Le parole del Papa |
CANONIZZAZIONE DEI BEATI PIER GIORGIO FRASSATI e CARLO ACUTIS
Piazza San Pietro, 7 settembre 2025
OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Parole a braccio prima della Santa Messa con il Rito delle Canonizzazioni
Buongiorno a tutti! Buona domenica e benvenuti! Grazie!
Fratelli e sorelle, oggi è una festa bellissima per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo! E prima di cominciare la solenne celebrazione della Canonizzazione, volevo dire un saluto e una parola a tutti voi, perché, se da una parte la celebrazione è molto solenne, è anche un giorno di molta gioia! E volevo salutare soprattutto tanti giovani, ragazzi, che sono venuti per questa santa Messa! Veramente una benedizione del Signore: trovarci insieme con tutti voi che siete venuti da diversi Paesi. È veramente un dono di fede che vogliamo condividere.
Dopo la Santa Messa, se potete avere un po’ di pazienza, spero di venire e salutare voi in Piazza. E allora, se adesso siete lontani, speriamo almeno di poterci salutare…
Saluto i familiari dei due Beati quasi Santi, le Delegazioni ufficiali, tanti Vescovi e sacerdoti che sono venuti. Un applauso per tutti loro, grazie anche a voi per essere qui! Religiosi e religiose, l’Azione Cattolica!
Ci prepariamo per questa celebrazione liturgica con la preghiera, con il cuore aperto, volendo ricevere veramente questa grazia del Signore. E sentiamo tutti nel cuore la stessa cosa che Pier Giorgio e Carlo hanno vissuto: questo amore per Gesù Cristo, soprattutto nell’Eucaristia, ma anche nei poveri, nei fratelli e nelle sorelle. Anche tutti voi, tutti noi, siamo chiamati ad essere santi. Dio vi benedica! Buona celebrazione! Grazie per essere qui!
Cari fratelli e sorelle,
nella prima Lettura abbiamo sentito una domanda: «[Signore,] chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?» (Sap 9,17). L’abbiamo sentita dopo che due giovani Beati, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, sono stati proclamati Santi, e ciò è provvidenziale. Questa domanda, infatti, nel Libro della Sapienza, è attribuita proprio a un giovane come loro: il re Salomone. Egli, alla morte di Davide, suo padre, si era reso conto di disporre di tante cose: il potere, la ricchezza, la salute, la giovinezza, la bellezza, il regno. Ma proprio questa grande abbondanza di mezzi gli aveva fatto sorgere nel cuore una domanda: “Cosa devo fare perché nulla vada perduto?”. E aveva capito che l’unica via per trovare una risposta era quella di chiedere a Dio un dono ancora più grande: la sua Sapienza, per conoscere i suoi progetti e aderirvi fedelmente. Si era reso conto, infatti, che solo così ogni cosa avrebbe trovato il suo posto nel grande disegno del Signore. Sì, perché il rischio più grande della vita è quello di sprecarla al di fuori del progetto di Dio.
Anche Gesù, nel Vangelo, ci parla di un progetto a cui aderire fino in fondo. Dice: «Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,27); e ancora: «Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (v. 33). Ci chiama, cioè, a buttarci senza esitazioni nell’avventura che Lui ci propone, con l’intelligenza e la forza che vengono dal suo Spirito e che possiamo accogliere nella misura in cui ci spogliamo di noi stessi, delle cose e delle idee a cui siamo attaccati, per metterci in ascolto della sua parola.
Tanti giovani, nel corso dei secoli, hanno dovuto affrontare questo bivio nella vita. Pensiamo a San Francesco d’Assisi: come Salomone, anche lui era giovane e ricco, assetato di gloria e di fama. Per questo era partito per la guerra, sperando di essere investito “cavaliere” e di coprirsi di onori. Ma Gesù gli era apparso lungo il cammino e lo aveva fatto riflettere su ciò che stava facendo. Rientrato in sé, aveva rivolto a Dio una semplice domanda: «Signore, che vuoi che io faccia?». [1] E da lì, tornando sui suoi passi, aveva cominciato a scrivere una storia diversa: la meravigliosa storia di santità che tutti conosciamo, spogliandosi di tutto per seguire il Signore (cfr Lc 14,33), vivendo in povertà e preferendo all’oro, all’argento e alle stoffe preziose di suo padre l’amore per i fratelli, specialmente i più deboli e i più piccoli.
E quanti altri santi e sante potremmo ricordare! A volte noi li raffiguriamo come grandi personaggi, dimenticando che per loro tutto è cominciato quando, ancora giovani, hanno risposto “sì” a Dio e si sono donati a Lui pienamente, senza tenere nulla per sé. Sant’Agostino racconta, in proposito, che, nel «nodo tortuoso e aggrovigliato» della sua vita, una voce, nel profondo, gli diceva: «Voglio te». [2] E così Dio gli ha dato una nuova direzione, una nuova strada, una nuova logica, in cui nulla della sua esistenza è andato perduto.
