A tu per tu


Buon anniversario!

La profezia del "per sempre"

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Siete mai entrati in una grotta? Avete mai visto stalattiti e stalagmiti? Solo una goccia d’acqua le separa. Bisognerebbe fare come loro: starsene lì, tutti i giorni della propria vita, senza stancarsi, respirando la profezia del “per sempre”.

 

di Mariarosaria Petti

 

La mano destra impugna il mestolo, quella sinistra tiene saldamente la ricetta della torta al cioccolato, tramandata dalla nonna della nonna di sua nonna. Le uova appena sgusciate scivolano nella ciotola, il loro colore giallo vivo impallidisce lentamente, nel veloce guizzo che le confonde al candore dello zucchero. È il momento di aggiungere la farina setacciata, il lievito e poi… Cosa manca? Quel pezzetto di carta custodito gelosamente da generazioni di donne della sua famiglia, è macchiato, ingiallito irrimediabilmente dai colpi del tempo.

 

Perché ha scelto di preparare proprio una torta? Le ultime hanno avuto una cattiva sorte: mai lievitate, bruciate nel forno, impreziosite dal sale confuso con lo zucchero, granitiche. A prova di lancio contro la muraglia cinese. Avrebbe potuto comprare la maglietta della squadra del cuore del suo ragazzo. Ma il Napoli è appena uscito dall’Europa League, meglio non rivoltare il coltello nella piaga. Ancora, avrebbe potuto scegliere uno di quei ciondoli a forma di cuore che si dividono in due metà. Una per lui e una per lei. Troppo mieloso. Un cuscino con loro foto più belle stampate sopra? Da diabete sentimentale. Comprare una stella e attribuirgli il nome del suo fidanzato? Troppo megalomane. Questa torta andrà benissimo. Crescerà, sarà soffice e profumata. Sarà il dessert che riscatterà tutti i suoi insuccessi passati da pasticciera disperata. Il miglior dolce di tutte le donne della sua discendenza.

 

Un anniversario non può lasciare indifferente una coppia. È il compleanno di un amore. E come spesso accade per le feste, ci lasciamo prendere la mano da striscioni, serenate, dichiarazioni e ogni sorta di inutilità a forma di cuore.

 

Siete mai entrati in una grotta? Avete mai visto lo spettacolo che offrono stalattiti e stalagmiti? Si tratta di colonne minerali, che dall’alto e dal basso si incontrano per unirsi per sempre. Un maestoso ammasso roccioso trasudante. Dalla roccia madre grondano migliaia di stalattiti, che nel silenzio e nello scorrere degli anni incontreranno le stalagmiti del suolo. Prima della loro fusione, restano per centinaia di anni a pochi millimetri di distanza, una punta dall’altra. Tra loro, danza una goccia d’acqua, che impiegherà tantissimo tempo per depositare il carbonato di calcio che contiene e saldare le due estremità. Un qualsiasi contatto e il processo si arresta. Si forma così un unico fascio, un pilastro dalla forma ardita e bizzarra, che può competere con le opere in marmo dei più grandi scultori.

 

Quante volte siamo “ad un passo dall’altro”? Così vicini da sembrare una cosa sola e così lontani da non vedere che solo una goccia ci separa? E abbiamo cercato in un giorno di accorciare una distanza che soltanto un deposito di clessidre avrebbe potuto sanare. Questa consapevolezza affiora quasi sempre con l’avvicinarsi di una data importante, come quella di un anniversario. E mentre scegliamo regali, impastiamo torte, scriviamo biglietti d’amore con le frasi di Ligabue, ci spaventa quel varco infinitesimale. Proviamo a riempirlo, costruendo la giornata perfetta, a prova di wedding planner.

 

Bisognerebbe liberarsi delle paure, degli schemi e dalle immagini patinate di amori vissuti alla follia (e poi bruciati in fretta) e fare come le stalattiti e le stalagmiti. Starsene lì, tutti i giorni della propria vita a guardarsi ed amarsi, senza stancarsi, respirando la profezia del “per sempre”.

 

Posa la ciotola, mette via l’impasto. Risponde al telefono: “Come è andata la tua giornata, raccontami”. La bellezza della semplicità, costruita giorno dopo giorno.

 

 

È l’ora del pranzo, è il tempo di fermarsi per nutrire il corpo ma può diventare anche un’occasione per pregare insieme e condividere non solo il pane ma la vita.

