Testimoni del nostro tempo |
"Grazie, Francesco, per la tua vicinanza al nostro Paolo"
La famiglia di padre Paolo Dall'Oglio, il sacerdote scomparso in Siria, ringrazia il Papa per il suo appello dopo l'Angelus di ieri
Roma, 27 Luglio 2015 (ZENIT.org)
"A nome della nostra famiglia desidero esprimere tutta la nostra gratitudine al Papa per l’appello che ha rivolto ieri all’Angelus per la liberazione di nostro fratello Paolo, a due anni dal suo rapimento in Siria. Vorrei sottolineare che è stato per noi fonte di grande consolazione e nello stesso tempo di emozione e di speranza". Lo ha detto, in un'intervista alla Radio Vaticana, Francesca Dall'Oglio, sorella di padre Paolo Dall'Oglio, il sacerdote gesuita italiano rapito in Siria il 29 luglio 2013.
Rifondatore, negli anni '80, del monastero cattolico siriaco Deir Mar Musa al-Habashi (Monastero di san Mosè l'Abissino), nel deserto a nord di Damasco, in Siria, padre Dall'Oglio era stato espulso dal Paese nel 2012 a seguito di una lettera aperta spedita all'inviato speciale in Siria delle Nazioni Unite, Kofi Annan in cui chiedeva un intervento dei caschi blu per dirimere l'intricata matassa della guerra civile siriana. Dal giorno della sua scomparsa, si sono rincorse di frequente voci sul suo destino: sovente è stato dato per morto, tuttavia è ancora alta la fiducia che sia vivo e che possa essere liberato.
Come lui, l'auspicio è che vengano liberati anche i vescovi ortodossi rapiti in Siria, "e tutte le altre persone che, nelle zone di conflitto, sono state sequestrate”, come ha scandito ieri papa Francesco. Una vicinanza, quella del Santo Padre, che è proprio anche ai familiari di padre Dall'Oglio. "La nostra famiglia è vicina alla sofferenza dei familiari di tutti gli altri sequestrati in Siria e non solo", dice la sorella Francesca.
ROMA, 03 Aprile 2015 (Zenit.org) - Una Via Crucis piena di giovani ha attraversato nei giorni scorsi le vie del centro di Roma, segno che i ragazzi, se motivati, partecipano alla vita parrocchiale.
La processione è partita dalla Chiesa di San Giuseppe al Trionfale, gremita di fedeli, e ha percorso un lungo tratto di strada, durante il quale i partecipanti hanno pregato, cantato e ascoltato con raccoglimento i brani del Vangelo che venivano letti e commentati in riferimento a ogni stazione della Via Crucis.
Il corteo è confluito nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, poiché, da diverso tempo, il parroco di questa Chiesa, don Romano De Angelis, organizza, ad anni alterni, la Via Crucis con il parroco della Chiesa di San Giuseppe al Trionfale, don Wladimiro Bogoni, il quale ha curato la liturgia della Via Crucis.
Molto toccanti sono stati i racconti dei martìri subiti negli ultimi anni dai cristiani, letti come commento di ogni stazione. Riportiamo, qui di seguito, alcuni episodi che testimoniano come, in ogni parte del mondo, i cristiani vengano perseguitati soltanto a motivo della loro fede.
«Convertiti all’islam o sarai decapitata». Ma Khiria non ha abiurato: «Sarò felice di essere una martire cristiana». «Sono nata cristiana e se per questo dovrò morire, preferisco morire cristiana». Così Khiria Al-Kas Isaac, 54 anni, cristiana irachena di Qaraqosh, fuggita dallo Stato islamico in Kurdistan, ha risposto agli islamisti che imprigionandola, frustandola e premendole una spada sulla gola le imponevano di convertirsi all'islam. La donna e il marito Mufeed Wadee' Tobiya si sono ritrovati la mattina dello scorso 7 agosto in una città improvvisamente conquistata dai jihadisti. Fin da subito, i miliziani l'hanno minacciata così: «Convertiti all'islam o sarai decapitata». Essendosi rifiutata, insieme ad altre 46 donne è stata presa, separata dalla sua famiglia e imprigionata per dieci giorni.
Durante la segregazione, le donne venivano ripetutamente frustate davanti a tutte le altre perché la sofferenza di una convincesse tutte a convertirsi. «Ho risposto loro immediatamente che preferivo morire cristiana e poi ho citato il Vangelo di san Matteo (10,33). Gesù disse: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”». Durante le frustate, «piangevamo tutte, ma tutte ci siamo rifiutate di convertirci».
