Domenica 25 Febbraio 2024
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Letture e meditazioni


Via Crucis al tempo del Corona virus

 

Prima stazione: Gesù condannato a morte

       Pilato condanna a morte Gesù, ma nessuno può togliere la vita all’autore della vita.

 

È il Padre che, amando tanto il mondo, dona il Figlio perché il mondo abbia la vita (cf Gv 3, 16).
Ed è Gesù che, in obbedienza al Padre, si dona liberamente per amore: «Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso» (Gv 10, 17-18). 
Non è una scelta indolore. Gesù la compie tra forti grida e lacrime (cf Eb 5, 7), in una lotta che lo fa sudare sangue (cf Lc 22, 44).
 
Quante condanne a morte ha già sentenziato il Corona virus!
 
Chissà chi mi annuncerà la mia condanna a morte: forse il medico, un familiare, il dolore lancinante di un infarto…
Vorrei che nessuna circostanza mi privasse della vita. Vorrei donarla liberamente, come Gesù. Dio che m’ha dato la vita me la richiede ed io gliela dono.
Vorrei fosse l’ultimo sì all’ultima definitiva chiamata del Padre: un sì pieno, convinto, col quale mi consegno.
Neppure per me sarà indolore: è una porta stretta, ma introduce nella vita, all’incontro a tu per tu con il Signore, per restare per sempre con lui (cf 1 Tess 4, 17).
 

Seconda stazione: Gesù è caricato della croce

 Isacco fu caricato della legna per il sacrificio.

 Isacco fu risparmiato, Gesù no, fu inchiodato su quel legno,vittima innocente per i nostri peccati (1 Pt 2, 14).
Non gli caricarono addosso la croce, “si sottopose lui stesso alla croce” (Eb 12, 2). Le venne incontro e l’abbracciò, strumento del suo amore per noi.
 
Che croce pesante è stata caricata sulla nostra società: tutto si è fermato, tutto meno il contagio.
 
Discepoli, non possiamo essere da meno del Maestro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24).
Vogliamo seguirti Gesù, dove altro potremmo andare? E se tu ti avvii al luogo del martirio con la tua croce, anche noi accoglieremo la nostra, quella che giunge giorno per giorno, fatta di privazioni, dolori piccoli o grandi, delusioni, fallimenti, incomprensioni. Non la scegliamo noi.
Noi possiamo e vogliamo scegliere di abbracciarla assieme a te, perché l’hai già presa sulle tue spalle prima di noi: la nostra croce è la tua croce.
 

Terza stazione: Gesù cade la prima volta

La terra è humus. Per umiliare qualcuno lo si fa strisciare per terra, gli si fa mangiare la polvere della terra… Eccolo Gesù a terra, umiliato. L’hanno umiliato con la flagellazione, la coronazione di spine, l’hanno sfinito, spossato. Ma è lui che l’ha scelto, per amore di noi: “Pur essendo di natura divina… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8).

La foto dell’infermiera che crolla dopo una nottata di assistenza ai contagiati e s’addormenta pesantemente sul tavolo è l’icona della caduta di Gesù mentre sale al Calvario.

 
Quanto orgoglio, quanta superbia nel crederci superiori agli altri, sicuri di noi, addirittura emancipati da Dio, di cui facciamo tranquillamente a meno anche quando crediamo in lui. Sappiamo che c’è, ma la nostra vita non ne ha bisogno, siamo autosufficienti.
La caduta di Gesù è un invito ad abbassarci, a metterci accanto alle persone calpestate, ignorate, umiliate, come lui ha fatto con noi.
 
Quarta stazione: Gesù incontra sua madre

Cosa avrà pensato Maria quando si vide davanti il figlio flagellato e sanguinante, con la croce sulle spalle? Alla profezia del vecchio Simeone “Una spada ti trafiggerà l’anima” (Lc 2, 35)?

 Quando lo presentò al Signore nel tempio lo riscattò immediatamente e lo riportò a casa. A dodici anni, quando si era allontanato da solo, lo rimproverò e tornarono a casa insieme.
Ora è pronta a perderlo, lo dona interamente al Padre, a tutti noi diventati suoi figli.
 
Quante madri preoccupati per la salute dei figli, impotenti davanti al contagio. Quante sgomente davanti alla loro morte lenta, senza neppure poterli assistere, se non da lontano, come lontano se ne dovette stare Maria.
 