 

di Giovanna Abbagnara

Mamma stasera la preghiera la faccio io!”. Sono tutti intorno alla tavola per la cena, Mario, il papà, Lucia, la mamma, Laura di 12 anni, Filippo di 10 anni e in silenzio aspettano che il piccolo Luca di otto anni pronunci la sua preghiera. “Signore ti ringraziamo per il cibo che ci doni e che la mia mamma ha preparato e ti prego per Marco, il mio amico di banco, che ha paura perché i suoi genitori si stanno separando. Fa’ che non lo facciano altrimenti il mio amico è triste. Amen”. Inizia la cena e anche un tempo di dialogo e di confronto. Il tema di questa sera è molto delicato, ma bisogna aiutare Luca a comprenderlo. In questo modo la mensa diventa lo spazio della comunione, il tempo in cui  si comunicano le diverse esperienze che ciascuno vive, si condividono gioie e incontri, riflessioni e commenti, paure e difficoltà. Con sguardi, premure e attenzioni all’altro si gusta la gioia di ritrovarsi come famiglia. È un momento d’incontro, di scambio, d’ascolto. O almeno così dovrebbe essere, perché in realtà, si fa sempre più fatica a parlarsi, a prestarsi attenzione, con la fretta di oggi e le tante Tv accese durante i pasti. Può diventare un momento in cui anche il nostro cuore, i nostri rapporti, possono ricevere nutrimento. Radunarsi intorno all’altare domestico insieme senza quella fretta che caratterizza ormai le nostre giornate è fondamentale e diventa nel quotidiano una preziosa opportunità per pregare insieme.

 

Oggi siamo abituati ai 4 salti in padella, per dire: “non perdete tempo a cucinare, dimezzate i minuti, ottimizzate i tempi, fate in fretta”. Non di rado si assiste che in quella mezz’ora dedicata alla cena la Tv sia l’unica parola, che l’attenzione sia tutta rivolta a lei, che qualcuno si alzi prima che il pasto sia concluso per ritirarsi in camera ad ascoltare musica, che il telefono squilli tra una portata e l’altra e che il cellulare di tutti regni incontrastato sulla tavola e lampeggi continuamente.

 

È necessario dare il giusto significato a questi momenti di convivialità perché i rapporti familiari riacquistino la giusta dimensione. Anche in questi momenti è opportuno avere delle regole, spegnere la Tv, staccare il telefono, lasciare da parte i cellulari. Farsi aiutare dai figli a preparare la tavola è segno dell’attenzione e della cura verso l’altro, sono gesti di amore come quelli della mamma che prepara il cibo per la sua famiglia. Il pasto diventa allora non solo il tempo del nutrimento del corpo ma anche il tempo in cui ogni membro riceve e dona amore.

 

In questo rituale che ogni giorno si compie si riconosce la presenza di Dio. Per questo la benedizione che si fa all’inizio quando tutti si sono radunati non è un gesto da compiere per abitudine e in modo frettoloso.

 

È stato per caso che una sera abbiamo recitato qualche preghiera insieme” mi raccontano Alberto e Maria “e da lì qualche volta, a pregare insieme ai figli prima del pasto domenicale. Sembrava che una sola preghiera non bastasse, quando il figlio piccolo ha cominciato a raccontare cosa succedeva al catechismo e una volta la predica del prete alla messa. Ci siamo guardati stupiti, e da allora abbiamo iniziato, anche se non sempre, a leggere insieme il vangelo della domenica prima del pasto (l’unico in cui siamo tutti insieme). Non è che poi succeda granchè, ma spesso diventa il pretesto per non guardare la televisione e parlare di tante cose. Mi sembra che prima si perdesse più tempo in cose non necessarie, e che non si vedesse l’ora di alzarsi da tavola per farsi gli affari propri. Ora invece indugiamo a tavola”.

 

La preghiera diventa non un valore aggiunto ma un bisogno primario e molto spesso apre le porte ad un dialogo sereno e sincero che permette di stemperare le difficoltà e di comunicarsi le piccole e grandi gioie che ciascuno porta nel cuore. Non esiste un vero e proprio schema da seguire. “Mia figlia Giulia non è di molte parole” racconta Claudia “per cui quando è il suo turno di benedire la mensa rispettiamo due minuti di silenzio e diciamo insieme il Padre nostro, quando invece è il turno di Angelo ci tocca aspettare perché ha sempre un lungo elenco di cose da dire e da ricordare”. Ogni famiglia può trovare le forme adatte, cercando anche di essere attenti all’anno liturgico. Coinvolgendo i figli a preparare segni che possono abbellire la mensa durante l’avvento o la quaresima. Imparare cioè a dare sapore ai gesti, a scandire i momenti con la preghiera, a riscoprire la casa come il luogo dell’incontro con Dio.