Un giorno un terrorista, frustandola, disse a Khiria: «Convertiti o ti farò ancora più male». Ma lei gli ha risposto: «Sono una donna vecchia e malata. Non ho figlie o figli che possano incrementare il numero dei musulmani o seguirvi, che vantaggio ne avrete se mi convertirò?». Non ottenne risposta. Ma l'ultimo giorno «un terrorista mi ha premuto la spada sul collo davanti a tutte le altre e mi ha detto: “Convertiti o sarai decapitata”. Io gli ho risposto: “Sarò felice di essere una martire”».
Dopo aver dato l’ennesima testimonianza della propria fede, Khiria è stata derubata di tutto quello che aveva, compresi i soldi messi da parte per un’operazione al rene, e rilasciata. Il 4 settembre, alla donna è stato permesso di scappare e ha così potuto raggiungere gli altri sfollati cristiani ad Ankawa, insieme al marito e due altre donne. Il giorno successivo, altre 14 persone sono state rilasciate. Non è chiaro cosa sia successo agli altri cristiani.
L’11 gennaio 2011, Fathi Said Ebeid è sul treno che porta dal Cairo ad Assiut. È un uomo anziano, di 71 anni. In quei giorni la tensione tra i fondamentalisti islamici e i copti è alta. Un poliziotto, Amer Ashur Abdel Zaher, sale sul treno a Salamut, 200 km a sud del Cairo, e inizia a sparare ai passeggeri. Ebeid muore, mentre sua moglie, di 61 anni, rimane gravemente ferita insieme ad altri 4 cristiani. Sono forti i sospetti che l’attentato abbia avuto origine dall’odio verso i cristiani, tanto che mons. Morcos, vescovo della Chiesa copta a Salamut, nei giorni subito dopo l’attentato dichiara: “Questo pazzo è andato avanti e indietro sul treno cercando dei cristiani. Vedendo un gruppo di donne e ragazze che non portavano il velo, ha pensato che fossero cristiane e ha sparato, gridando: Allahu Akbar (Dio è grande)”.
Il 15 gennaio 2011 è suor Jeanne Yegmane, infermiera e oftalmologa della congregazione delle “Augustine”, a perdere la vita, vittima di un agguato del Lord’s Resistence Army nella Repubblica Democratica del Congo. All’Agenzia Fides, mons. Richard Domba Madiy, Vescovo di Doruma-Dungu la ricorda così: “Conoscevo bene suor Yegmane. Era molto impegnata nella cura dei malati. La sua morte è una grave perdita per la comunità”. Pochi giorni dopo, un’altra suora, anche lei Agostiniana, perde la vita. Il 17 gennaio 2011, in Sud Sudan, anche suor Angelina viene uccisa dal Lord’s Resistence Army, mentre portava aiuti ai rifugiati in quel paese. Aveva solo 37 anni.
Padre Fausto Tentorio, missionario italiano del PIME, è stato ucciso a Mindanao (Filippine) la mattina del 17 ottobre 2011, davanti alla sua parrocchia. Mentre si recava ad un incontro dei presbiteri, è stato assalito da due uomini armati che gli hanno sparato a sangue freddo, alla testa e alla schiena. Portato in ospedale, i medici ne hanno potuto solo constatare il decesso. Lavorava nell’apostolato fra i tribali. Ha dedicato tutta la sua vita al servizio di alfabetizzazione e allo sviluppo degli indigeni detti lumads, in particolare alle tribù dei manobo. Ha realizzato programmi di scolarizzazione, costruito condutture idriche per dare acqua potabile ai villaggi e ai campi, ha attivato corsi di formazione. Padre Tentorio, nelle Filippine dal 1978, operava nella diocesi di Kidapawan dal 1980.
Suor Lukrecija Mamic, croata, delle Ancelle della Carità e Francesco Bazzani, volontario italiano, sono stati uccisi a Kiremba (Burundi) il 27 novembre 2011. Alcuni malviventi si sono introdotti nella casa delle suore Ancelle della Carità, a Kiremba, nella zona nord occidentale del Burundi, vicino al grande ospedale dove le religiose prestano il loro servizio. Suor Lukrecija è stata uccisa a sangue freddo, mentre il volontario è stato sequestrato dai banditi che, poco dopo, temendo uno scontro con la polizia, lo hanno fatto scendere dall’automobile e ucciso a sangue freddo.
Padre G. Amalan, 54 anni, è stato ucciso per poche rupie e ritrovato nel suo appartamento a Tamil Nadu, nell’India meridionale, il 16 febbraio 2011. Il giovane che lo ha ucciso era spesso aiutato dal Segretario della Commissione per la Famiglia, nella diocesi di Palayamkotta.