“Beata tu che hai creduto” (Lc 1, 45) proclamò Elisabetta. Aiuta anche noi a credere, Maria, anche quando sembra che Dio ci abbandoni nelle mani del male, anche quando non capiamo perché le persone che amiamo debbano soffrire, morire.
Stai accanto a noi, tu che ci sei madre, e ripetici quello che ti disse l’angelo: “Non temere… nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 30.37).
Insegnaci a metterci a servizio del suo disegno d’amore, anche quando non ci sembra tale, e a dire dal profondo del cuore: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai pensato” (Lc 1, 38).
 
V Stazione: Il Cireneo aiuta Gesù a portare la croce
 
Prese la croce di malavoglia: lo costrinsero (Mt 27, 32). Simone di Cirene tornava a casa dopo una mattinata di lavoro in campagna, quando i soldati si avvalsero del diritto di imporre l’angheria, il servizio gratuito.
Camminando dietro a Gesù il giogo si faceva dolce e il carico leggero (Mt 11, 30). Continuò a seguire Gesù anche dopo, divenendo suo discepolo, assieme ai figli Alessandro e Rufo.
Simone, senza che allora lo sapesse, aveva obbedito alla parola di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me… prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24). Fece sua la croce di Gesù e le sue croci si mutarono nella croce di Gesù.
 
 
Medici, infermieri, personale di servizio… Quante persone si prodigano in questi giorni per gli ammalati del virus! Alcuni costretti dalla necessità, angariati, altri con convinzione, tutti comunque mettono a rischio la propria vita. Siamo grati a questi Cirenei e preghiamo per loro.
 
 
Gesù non è da meno e prendi su di te la nostra croce. La croce “pesa di meno” scriveva Igino Giordani, “se Gesù ci fa da Cireneo”. E pesa ancora di meno se la croce la portiamo insieme: “Una croce portata da una creatura alla fine schiaccia; portata insieme da più creature con in mezzo Gesù, ovvero prendendo come Cireneo Gesù, si fa leggera: giogo soave. La scalata, fatta in cordata da molti, concordi, diviene una festa, mentre procura un’ascesa”. 
È come se Gesù ci dicesse: Non temete, dunque, perché, se siete uniti, Io sono con voi, e come Cireneo porto la vostra croce, qualsiasi essa sia.
 
VI Stazione: La Veronica asciuga il volto di Gesù.
 
Secondo la tradizione orientale la donna che asciugò il volto a Gesù mentre saliva al Calvario, si chiamava Berenike. Qualunque fosse il suo nome la tradizione latina gliel’ha cambiato con un nome nuovo: Icona vera, Veronica.
Sì, perché il sangue, il sudore, gli sputi, la terra di cui era imbrattato il Santo Volto di Gesù ha stampato l’immagina sul lino, ma la vera immagine di Gesù si è stampata indelebilmente nel cuore della donna: la sua identità, il suo nome, sarà per sempre Veronica, il volto vero di Gesù.
 
Quanti volti sfigurati negli ospedali, nelle tende improvvisate, irriconoscibili dietro la maschera dell’ossigeno. E quante mani pietose, anche se avvolte dai guanti, si posano su di loro…
 
“Il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 26, 9), “Mostraci il tuo volto e saremo salvi” (Sal 79, 20). È il desiderio di ogni cuore, vedere Dio, vedere il volto di Dio. Quando amiamo qualcuno vogliamo guardarlo in volto. E Dio possiamo vederlo? Gesù ci ha detto di sì: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 12, 45). E ha aggiunto: “Chi vede il fratello, vede il Signore” (Ipsissima verba). Sì, possiamo vedere il volto di Dio, nel volto sfigurato di ogni fratello. Ma occorre un cuore puro, come quello della Veronica: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5, 8).
 
VII Stazione: Gesù cade la seconda volta
 
La croce la porta ormai Simone di Cirene, eppure Gesù cade ancora una volta.  È un altro il peso che lo accascia: “Si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… schiacciato per le nostre iniquità… portava il peccato di molti” (Is 53, 4-5.12).
 
Chi si sarebbe mai aspettato che la nostra società, così sicura di sé, potesse essere messa in ginocchio in così pochi giorni, contemporaneamente in tutto il mondo. Gesù si è lasciato trascinare per terra per essere vicino a chi cade.
 
