Testimoni del nostro tempo |
"Grazie, Francesco, per la tua vicinanza al nostro Paolo"
La famiglia di padre Paolo Dall'Oglio, il sacerdote scomparso in Siria, ringrazia il Papa per il suo appello dopo l'Angelus di ieri
Roma, 27 Luglio 2015 (ZENIT.org)
"A nome della nostra famiglia desidero esprimere tutta la nostra gratitudine al Papa per l’appello che ha rivolto ieri all’Angelus per la liberazione di nostro fratello Paolo, a due anni dal suo rapimento in Siria. Vorrei sottolineare che è stato per noi fonte di grande consolazione e nello stesso tempo di emozione e di speranza". Lo ha detto, in un'intervista alla Radio Vaticana, Francesca Dall'Oglio, sorella di padre Paolo Dall'Oglio, il sacerdote gesuita italiano rapito in Siria il 29 luglio 2013.
Rifondatore, negli anni '80, del monastero cattolico siriaco Deir Mar Musa al-Habashi (Monastero di san Mosè l'Abissino), nel deserto a nord di Damasco, in Siria, padre Dall'Oglio era stato espulso dal Paese nel 2012 a seguito di una lettera aperta spedita all'inviato speciale in Siria delle Nazioni Unite, Kofi Annan in cui chiedeva un intervento dei caschi blu per dirimere l'intricata matassa della guerra civile siriana. Dal giorno della sua scomparsa, si sono rincorse di frequente voci sul suo destino: sovente è stato dato per morto, tuttavia è ancora alta la fiducia che sia vivo e che possa essere liberato.
Come lui, l'auspicio è che vengano liberati anche i vescovi ortodossi rapiti in Siria, "e tutte le altre persone che, nelle zone di conflitto, sono state sequestrate”, come ha scandito ieri papa Francesco. Una vicinanza, quella del Santo Padre, che è proprio anche ai familiari di padre Dall'Oglio. "La nostra famiglia è vicina alla sofferenza dei familiari di tutti gli altri sequestrati in Siria e non solo", dice la sorella Francesca.
ROMA, 03 Aprile 2015 (Zenit.org) - Una Via Crucis piena di giovani ha attraversato nei giorni scorsi le vie del centro di Roma, segno che i ragazzi, se motivati, partecipano alla vita parrocchiale.
La processione è partita dalla Chiesa di San Giuseppe al Trionfale, gremita di fedeli, e ha percorso un lungo tratto di strada, durante il quale i partecipanti hanno pregato, cantato e ascoltato con raccoglimento i brani del Vangelo che venivano letti e commentati in riferimento a ogni stazione della Via Crucis.
Il corteo è confluito nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, poiché, da diverso tempo, il parroco di questa Chiesa, don Romano De Angelis, organizza, ad anni alterni, la Via Crucis con il parroco della Chiesa di San Giuseppe al Trionfale, don Wladimiro Bogoni, il quale ha curato la liturgia della Via Crucis.
Molto toccanti sono stati i racconti dei martìri subiti negli ultimi anni dai cristiani, letti come commento di ogni stazione. Riportiamo, qui di seguito, alcuni episodi che testimoniano come, in ogni parte del mondo, i cristiani vengano perseguitati soltanto a motivo della loro fede.
«Convertiti all’islam o sarai decapitata». Ma Khiria non ha abiurato: «Sarò felice di essere una martire cristiana». «Sono nata cristiana e se per questo dovrò morire, preferisco morire cristiana». Così Khiria Al-Kas Isaac, 54 anni, cristiana irachena di Qaraqosh, fuggita dallo Stato islamico in Kurdistan, ha risposto agli islamisti che imprigionandola, frustandola e premendole una spada sulla gola le imponevano di convertirsi all'islam. La donna e il marito Mufeed Wadee' Tobiya si sono ritrovati la mattina dello scorso 7 agosto in una città improvvisamente conquistata dai jihadisti. Fin da subito, i miliziani l'hanno minacciata così: «Convertiti all'islam o sarai decapitata». Essendosi rifiutata, insieme ad altre 46 donne è stata presa, separata dalla sua famiglia e imprigionata per dieci giorni.
Durante la segregazione, le donne venivano ripetutamente frustate davanti a tutte le altre perché la sofferenza di una convincesse tutte a convertirsi. «Ho risposto loro immediatamente che preferivo morire cristiana e poi ho citato il Vangelo di san Matteo (10,33). Gesù disse: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”». Durante le frustate, «piangevamo tutte, ma tutte ci siamo rifiutate di convertirci».