In questa cornice, oggi guardiamo a San Pier Giorgio Frassati e a San Carlo Acutis: un giovane dell’inizio del Novecento e un adolescente dei nostri giorni, tutti e due innamorati di Gesù e pronti a donare tutto per Lui.
Pier Giorgio ha incontrato il Signore attraverso la scuola e i gruppi ecclesiali – l’Azione Cattolica, le Conferenze di San Vincenzo, la FUCI, il Terz’Ordine domenicano – e lo ha testimoniato con la sua gioia di vivere e di essere cristiano nella preghiera, nell’amicizia, nella carità. Al punto che, a forza di vederlo girare per le strade di Torino con carretti pieni di aiuti per i poveri, gli amici lo avevano ribattezzato “Frassati Impresa Trasporti”! Anche oggi, la vita di Pier Giorgio rappresenta una luce per la spiritualità laicale. Per lui la fede non è stata una devozione privata: spinto dalla forza del Vangelo e dall’appartenenza alle associazioni ecclesiali, si è impegnato generosamente nella società, ha dato il suo contributo alla vita politica, si è speso con ardore al servizio dei poveri.
Carlo, da parte sua, ha incontrato Gesù in famiglia, grazie ai suoi genitori, Andrea e Antonia – presenti qui oggi con i due fratelli, Francesca e Michele – e poi a scuola, anche lui, e soprattutto nei Sacramenti, celebrati nella comunità parrocchiale. È cresciuto, così, integrando naturalmente nelle sue giornate di bambino e di ragazzo preghiera, sport, studio e carità.
Entrambi, Pier Giorgio e Carlo, hanno coltivato l’amore per Dio e per i fratelli attraverso mezzi semplici, alla portata di tutti: la santa Messa quotidiana, la preghiera, specialmente l’Adorazione eucaristica. Carlo diceva: «Davanti al sole ci si abbronza. Davanti all’Eucaristia si diventa santi!», e ancora: «La tristezza è lo sguardo rivolto verso sé stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio. La conversione non è altro che spostare lo sguardo dal basso verso l’Alto, basta un semplice movimento degli occhi». Un’altra cosa essenziale per loro era la Confessione frequente. Carlo ha scritto: «L’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato»; e si meravigliava perché – sono sempre parole sue – «gli uomini si preoccupano tanto della bellezza del proprio corpo e non si preoccupano della bellezza della propria anima». Tutti e due, infine, avevano una grande devozione per i Santi e per la Vergine Maria, e praticavano generosamente la carità. Pier Giorgio diceva: «Intorno ai poveri e agli ammalati io vedo una luce che noi non abbiamo». [3] Chiamava la carità “il fondamento della nostra religione” e, come Carlo, la esercitava soprattutto attraverso piccoli gesti concreti, spesso nascosti, vivendo quella che Papa Francesco ha chiamato «la santità “della porta accanto”» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 7).
Perfino quando la malattia li ha colpiti e ha stroncato le loro giovani vite, nemmeno questo li ha fermati e ha impedito loro di amare, di offrirsi a Dio, di benedirlo e di pregarlo per sé e per tutti. Un giorno Pier Giorgio disse: «Il giorno della morte sarà il più bel giorno della mia vita»; [4] e sull’ultima foto, che lo ritrae mentre scala una montagna della Val di Lanzo, col volto rivolto alla meta, aveva scritto: «Verso l’alto». [5] Del resto, ancora più giovane, Carlo amava dire che il Cielo ci aspetta da sempre, e che amare il domani è dare oggi il meglio del nostro frutto.
Carissimi, i santi Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis sono un invito rivolto a tutti noi, soprattutto ai giovani, a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l’alto e a farne un capolavoro. Ci incoraggiano con le loro parole: “Non io, ma Dio”, diceva Carlo. E Pier Giorgio: “Se avrai Dio per centro di ogni tua azione, allora arriverai fino alla fine”. Questa è la formula semplice, ma vincente, della loro santità. Ed è pure la testimonianza che siamo chiamati a seguire, per gustare la vita fino in fondo e andare incontro al Signore nella festa del Cielo.
[1] Leggenda dei tre compagni, cap. II: Fonti Francescane, 1401.
[2] Confessiones, II, 10, 18.
[3] Nicola Gori, Al prezzo della vita: “L’Osservatore romano”, 11 febbraio 2021.
[4] Irene Funghi, I giovani assieme a Frassati: un compagno nei nostri cammini tortuosi: “Avvenire”, 2 agosto 2025.
[5] Ibid.
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Messaggio Cristiano "Magnifica humanitas":
SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026
Cari fratelli e sorelle,
oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.
Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).
E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).
Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.
Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.
Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).
È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).
È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.
Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).
Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).
Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).
L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità
Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.
Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.
Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)
La presentazione del card. Parolin:
“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.
Leone XIV
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