 

 

LETTERA AD UNA MAMMA

 

Cara Giovanna,

 

la vita è sempre un miracolo, uno splendido dono di Dio, voi lo avete sperimentato: certo, avete fatto tutto quello che era umanamente giusto e doveroso prevedere ma… il bimbo è arrivato quando Dio ha voluto, non quando voi avete scelto, come a confermare che Lui solo è la Sorgente della vita. È bello accogliere un figlio senza usare aggettivi possessivi, accoglierlo come una creatura che, nella sua  misteriosa Provvidenza, Dio ha voluto affidarci. È bello sapere di essere soltanto il filo della Provvidenza.

 

Chi accoglie un bambino, accoglie me”, dice Gesù. Dio entra nuovamente nella vostra casa, viene con il volto di questo bambino. Troppo facile, potrebbe dire qualcuno, troppo facile riconoscere il volto di Dio nel figlio generato nella propria carne. È vero. Per questo è necessario allargare l’orizzonte e chiedere a Dio di avere un cuore che non resti chiuso nelle mura della propria casa. Se ogni figlio è dono di Dio, ci sono tanti figli che non vengono accolti o non sono accuditi o non sono amati. Non tutti possono far tutto, ma è bene consegnare a Dio la propria disponibilità. Anche questo, nel mondo di oggi, è un miracolo che perpetua il dono della vita.

 

Il parto è la danza della vita, un passaggio faticoso ma necessario. Preparati a viverlo con la consapevolezza che stai per dare alla luce una nuova creatura, non solo una creatura che si aggiunge ai miliardi di essere umani che hanno popolato la faccia della terra ma una creatura unica e irripetibile che ha una parola nuova da dire e una nuova pagina da scrivere nel grande Libro della vita.

 

La Vergine di Nazaret, che ha conosciuto i dolori del parto, ti sosterrà nella fatica. Ti abbraccio con affetto e ti aspetto nella Cappella Martin per affidare questo bambino all’intercessione di santa Teresa e dei suoi Beati genitori.

 

don Silvio Longobardi

 

 

Il regalo più grande che potete fare ad un bambino è insegnargli l'amore per la Parola di Dio. Molti genitori si chiedono quale sia il momento giusto per insegnare ai loro figli a pregare...I bambini imparano a pregare ascoltando i loro genitori  pregare.. mentre lo portate a nanna.. prima dei pasti... dite una piccola preghiera con lui.. in modo che diventi una consuetudine per lui "dialogare e ringraziare" Dio.

 

 

Cosa posso fare per quel figlio che non volemmo accogliere? 

 

E’ un uomo sulla quarantina, elegante e triste. Mi accorgo che desidera parlarmi e lo incoraggio, salutandolo per primo.  Posso?”, chiede gentilmente mettendosi al mio fianco. “Le dico subito, reverendo, che sono ateo. La fede non esercita alcun fascino su di me. Vorrei chiederle un consiglio per un dramma che mi porto dentro e di cui non riesco a liberarmi. Si tratta di un aborto, effettuato dalla mia ragazza con il mio consenso, quindici anni fa. Ci sembrò, allora, l’unica cosa logica da fare per una gravidanza non voluta. A dire il vero non ci pesò granché… In seguito  ci lasciammo… Oggi sono padre di due splendidi bambini avuti dalla mia attuale moglie. Il pensiero di quel bimbo che non facemmo nascere, però, mi perseguita. Come un fantasma si presenta ogni qualvolta accarezzo e gioco con i miei piccini. Cosa posso fare per quel figlio che non volemmo accogliere?”.

 

Sono preso alla sprovvista. Non pensavo che questo distinto signore volesse parlarmi di un vecchio aborto procurato. Passeggiando, ci dirigiamo verso la campagna. Non capisco perché si rivolga a un prete un uomo che dice di non credere. L’onestà mi obbliga a non fare sconti, a costo di essere spietato; e la carità mi chiede di aiutarlo a ritrovare la serenità perduta.