Un giorno un terrorista, frustandola, disse a Khiria: «Convertiti o ti farò ancora più male». Ma lei gli ha risposto: «Sono una donna vecchia e malata. Non ho figlie o figli che possano incrementare il numero dei musulmani o seguirvi, che vantaggio ne avrete se mi convertirò?». Non ottenne risposta. Ma l'ultimo giorno «un terrorista mi ha premuto la spada sul collo davanti a tutte le altre e mi ha detto: “Convertiti o sarai decapitata”. Io gli ho risposto: “Sarò felice di essere una martire”».
Dopo aver dato l’ennesima testimonianza della propria fede, Khiria è stata derubata di tutto quello che aveva, compresi i soldi messi da parte per un’operazione al rene, e rilasciata. Il 4 settembre, alla donna è stato permesso di scappare e ha così potuto raggiungere gli altri sfollati cristiani ad Ankawa, insieme al marito e due altre donne. Il giorno successivo, altre 14 persone sono state rilasciate. Non è chiaro cosa sia successo agli altri cristiani.
L’11 gennaio 2011, Fathi Said Ebeid è sul treno che porta dal Cairo ad Assiut. È un uomo anziano, di 71 anni. In quei giorni la tensione tra i fondamentalisti islamici e i copti è alta. Un poliziotto, Amer Ashur Abdel Zaher, sale sul treno a Salamut, 200 km a sud del Cairo, e inizia a sparare ai passeggeri. Ebeid muore, mentre sua moglie, di 61 anni, rimane gravemente ferita insieme ad altri 4 cristiani. Sono forti i sospetti che l’attentato abbia avuto origine dall’odio verso i cristiani, tanto che mons. Morcos, vescovo della Chiesa copta a Salamut, nei giorni subito dopo l’attentato dichiara: “Questo pazzo è andato avanti e indietro sul treno cercando dei cristiani. Vedendo un gruppo di donne e ragazze che non portavano il velo, ha pensato che fossero cristiane e ha sparato, gridando: Allahu Akbar (Dio è grande)”.
Il 15 gennaio 2011 è suor Jeanne Yegmane, infermiera e oftalmologa della congregazione delle “Augustine”, a perdere la vita, vittima di un agguato del Lord’s Resistence Army nella Repubblica Democratica del Congo. All’Agenzia Fides, mons. Richard Domba Madiy, Vescovo di Doruma-Dungu la ricorda così: “Conoscevo bene suor Yegmane. Era molto impegnata nella cura dei malati. La sua morte è una grave perdita per la comunità”. Pochi giorni dopo, un’altra suora, anche lei Agostiniana, perde la vita. Il 17 gennaio 2011, in Sud Sudan, anche suor Angelina viene uccisa dal Lord’s Resistence Army, mentre portava aiuti ai rifugiati in quel paese. Aveva solo 37 anni.
Padre Fausto Tentorio, missionario italiano del PIME, è stato ucciso a Mindanao (Filippine) la mattina del 17 ottobre 2011, davanti alla sua parrocchia. Mentre si recava ad un incontro dei presbiteri, è stato assalito da due uomini armati che gli hanno sparato a sangue freddo, alla testa e alla schiena. Portato in ospedale, i medici ne hanno potuto solo constatare il decesso. Lavorava nell’apostolato fra i tribali. Ha dedicato tutta la sua vita al servizio di alfabetizzazione e allo sviluppo degli indigeni detti lumads, in particolare alle tribù dei manobo. Ha realizzato programmi di scolarizzazione, costruito condutture idriche per dare acqua potabile ai villaggi e ai campi, ha attivato corsi di formazione. Padre Tentorio, nelle Filippine dal 1978, operava nella diocesi di Kidapawan dal 1980.
Suor Lukrecija Mamic, croata, delle Ancelle della Carità e Francesco Bazzani, volontario italiano, sono stati uccisi a Kiremba (Burundi) il 27 novembre 2011. Alcuni malviventi si sono introdotti nella casa delle suore Ancelle della Carità, a Kiremba, nella zona nord occidentale del Burundi, vicino al grande ospedale dove le religiose prestano il loro servizio. Suor Lukrecija è stata uccisa a sangue freddo, mentre il volontario è stato sequestrato dai banditi che, poco dopo, temendo uno scontro con la polizia, lo hanno fatto scendere dall’automobile e ucciso a sangue freddo.