Quante cadute nella nostra vita! Quanti sbagli… A volte verrebbe da scoraggiarsi, da gettare la spugna e arrendersi.
Quando siamo a terra ecco che ci troviamo accanto Gesù, caduto anche lui, mai così vicino come in quel momento, che condivide la nostra caduta, il nostro sbaglio…
 
Ottava stazione: Gesù incontra le donne di Gerusalemme
 
È Luca a raccontarci che, assieme a una grande folle, anche donne in pianto seguivano Gesù (23, 28-31). Luca è sempre attento alla presenza amorosa delle donne attorno a Gesù, discepole fedeli che lo seguono fino ai piedi della croce.  Gesù è grato di non essere lasciato solo sulla via del Calvario, ma pensa soprattutto a quella folla che lo segue, sulla quale è ormai immanente la sciagura della distruzione di Gerusalemme: non pensino a lui, pensino a cambiare vita: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli».
 
Quante donne piangono oggi la morte dei loro cari. Quale grande sciagura si è abbattuta su di noi con questa pandemia. Ma dobbiamo piangere tante altre morti dimenticate: i 7000 bambini falciati ogni giorno dalla fame, i 100 soldati uccisi l’altro ieri da Boko Haram in Ciad, quelli delle guerre senza fine, dei cartelli della droga, dei profughi nei deserti e nei campi di detenzione...
 
Se hanno trattato te così, che sei il “legno verde”, che ne sarà di noi “legno secco”? Dovremmo essere tagliati e bruciati. Che altro meritiamo nella nostra cattiveria?
Per fortuna poco dopo dirai: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (23, 34). Ci scusi, ti metti dalla nostra parte, ci difendi, nel tuo amore infinito.
Non dobbiamo fare anche a noi così con i nostri fratelli?
 

Nona stazione: Gesù cade la terza volta

La pietà popolare ha immaginato tre cadute lungo il cammino verso il Calvario. Chissà, forse saranno state anche di più… Ma quel numero tre sta a significare il peso di un’oppressione enorme che lo schiaccia a terra.
“Egli portò i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce” (1 Pt 2, 24). “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore” (2 Cor 5, 21).
 
Che pesi enormi sta caricando l’epidemia, specialmente sui più poveri, su quelli che vivono del lavoro giornaliero e che d’improvviso si trovano senza di che poter vivere. E quante cadute in depressione…
 
“In tutti i tuoi passi pensa a lui ed egli appianerà i tuoi sentieri” (Pro 3, 6).
Ci sei accanto, in ogni nostra caduta:
“mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra” (Sal 39, 10);
“tu mi hai preso per la mano destra.
Mi guiderai con il tuo consiglio
e poi mi accoglierai nella tua gloria” (Sal 73, 23-24)
 
X Stazione: Gesù spogliato delle vesti
 
Tutti e quattro i Vangeli dicono che i soldati si divisero le vesti. Non dicono che furono i soldati a spogliare Gesù.
Si spogliò da solo. Fu l’ultimo gesto, uguale al primo: “Pur essendo nella condizione di Dio… spogliò se stesso assumendo la condizione di servo” (Fil 2, 6-7).
L’aveva fatto anche la sera prima, nel cenacolo, quando “depose le vesti” per lavare i piedi di discepoli (Gv 13, 4). Si spoglia, dà la vita, come buon Pastore.
 
La piccola e povera Albania questi giorni si è spogliata di un manipolo di medici e infermieri per rivestire l’Italia. C’è ancora chi è pronto a rinunciare a se stesso, sull’esempio di Gesù, e servire e dare la vita per l’altro.
 
Di quante cose dobbiamo ancora spogliarci per ritrovare la nudità di Adamo e di Eva, la semplicità di vita. Liberarci del superfluo, da tante sovrastrutture, inutili, che ci siamo messi addosso e appesantiscono il nostro cammino. Liberarsi donando, come Gesù.
 
 XI Stazione: Gesù è inchiodato in croce
 
 “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io sono” (Gv 8, 28).
A Mosè, sul monte Sinai, Dio si rivelò come “Io sono”.
Soltanto Dio veramente è e può dire in tutta verità: “Io sono”. Nessuno “è” come lui “è”.
Gesù, al culmine della sua umiliazione, quando, inchiodato sulla croce come un malfattore e un maledetto da Dio (perché la Scrittura dichiara maledetto chi è appeso al legno: Deut 21, 22-23), sembra ormai una nullità, mostra il suo vero essere: “Io sono”.
Muore per amore e svela il vero volto di Dio: Amore. È questa l’identità di Gesù, il suo vero essere.
 
Il virus ci inchioda nelle case, negli ospedali, ci innalza sulla croce, ci umilia, riduce al nulla la nostra potenza e prepotenza. Che sia un appello a trovare il nostro vero io? La realtà più profonda del nostro essere: l’amore?
 
“Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32).
Proprio perché tu “sei” e sei “Amore”, innalzato in cielo – perché la tua crocifissione è la tua gloria – apri il cielo per noi, come lo apri per il buon ladrone, e ci porti con te.
Ci sollevi dal nostro niente, ci attiri a te, alla vita divina, tutti insieme, fatti una famiglia con te, con il Padre, con la Madre che ci dai dalla croce.
 

XII Stazione: Gesù muore in croce

Gesù, la Vita, muore.
La morte è entrata nel mondo a causa del peccato. Gesù si è fatto peccato per essere accanto a noi peccatori, e farci buoni e santi. Ha condiviso la nostra morte, perché possiamo condividere la sua risurrezione.
“Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5, 8-10).
Dalla croce si dona e dona tutto: il perdono, il Padre, la Madre, il Paradiso, lo Spirito.
All’ultimo lo trafiggono con una lancia e dona l‘ultimo sangue, che lava i nostri peccati.
Che altro poteva fare per dirci che ci ama e che gli siamo preziosi?
 
Quanti morti in questi giorni! Molti ci lasciano da soli, senza nessuno che li stringa la loro mano, che chiuda loro gli occhi. E quanto pianto lasciano nelle case che si svuotano d’improvviso…
 
Gesù è morto attorniato da molte persone, ma ha provato la solitudine - “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” – perché noi non fossimo più soli e mai abbandonati.
Chi sarà contro di noi? Dio, “che non ha risparmiato i proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi?”. “Chi ci condannerà? Cristo Gesù, che o morto… per noi?” (Rm 9, 32.34).
Gesù è morto perché noi non moriamo. “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me… non morrà in eterno” (Gv 11, 25-26).

 

XIII Stazione: Gesù deposto dalla croce

Assieme all’Annunciazione, la deposizione è la scena in cui Maria è maggiormente raffigurata dagli artisti. È bella la Madre silenziosa con il figlio morto adagiato in grembo. All’Annunciazione aveva ingaggiato un vivace dialogo con l’angelo, ora tace. La spada profetizzata da Simeone le ha trapassato l’anima. Ha condiviso appieno il dramma del figlio. Nella sua impotenza accoglie in sé tutte le morti, come Gesù ha preso su di sé tutti i mali del mondo.
 
Quando depongono dal letto i morti del Coronavirus, fuori c’è un camion ad attendere. Una lunga fila di camion militari si avvia verso gli inceneritori. Quanta desolazione. Lo stesso silenzio del Golgota.
 
Come Maria apriamo braccia e cuore per accogliere ogni dolore, ogni sofferenza, ogni morte.
Neppure una lacrima cada per terra invano. È un bene prezioso che va condiviso e vissuto. Forse non sapremo dire parola, ma stiamo lì, per farci sentire presenti. E che nessuno resti mai solo.
 
XIV Stazione: Gesù è deposto nel sepolcro
 
Aveva detto d’essere la Vita, ora la Vita è stata inghiottita dalla Morte.
Ora è tutto decisamente finito. Mettiamoci una pietra sopra.
Quella pietra rotolata davanti al sepolcro è come un macigno che seppellisce ogni speranza. Comincia il grande silenzio del sabato, quando tutto si ferma. È la solitudine.
 
Che silenzio nelle nostre città. Tutto s’è fermato. Chiuse le saracinesche dei negozi, i cancelli delle fabbriche, le porte di casa. Sembra che solo la morte regni, sovrana. Siamo impotenti.
 
In questo silenzio risuona ancora la tua voce: “In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). Non sei stato sepolto, sei stato semplicemente seminato.
Devono passare mesi, lì sotto terra, per vedere spuntare di nuovo la vita che, nascosta, sta germinando, lentamente.
Rinascerà e sarò messa abbondante e tutti saremo quella spiga piena.


 

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Messaggio Cristiano
Udienza Generale, 14 Febbraio 2024

Catechesi. I vizi e le virtù. 8. L'accidia

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Tra tutti i vizi capitali ce n’è uno che spesso passa sotto silenzio, forse a motivo del suo nome che a molti risulta poco comprensibile: sto parlando dell’accidia. Per questo, nel catalogo dei vizi, il termine accidia viene spesso sostituito da un altro di uso molto più comune: la pigrizia. In realtà, la pigrizia è più un effetto che una causa. Quando una persona se ne sta inoperosa, indolente, apatica, noi diciamo che è pigra. Ma, come insegna la saggezza degli antichi padri del deserto, spesso la radice di questa pigrizia è l’accidia, che letteralmente dal greco significa “mancanza di cura”.

