concretamente il prossimo. Ero alla continua ricerca del lavoro ideale per me, dove potevo aiutare gli altri al meglio. Più cercavo la passione della mia vita, più trovavo in quel Dio l’unico motore delle mie giornate.

 

Dio voleva altro da me, ma io non riuscivo a capire cosa. Nel 2102, stanca dei valori futili su cui stavo costruendo la mia vita, stanca della logica di questo mondo, stanca di non essere compresa dalla mia famiglia, si è riacceso forte il fuoco della missione. Dio gridava forte, mi diceva “I miei progetti escono dalla logica umana! Fidati di me!”. E così con l’entusiasmo alle stelle sono atterrata in Brasile, sicura che Dio si sarebbe preso cura di me. Quella in Brasile fu per me una grande lezione di vita: mi sono resa conto di non poter salvare il mondo, ma soprattutto ho capito che stavo scappando da una realtà, la mia vita, continuamente tesa a trovare un significato di pienezza. Tornata dal Brasile ho continuato la vita di prima, stessa facoltà all’università e stessi gruppi in parrocchia, aggiungendo altre nuove attività di volontariato tra Caritas e clownterapia in ospedale. Mi spendevo per l’altro, vedevo Dio nell’altro e mi sentivo su di giri. Tutto questo spendermi mi sembrava la soluzione al mio mal di vivere, ma con il tempo ho capito che neanche quella era la soluzione, perché non stavo rispondendo alle domande grandi che riguardavano la mia vita nella sua totalità, che mi portavo dentro da tanto tempo e che di giorno in giorno si ingigantivano sempre di più, diventando un macigno sempre più pesante da portare sulle spalle: “Ma chi me lo fa fare di rimanere su questa terra? Per cosa vale veramente la pena vivere? Per chi vale veramente la pena vivere?”.   Sentivo Dio presente in tutto quello che facevo e mi stava stretto poter parlare liberamente di Lui solo un’ora a settimana in parrocchia. Lui era come un fiume in piena, voleva inondare ogni istante della mia vita, ma io non potevo lasciarlo straripare troppo, altrimenti avrei perso la stima di tanti amici e il controllo sulla mia vita.

 

Nel 2013 la svolta: mi ritrovai tra le mani un volantino che avevo preso in una chiesa ad Assisi l’anno prima. Sul volantino c’era scritto: Servizio Orientamento Giovani e il mio occhio è subito stato catturato da quel Corso vocazionale. Non avevo idea di cosa fosse, ma in quell’esatto istante ho pensato “mio, questo è mio”. Sono arrivata al vocazionale spinta dall’idea “sentiamo un po’ cosa dicono i frati”, senza attese, solo  con la paura di tornare a casa ancora più scossa di come c’ero arrivata.

 

Dal vocazionale in poi si sono spalancati nuovi orizzonti: grazie all’accompagnamento spirituale e al cammino di discernimento sono crollati i miei castelli mentali sulla mia idea di vocazione: vocazione non è il lavoro che amo fare, ma la prima vocazione è innanzitutto quella all’Amore. Ho conosciuto un Dio che non potevo più considerare semplicemente il mio migliore amico. Ho trovato un Dio Padre che mi ha presa per mano e con una delicatezza infinita, mi ha condotta a guardarmi dentro, a fare ordine nella mia vita, a dare il nome di deserto a quei quattro anni di oscurità. È in quel deserto che Dio mi ha essenzializzato, mi è rimasto accanto, mi ha fatto vedere in Lui l’unico senso della mia vita, l’unico per cui vale veramente la pena vivere. Ho ripreso in mano la mia vita, l’ho guardata con i Suoi occhi e oggi la benedico, tutta, e benedico soprattutto quei periodi di forte lotta interiore e le ferite più profonde. Ho trovato un Dio che mi chiede solo di amarlo, di stare davanti a Lui, di lasciarmi guardare da Lui e lasciarmi riempire del Suo Amore. È Lui che da sempre ha messo nel mio cuore desideri che puntano all’eternità! Scavando i miei desideri e scalando i Suoi desideri, ho respirato una libertà infinita quando ho scoperto che i miei desideri coincidono con i Suoi!  È Lui la pienezza che ho sempre cercato, è Lui la fonte della Gioia, quella piena: “Guardate a Lui e sarete raggianti” (Sal 34,6).

 

                                                               Chiara

 

 



 

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Messaggio Cristiano
ANGELUS Piazza San Pietro Domenica, 14 Agosto 2022

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo della liturgia odierna c’è un’espressione di Gesù che sempre ci colpisce e ci interroga. Mentre è in cammino con i suoi discepoli, Egli dice: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Di quale fuoco sta parlando? E che significato hanno queste parole per noi oggi, questo fuoco che porta Gesù?