Padre G. Amalan, 54 anni, è stato ucciso per poche rupie e ritrovato nel suo appartamento a Tamil Nadu, nell’India meridionale, il 16 febbraio 2011. Il giovane che lo ha ucciso era spesso aiutato dal Segretario della Commissione per la Famiglia, nella diocesi di Palayamkotta.
“Che la testimonianza di vita di don Marek continui a suscitare tante iniziative di dialogo tra le diverse religioni e culture come avvenuto negli ultimi 12 mesi”, è la conclusione del messaggio che don Václav Klement, Consigliere per le Missioni Salesiane, ha scritto nel primo anniversario della morte di Marek Rybinski. Aveva solo 33 anni il giovane sacerdote polacco in missione in Tunisia. Il suo corpo è stato trovato il 18 febbraio 2011.
Rabindra Parichha, indiano, laico e catechista,è stato ucciso in Orissa (India), il 16 dicembre 2011. Era stato chiamato sul cellulare da un vicino e non ha fatto più ritorno a casa. La moglie e i figli lo hanno cercato e hanno avvisato la polizia, che ha rinvenuto il cadavere. Aveva la gola tagliata e ferite da taglio alle mani e allo stomaco. Ex catechista itinerante, da tre anni lavorava nell’Orissa Legal Aid Centre, sostenuto dalla Chiese cristiane a Kandhamal, molto impegnato come legale e attivista dei diritti umani.
Il 22 settembre 2011 veniva sequestrata da un gruppo di narcotrafficanti messicani, María Elizabeth Macías Castro, laica scalabriniana di 39 anni, editrice e illustratrice di Nuevo Laredo, un piccolo giornale locale. Pochi giorni dopo, il suo corpo viene ritrovato senza vita. La sentenza di morte per la giovane editrice è stata emessa per le sue denunce su internet contro i narcotrafficanti. Sul corpo è stato ritrovato un cartello con la scritta: “Questo succede ai mezzi di comunicazione che si mettono contro di noi”.
Il 16 ottobre 2011, un gruppo di guerriglieri rapisce e poi uccide Luis Eduardo Garcia, leader del gruppo di Popayan in Colombia e membro della Pastorale Sociale della Conferenza Episcopale della Colombia. Luis lavorava al progetto di riattivazione sociale e culturale che si occupava di portare aiuto alla popolazione compita dall’ondata di freddo che ha interessato la Colombia nel 2010.
Don Rafael Reátiga Rojas e don Richard Armando Piffano Laguado sono stati uccisi a Bogotà la sera del 26 gennaio 2011, alla periferia sud della grande capitale della Colombia. L'assassino viaggiava nella stessa automobile dei due sacerdoti: dopo aver sparato alla testa di uno e al petto dell'altro, provocandone la morte all’istante, è sceso dall'auto ed è fuggito. Secondo alcune testimonianze, qualcuno lo aspettava e lo ha aiutato a fuggire.
Don Salvador Ruiz Enciso, messicano, diocesano, è stato ucciso a Tijuana (Messico) il 22 maggio 2011. Scomparso dalla sua parrocchia la polizia ha trovato, in un quartiere vicino, un corpo con le mani e i piedi legati, irriconoscibile, che è stato sottoposto all’esame del Dna. Successivamente l'Arcivescovo ha confermato che si trattava del sacerdote scomparso. Era conosciuto per essere una persona semplice e dedita al suo ministero. Era diventato popolare per aver promosso la “Messa della famiglia”, durante la quale si serviva di alcuni burattini, da lui stesso maneggiati con destrezza, per spiegare il Vangelo in modo comprensibile ai più piccoli.
Suor Valsha John, indiana, delle Suore della Carità di Gesù e Maria, è stata uccisa nella sua casa a Pachwarla (India) il 15 novembre 2011. Svolgeva da 20 anni la sua opera pastorale soprattutto fra i poveri, gli emarginati, i tribali più emarginati. Viveva con i poveri, dava la sua testimonianza cristiana e li evangelizzava, condividendo le loro fatiche e difficoltà. Si era impegnata soprattutto nel difendere gli indigeni dall’alienazione della loro terra, operata dalle compagnie minerarie di estrazione del carbone. Questo impegno le è costato la vita.