Si tratta di una tentazione molto pericolosa, con cui non bisogna scherzare. Chi ne cade vittima è come fosse schiacciato da un desiderio di morte: prova disgusto per tutto; il rapporto con Dio gli diventa noioso; e anche gli atti più santi, quelli che in passato gli avevano scaldato il cuore, gli appaiono ora del tutto inutili. Una persona comincia a rimpiangere il tempo che scorre, e la gioventù che è irreparabilmente alle spalle.

L’accidia è definita come il “demone del mezzogiorno”: ci coglie nel mezzo delle giornate, quando la fatica è al suo apice e le ore che ci stanno davanti ci appaiono monotone, impossibili da vivere. In una celebre descrizione il monaco Evagrio rappresenta così questa tentazione: «L’occhio dell’accidioso è continuamente fisso alle finestre, e nella sua mente fantastica sui visitatori […] Quando legge, l’accidioso sbadiglia spesso ed è facilmente vinto dal sonno, si stropiccia gli occhi, si sfrega le mani e, ritirando gli occhi dal libro, fissa il muro; poi di nuovo rivolgendoli al libro, legge ancora un poco […]; infine, chinata la testa, vi pone sotto il libro, si addormenta di un sonno leggero, finché la fame non lo risveglia e lo spinge a occuparsi dei suoi bisogni»; in conclusione, «l’accidioso non compie con sollecitudine l’opera di Dio» [1].

I lettori contemporanei intravedono in queste descrizioni qualcosa che ricorda molto il male della depressione, sia da un punto di vista psicologico che filosofico. Infatti, per chi è preso dall’accidia, la vita perde di significato, pregare risulta noioso, ogni battaglia appare priva di senso. Se anche in gioventù abbiamo nutrito passioni, adesso ci appaiono illogiche, sogni che non ci hanno reso felici. Così ci si lascia andare e la distrazione, il non pensare, appaiono come le uniche vie d’uscita: si vorrebbe essere storditi, avere la mente completamente vuota… È un po’ un morire in anticipo, ed è brutto.

Davanti a questo vizio, che ci accorgiamo essere tanto pericoloso, i maestri di spiritualità prevedono diversi rimedi. Vorrei segnalare quello che mi sembra il più importante e che chiamerei la pazienza della fede. Benché sotto la sferza dell’accidia il desiderio dell’uomo sia di essere “altrove”, di evadere dalla realtà, bisogna invece avere il coraggio di rimanere e di accogliere nel mio “qui e ora”, nella mia situazione così com’è, la presenza di Dio. I monaci dicono che per loro la cella è la miglior maestra di vita, perché è il luogo che concretamente e quotidianamente ti parla della tua storia d’amore con il Signore. Il demone dell’accidia vuole distruggere proprio questa gioia semplice del qui e ora, questo stupore grato della realtà; vuole farti credere che è tutto vano, che nulla ha senso, che non vale la pena di prendersi cura di niente e di nessuno. Nella vita incontriamo gente “accidiosa”, gente di cui diciamo: “Ma questo è noioso!” e non ci piace stare con lui; gente che ha pure un atteggiamento di noia che contagia. Ecco l’accidia.

Quanta gente, in preda all’accidia, mossa da un’inquietudine senza volto, ha stupidamente abbandonato la via di bene che aveva intrapreso! Quella dell’accidia è una battaglia decisiva, che bisogna vincere a tutti i costi. Ed è una battaglia che non ha risparmiato nemmeno i santi, perché in tanti loro diari c’è qualche pagina che confida momenti tremendi, di vere e proprie notti della fede, dove tutto appariva buio. Questi santi e queste sante ci insegnano ad attraversare la notte nella pazienza accettando la povertà della fede. Hanno raccomandato, sotto l’oppressione dell’accidia, di tenere una misura di impegno più piccola, di fissare traguardi più a portata di mano, ma nello stesso tempo di resistere e di perseverare appoggiandoci a Gesù, che mai abbandona nella tentazione.

La fede, tormentata dalla prova dell’accidia, non perde di valore. È anzi la vera fede, l’umanissima fede, che nonostante tutto, nonostante l’oscurità che la acceca, ancora umilmente crede. È quella fede che rimane nel cuore, come rimane la brace sotto la cenere. Sempre rimane. E se qualcuno di noi cade in questo vizio o in una tentazione di accidia, cerchi di guardarsi dentro e di custodire la brace della fede: così si va avanti.

[1]Evagrio Pontico, Gli otto spiriti della malvagità, 14.

Papa Francesco