“Che la testimonianza di vita di don Marek continui a suscitare tante iniziative di dialogo tra le diverse religioni e culture come avvenuto negli ultimi 12 mesi”, è la conclusione del messaggio che don Václav Klement, Consigliere per le Missioni Salesiane, ha scritto nel primo anniversario della morte di Marek Rybinski. Aveva solo 33 anni il giovane sacerdote polacco in missione in Tunisia. Il suo corpo è stato trovato il 18 febbraio 2011.
Rabindra Parichha, indiano, laico e catechista,è stato ucciso in Orissa (India), il 16 dicembre 2011. Era stato chiamato sul cellulare da un vicino e non ha fatto più ritorno a casa. La moglie e i figli lo hanno cercato e hanno avvisato la polizia, che ha rinvenuto il cadavere. Aveva la gola tagliata e ferite da taglio alle mani e allo stomaco. Ex catechista itinerante, da tre anni lavorava nell’Orissa Legal Aid Centre, sostenuto dalla Chiese cristiane a Kandhamal, molto impegnato come legale e attivista dei diritti umani.
Il 22 settembre 2011 veniva sequestrata da un gruppo di narcotrafficanti messicani, María Elizabeth Macías Castro, laica scalabriniana di 39 anni, editrice e illustratrice di Nuevo Laredo, un piccolo giornale locale. Pochi giorni dopo, il suo corpo viene ritrovato senza vita. La sentenza di morte per la giovane editrice è stata emessa per le sue denunce su internet contro i narcotrafficanti. Sul corpo è stato ritrovato un cartello con la scritta: “Questo succede ai mezzi di comunicazione che si mettono contro di noi”.
Il 16 ottobre 2011, un gruppo di guerriglieri rapisce e poi uccide Luis Eduardo Garcia, leader del gruppo di Popayan in Colombia e membro della Pastorale Sociale della Conferenza Episcopale della Colombia. Luis lavorava al progetto di riattivazione sociale e culturale che si occupava di portare aiuto alla popolazione compita dall’ondata di freddo che ha interessato la Colombia nel 2010.
Don Rafael Reátiga Rojas e don Richard Armando Piffano Laguado sono stati uccisi a Bogotà la sera del 26 gennaio 2011, alla periferia sud della grande capitale della Colombia. L'assassino viaggiava nella stessa automobile dei due sacerdoti: dopo aver sparato alla testa di uno e al petto dell'altro, provocandone la morte all’istante, è sceso dall'auto ed è fuggito. Secondo alcune testimonianze, qualcuno lo aspettava e lo ha aiutato a fuggire.
Don Salvador Ruiz Enciso, messicano, diocesano, è stato ucciso a Tijuana (Messico) il 22 maggio 2011. Scomparso dalla sua parrocchia la polizia ha trovato, in un quartiere vicino, un corpo con le mani e i piedi legati, irriconoscibile, che è stato sottoposto all’esame del Dna. Successivamente l'Arcivescovo ha confermato che si trattava del sacerdote scomparso. Era conosciuto per essere una persona semplice e dedita al suo ministero. Era diventato popolare per aver promosso la “Messa della famiglia”, durante la quale si serviva di alcuni burattini, da lui stesso maneggiati con destrezza, per spiegare il Vangelo in modo comprensibile ai più piccoli.
Suor Valsha John, indiana, delle Suore della Carità di Gesù e Maria, è stata uccisa nella sua casa a Pachwarla (India) il 15 novembre 2011. Svolgeva da 20 anni la sua opera pastorale soprattutto fra i poveri, gli emarginati, i tribali più emarginati. Viveva con i poveri, dava la sua testimonianza cristiana e li evangelizzava, condividendo le loro fatiche e difficoltà. Si era impegnata soprattutto nel difendere gli indigeni dall’alienazione della loro terra, operata dalle compagnie minerarie di estrazione del carbone. Questo impegno le è costato la vita.
25 gennaio 2012, Siria, sobborgo della città di Hama. “Un gruppo terroristico armato ha assassinato padre Basilious Nassar, sacerdote nel villaggio di Kafrbuhum”, annuncia l’agenzia di stampa siriana Sana. In Siria si continua a morire…
È stato infine ricordato l’assassinio del ministro pakistano delle minoranze, Shahbaz Bhatti, avvenuto a Islamabad il 2 marzo 2011. Un cattolico che lottava per i cristiani del suo Paese, per liberarli dalla marginalità e dalla minaccia della legge sulla blasfemia, per cui si può essere facilmente accusati di crimine contro l’islam.
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Messaggio Cristiano "Magnifica humanitas":
SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026
Cari fratelli e sorelle,
oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.
Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).
E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).
Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.
Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.
Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).
È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).
È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.
Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).
Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).
Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).
L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità
Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.
Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.
Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)
La presentazione del card. Parolin:
“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.
Leone XIV
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