25 gennaio 2012, Siria, sobborgo della città di Hama. “Un gruppo terroristico armato ha assassinato padre Basilious Nassar, sacerdote nel villaggio di Kafrbuhum”, annuncia l’agenzia di stampa siriana Sana. In Siria si continua a morire…
È stato infine ricordato l’assassinio del ministro pakistano delle minoranze, Shahbaz Bhatti, avvenuto a Islamabad il 2 marzo 2011. Un cattolico che lottava per i cristiani del suo Paese, per liberarli dalla marginalità e dalla minaccia della legge sulla blasfemia, per cui si può essere facilmente accusati di crimine contro l’islam.
|
| |
Messaggio Cristiano INCONTRO PER LA PACE CON LA COMUNITÀ DI BAMENDA - Cameroun
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Cattedrale di San Giuseppe (Bamenda)
Giovedì, 16 aprile 2026
Sorelle e fratelli carissimi,
è una gioia per me essere in mezzo a voi in questa regione così martoriata. E come le vostre testimonianze hanno appena dimostrato, tutto il dolore che ha travolto la vostra comunità rende oggi più dirompente la consapevolezza: Dio non ci ha mai abbandonato! In Dio, nella sua pace, possiamo sempre ricominciare!
Sua Eccellenza l’Arcivescovo ricordava la profezia che esclama: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace!» (Is 52,7). Salutava così la mia venuta in mezzo a voi, ma ora vorrei rispondere: come sono belli anche i vostri piedi, impolverati da questa terra insanguinata, ma feconda, da questa terra oltraggiata, ma ricca di vegetazione e generosa di frutti. Sono i piedi che vi hanno portato fin qui e che, pur incontrando prove e ostacoli, vi hanno mantenuto sulle strade del bene. Che tutti possiamo proseguire sulle strade del bene che portano alla pace! Vi ringrazio, perché – è vero! – sono qui per annunciare la pace, ma subito trovo che voi la annunciate a me e al mondo intero. Infatti, come poco fa ha ricordato uno di voi, la crisi che ha sconvolto queste regioni del Camerun ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un Movimento per la Pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti avverse.
In quanti luoghi del mondo vorrei che avvenisse così! La vostra testimonianza, il vostro impegno per la pace può essere un modello per il mondo intero! Gesù ci dice: “Beati gli operatori di pace!”. Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. Sì, miei cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo (cfr Mt 5,3-14)! Bamenda, tu oggi sei la città sul monte, splendida agli occhi di tutti! Sorelle e fratelli, siate a lungo il sale che dà sapore a questa terra. non perdete il vostro sapore, anche negli anni a venire! Fate tesoro di quanto vi ha avvicinati e avete condiviso nell’ora del pianto. Facciamo tutti tesoro di questo giorno in cui siamo venuti insieme ad impegnarci per la pace! Siate olio che si riversa sulle ferite umane.
A questo proposito, il mio grazie va a tutti coloro – in particolare alle donne, laiche e religiose – che si prendono cura delle persone traumatizzate dalla violenza. È un lavoro immenso, invisibile, quotidiano e, come ha ricordato Sr. Carine, esposto al pericolo. I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare. Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell’inversione a U – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. Il mondo è distrutto da pochi dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali! Sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare. Guardiamoci negli occhi: siamo già questo popolo immenso! La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere! Siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta di cui le antiche culture per millenni si sono prese cura.
Papa Francesco ha scritto nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium qualcosa che mi tornava alla mente ascoltando le vostre parole: «La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (n. 273).
Cari fratelli e sorelle di Bamenda, è con questi sentimenti che sono oggi fra voi! Serviamo insieme la pace! «Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Lì si rivelano l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri» (ibid.). Così il mio amato Predecessore ci ha esortati a camminare insieme, ognuno nella propria vocazione, allargando i confini delle nostre comunità, con la concretezza di chi comincia dal proprio lavoro locale per arrivare all’amore del prossimo, chiunque e ovunque sia. È la rivoluzione silenziosa di cui voi siete testimoni! Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non sia degenerata in una guerra religiosa, e che tutti stiamo ancora cercando di amarci gli uni gli altri! Andiamo avanti senza stancarci, con coraggio, e soprattutto insieme, sempre insieme!
Camminiamo insieme, nell’amore, cercando sempre la pace!
[Uscito sul sagrato]
Miei cari fratelli e sorelle, oggi il Signore ci ha scelti tutti come operatori di pace in questa terra! Rivolgiamo tutti una preghiera al Signore, affinché la pace regni veramente tra noi, affinché, mentre liberiamo queste colombe bianche — simbolo di pace —, la pace di Dio scenda su tutti noi, su questa terra, e ci mantenga tutti uniti nella sua pace. Sia lodato il Signore!
|
|