A tu per tu


Buon anniversario!

La profezia del "per sempre"

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Siete mai entrati in una grotta? Avete mai visto stalattiti e stalagmiti? Solo una goccia d’acqua le separa. Bisognerebbe fare come loro: starsene lì, tutti i giorni della propria vita, senza stancarsi, respirando la profezia del “per sempre”.

 

di Mariarosaria Petti

 

La mano destra impugna il mestolo, quella sinistra tiene saldamente la ricetta della torta al cioccolato, tramandata dalla nonna della nonna di sua nonna. Le uova appena sgusciate scivolano nella ciotola, il loro colore giallo vivo impallidisce lentamente, nel veloce guizzo che le confonde al candore dello zucchero. È il momento di aggiungere la farina setacciata, il lievito e poi… Cosa manca? Quel pezzetto di carta custodito gelosamente da generazioni di donne della sua famiglia, è macchiato, ingiallito irrimediabilmente dai colpi del tempo.

 

Perché ha scelto di preparare proprio una torta? Le ultime hanno avuto una cattiva sorte: mai lievitate, bruciate nel forno, impreziosite dal sale confuso con lo zucchero, granitiche. A prova di lancio contro la muraglia cinese. Avrebbe potuto comprare la maglietta della squadra del cuore del suo ragazzo. Ma il Napoli è appena uscito dall’Europa League, meglio non rivoltare il coltello nella piaga. Ancora, avrebbe potuto scegliere uno di quei ciondoli a forma di cuore che si dividono in due metà. Una per lui e una per lei. Troppo mieloso. Un cuscino con loro foto più belle stampate sopra? Da diabete sentimentale. Comprare una stella e attribuirgli il nome del suo fidanzato? Troppo megalomane. Questa torta andrà benissimo. Crescerà, sarà soffice e profumata. Sarà il dessert che riscatterà tutti i suoi insuccessi passati da pasticciera disperata. Il miglior dolce di tutte le donne della sua discendenza.

 

Un anniversario non può lasciare indifferente una coppia. È il compleanno di un amore. E come spesso accade per le feste, ci lasciamo prendere la mano da striscioni, serenate, dichiarazioni e ogni sorta di inutilità a forma di cuore.

 

Siete mai entrati in una grotta? Avete mai visto lo spettacolo che offrono stalattiti e stalagmiti? Si tratta di colonne minerali, che dall’alto e dal basso si incontrano per unirsi per sempre. Un maestoso ammasso roccioso trasudante. Dalla roccia madre grondano migliaia di stalattiti, che nel silenzio e nello scorrere degli anni incontreranno le stalagmiti del suolo. Prima della loro fusione, restano per centinaia di anni a pochi millimetri di distanza, una punta dall’altra. Tra loro, danza una goccia d’acqua, che impiegherà tantissimo tempo per depositare il carbonato di calcio che contiene e saldare le due estremità. Un qualsiasi contatto e il processo si arresta. Si forma così un unico fascio, un pilastro dalla forma ardita e bizzarra, che può competere con le opere in marmo dei più grandi scultori.

 

Quante volte siamo “ad un passo dall’altro”? Così vicini da sembrare una cosa sola e così lontani da non vedere che solo una goccia ci separa? E abbiamo cercato in un giorno di accorciare una distanza che soltanto un deposito di clessidre avrebbe potuto sanare. Questa consapevolezza affiora quasi sempre con l’avvicinarsi di una data importante, come quella di un anniversario. E mentre scegliamo regali, impastiamo torte, scriviamo biglietti d’amore con le frasi di Ligabue, ci spaventa quel varco infinitesimale. Proviamo a riempirlo, costruendo la giornata perfetta, a prova di wedding planner.

 

Bisognerebbe liberarsi delle paure, degli schemi e dalle immagini patinate di amori vissuti alla follia (e poi bruciati in fretta) e fare come le stalattiti e le stalagmiti. Starsene lì, tutti i giorni della propria vita a guardarsi ed amarsi, senza stancarsi, respirando la profezia del “per sempre”.

 

Posa la ciotola, mette via l’impasto. Risponde al telefono: “Come è andata la tua giornata, raccontami”. La bellezza della semplicità, costruita giorno dopo giorno.