 

Come sappiamo, Gesù è venuto a portare nel mondo il Vangelo, cioè la buona notizia dell’amore di Dio per ciascuno di noi. Perciò ci sta dicendo che il Vangelo è come un fuoco, perché si tratta di un messaggio che, quando irrompe nella storia, brucia i vecchi equilibri del vivere, sfida a uscire dall’individualismo, sfida a vincere l’egoismo, sfida a passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla vita nuova del Risorto, di Gesù risorto. Il Vangelo, cioè, non lascia le cose come stanno; quando passa il Vangelo, ed è ascoltato e ricevuto, le cose non rimangono come stanno. Il Vangelo provoca al cambiamento e invita alla conversione. Non dispensa una falsa pace intimistica, ma accende un’inquietudine che ci mette in cammino, ci spinge ad aprirci a Dio e ai fratelli. È proprio come il fuoco: mentre ci riscalda con l’amore di Dio, vuole bruciare i nostri egoismi, illuminare i lati oscuri della vita - tutti ne abbiamo! -, consumare i falsi idoli che ci rendono schiavi.

 

Sulla scia dei profeti biblici – pensiamo per esempio a Elia e a Geremia – Gesù è acceso dal fuoco dell’amore di Dio e, per farlo divampare nel mondo, si spende in prima persona, amando fino alla fine, cioè fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). Egli è ricolmo di Spirito Santo, che è paragonato al fuoco, e con la sua luce e la sua forza svela il volto misericordioso di Dio e dà pienezza a quanti sono considerati perduti, abbatte le barriere delle emarginazioni, guarisce le ferite del corpo e dell’anima, rinnova una religiosità ridotta a pratiche esteriori. Per questo è fuoco: cambia, purifica.

 

Che cosa significa dunque per noi, per ognuno di noi – per me, per voi, per te -, che cosa significa per noi questa parola di Gesù, del fuoco? Ci invita a riaccendere la fiamma della fede, perché essa non diventi una realtà secondaria, o un mezzo di benessere individuale, che ci fa evadere dalle sfide della vita e dall’impegno nella Chiesa e nella società. Infatti – diceva un teologo –, la fede in Dio «ci rassicura, ma non come vorremmo noi: cioè non per procurarci un’illusione paralizzante o una soddisfazione beata, ma per permetterci di agire» (De Lubac, Sulle vie di Dio, Milano 2008, 184). La fede, insomma, non è una “ninna nanna” che ci culla per farci addormentare. La fede vera è un fuoco, un fuoco acceso per farci stare desti e operosi anche nella notte!

 

E allora possiamo domandarci: io sono appassionato al Vangelo? Io leggo spesso il Vangelo? Lo porto con me? La fede che professo e che celebro, mi pone in una tranquillità beata oppure accende in me il fuoco della testimonianza? Possiamo chiedercelo anche come Chiesa: nelle nostre comunità, ardono il fuoco dello Spirito, la passione per la preghiera e per la carità, la gioia della fede, oppure ci trasciniamo nella stanchezza e nell’abitudine, con la faccia smorta e il lamento sulle labbra e le chiacchiere ogni giorno? Fratelli e sorelle, verifichiamoci su questo, così che anche noi possiamo dire come Gesù: siamo accesi del fuoco dell’amore di Dio e vogliamo “gettarlo” nel mondo, portarlo a tutti, perché ciascuno scopra la tenerezza del Padre e sperimenti la gioia di Gesù, che allarga il cuore – e Gesù allarga il cuore! - e fa bella la vita. Preghiamo per questo la Vergine Santa: lei, che ha accolto il fuoco dello Spirito Santo, interceda per noi.

 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Desidero attirare l’attenzione sulla grave crisi umanitaria che colpisce la Somalia e alcune zone dei Paesi limitrofi. Le popolazioni di questa regione, che già vivono in condizioni molto precarie, si trovano ora in pericolo mortale a causa della siccità. Auspico che la solidarietà internazionale possa rispondere efficacemente a tale emergenza. Purtroppo la guerra distoglie l’attenzione e le risorse, ma questi sono gli obiettivi che esigono il massimo impegno: la lotta alla fame, la salute, l’istruzione.

 

Rivolgo un cordiale saluto a voi, fedeli di Roma e pellegrini di vari Paesi. Vedo bandiere polacche, ucraine, francesi, italiane, argentine! Tanti pellegrini. Saluto, in particolare, gli educatori e i catechisti dell’unità pastorale di Codevigo (Padova), gli universitari del Movimento Giovanile Salesiano del Triveneto e i giovani dell’unità pastorale di Villafranca (Verona).

 

E un pensiero speciale va ai numerosi pellegrini che oggi si sono radunati nel Santuario della Divina Misericordia a Cracovia, dove vent’anni fa San Giovanni Paolo II fece l’Atto di Affidamento del mondo alla Divina Misericordia. Più che mai vediamo oggi il senso di quel gesto, che vogliamo rinnovare nella preghiera e nella testimonianza della vita. La misericordia è la via della salvezza per ognuno di noi e per il mondo intero. E chiediamo al Signore, misericordia speciale, misericordia e pietà per il martoriato popolo ucraino.

 

Auguro a tutti una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci, anche ai ragazzi dell’Immacolata.

 

Papa Francesco 

 


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