 

“Non le nascondo che mi trova impreparato  -  spiego  -  . Se fosse un credente le direi che Dio conosce il suo dolore e le offre il perdono; che Gesù ha promesso agli uomini - anche al suo bambino -  la vita eterna; che un giorno lo ritroverà nel cielo dove fu accolto nel momento del rifiuto. Le direi anche  che la persona con cui parla stamattina, un semplice prete, porta in sé un potere immenso, smisurato, incredibile, che potrebbe darle tanta pace. Parlo della confessione: un balsamo potentissimo che lenisce le ferite più nascoste e dona la certezza che Dio ha perdonato il peccato commesso. Potrei dirle ancora tante cose. Lei, però, non crede, e io non so trovare parole di conforto senza rischiare di essere banale. Il suo cuore lacerato è un cuore nobile se ancora piange per un aborto di tanti anni fa. Le potrei consigliare di fare volontariato a favore della vita nascente, o impegnarsi nelle adozioni a distanza per aiutare i piccoli africani a non emigrare. Potrei anche invitarla a donare qualche ora della sua giornata ai bambini più sfortunati della mia parrocchia. Codesti rimedi le darebbero un po’ di sollievo. Ma lei mi chiede cosa si può fare per quel bambino abortito, per quel figlio trascinato via senza il suo consenso. Lei vuol mettere a tacere la vocina fastidiosa che la inquieta quando accarezza i suoi figliuoli, e questa impresa è ardua. Lungi da me il tentativo di infierire sul suo dolore, ma l’unica cosa certa è che il suo bambino andò via per sempre, quella mattina di tanti anni fa. Via senza lasciar tracce. Sotto gli occhi e con il consenso di chi lo aveva chiamato al mondo…”.

 

Passeggiamo ancora senza dirci niente. Un ateo e un prete. Un uomo che crede che sia vuoto il cielo, e un altro che ha scommesso la sua vita su Colui che lo abita. Un ateo che sente il bisogno di raccontare la sua angoscia a un prete. Una storia tenuta in cuore e mai raccontata prima. Un prete che raccoglie e fa suo il grido di questo sconosciuto. Due uomini che si incontrano per caso  -  ma esiste il caso?  -   e sentono di essere fratelli. Quante vittorie sbandierate sul fronte dell’aborto! Quanti inni alla libertà, pagata con il sangue dei più deboli e indifesi. Chi trovò costui a consigliarlo allora? Chi si è fatto carico del tormento di questo padre allora mancato? Intervenire su una donna per eliminare il figlio che non vuole ormai è tanto facile e banale. Più difficile è ritrovare, poi, la serenità perduta. Ce lo insegna quest’uomo che non crede, al di sopra quindi di ogni sospetto. Quindici anni non son bastati per far tacere la voce di quel bambino che non vide il sole. Un bambino che ancora non vuol morire.

 

 

 

 

 

Maurizio Patriciello



 


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Messaggio Cristiano
UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 5 agosto 2026

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

in questa catechesi riprendiamo la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium (SC). Oggi ci soffermiamo sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica.

Come suggerisce l’Apostolo Paolo, è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare. Dal giorno di Pentecoste, lo Spirito abita la Chiesa, ispirando ogni sua attività e, in particolare, la preghiera. La vita della prima comunità, nata a Gerusalemme dopo la Pasqua di Gesù, è vita nello Spirito donato dal Signore risorto. «Da allora – dice il Concilio – la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo “in tutte le Scritture ciò che lo riguardava” (Lc 24,27), celebrando l’Eucaristia, nella quale vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte e rendendo grazie “a Dio per il suo dono ineffabile” (2Cor 9,15) nel Cristo Gesù, “a lode della sua gloria” (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo» (SC, 6).

Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione. Inoltre, anche in diverse famiglie cristiane non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale. La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità.

La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha preso sul serio tale esigenza. E ciò rallegrava profondamente il Papa San Paolo VI, il quale, promulgando questo primo documento approvato dal Concilio Vaticano II, affermò: «Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale» (Discorso, Basilica di San Pietro, 4 dicembre 1963).

Nella Costituzione, infatti, il termine “la preghiera” designa tutta la liturgia. Questa prospettiva è decisiva, perché ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio, «il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo» (SC, 5), al quale possiamo rispondere «per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo», vale a dire grazie alla «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre» (SC, 84).

Per questo San Paolo VI desiderava ardentemente che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio (cfr Cost. ap. Laudis canticum).

Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana.

Ogni settimana e ogni giorno, l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo. In questa preghiera, Cristo «unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode» (SC, 83); così, di giorno in giorno, siamo associati sempre di più al mistero pasquale e conformati a Lui.

Afferma Sant’Agostino: «Quando parliamo a Dio nella preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio; e quando prega il corpo del Figlio, non separi da sé il proprio capo; sia dunque lo stesso unico salvatore del suo corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e la sua voce in noi» (Enarr. in psalmum LXXXV: PL 37, 1081).

Legata all’Eucaristia, di cui prolunga la luce, la Liturgia delle Ore santifica il tempo della nostra vita quotidiana: al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio. Ogni Ora è un atto di speranza: durante il pellegrinaggio terreno, vegliamo attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore.

Leone XIV