 

 

È l’ora del pranzo, è il tempo di fermarsi per nutrire il corpo ma può diventare anche un’occasione per pregare insieme e condividere non solo il pane ma la vita.

 

di Giovanna Abbagnara

Mamma stasera la preghiera la faccio io!”. Sono tutti intorno alla tavola per la cena, Mario, il papà, Lucia, la mamma, Laura di 12 anni, Filippo di 10 anni e in silenzio aspettano che il piccolo Luca di otto anni pronunci la sua preghiera. “Signore ti ringraziamo per il cibo che ci doni e che la mia mamma ha preparato e ti prego per Marco, il mio amico di banco, che ha paura perché i suoi genitori si stanno separando. Fa’ che non lo facciano altrimenti il mio amico è triste. Amen”. Inizia la cena e anche un tempo di dialogo e di confronto. Il tema di questa sera è molto delicato, ma bisogna aiutare Luca a comprenderlo. In questo modo la mensa diventa lo spazio della comunione, il tempo in cui  si comunicano le diverse esperienze che ciascuno vive, si condividono gioie e incontri, riflessioni e commenti, paure e difficoltà. Con sguardi, premure e attenzioni all’altro si gusta la gioia di ritrovarsi come famiglia. È un momento d’incontro, di scambio, d’ascolto. O almeno così dovrebbe essere, perché in realtà, si fa sempre più fatica a parlarsi, a prestarsi attenzione, con la fretta di oggi e le tante Tv accese durante i pasti. Può diventare un momento in cui anche il nostro cuore, i nostri rapporti, possono ricevere nutrimento. Radunarsi intorno all’altare domestico insieme senza quella fretta che caratterizza ormai le nostre giornate è fondamentale e diventa nel quotidiano una preziosa opportunità per pregare insieme.

 

Oggi siamo abituati ai 4 salti in padella, per dire: “non perdete tempo a cucinare, dimezzate i minuti, ottimizzate i tempi, fate in fretta”. Non di rado si assiste che in quella mezz’ora dedicata alla cena la Tv sia l’unica parola, che l’attenzione sia tutta rivolta a lei, che qualcuno si alzi prima che il pasto sia concluso per ritirarsi in camera ad ascoltare musica, che il telefono squilli tra una portata e l’altra e che il cellulare di tutti regni incontrastato sulla tavola e lampeggi continuamente.

 

È necessario dare il giusto significato a questi momenti di convivialità perché i rapporti familiari riacquistino la giusta dimensione. Anche in questi momenti è opportuno avere delle regole, spegnere la Tv, staccare il telefono, lasciare da parte i cellulari. Farsi aiutare dai figli a preparare la tavola è segno dell’attenzione e della cura verso l’altro, sono gesti di amore come quelli della mamma che prepara il cibo per la sua famiglia. Il pasto diventa allora non solo il tempo del nutrimento del corpo ma anche il tempo in cui ogni membro riceve e dona amore.

 

In questo rituale che ogni giorno si compie si riconosce la presenza di Dio. Per questo la benedizione che si fa all’inizio quando tutti si sono radunati non è un gesto da compiere per abitudine e in modo frettoloso.

 

È stato per caso che una sera abbiamo recitato qualche preghiera insieme” mi raccontano Alberto e Maria “e da lì qualche volta, a pregare insieme ai figli prima del pasto domenicale. Sembrava che una sola preghiera non bastasse, quando il figlio piccolo ha cominciato a raccontare cosa succedeva al catechismo e una volta la predica del prete alla messa. Ci siamo guardati stupiti, e da allora abbiamo iniziato, anche se non sempre, a leggere insieme il vangelo della domenica prima del pasto (l’unico in cui siamo tutti insieme). Non è che poi succeda granchè, ma spesso diventa il pretesto per non guardare la televisione e parlare di tante cose. Mi sembra che prima si perdesse più tempo in cose non necessarie, e che non si vedesse l’ora di alzarsi da tavola per farsi gli affari propri. Ora invece indugiamo a tavola”.

 

La preghiera diventa non un valore aggiunto ma un bisogno primario e molto spesso apre le porte ad un dialogo sereno e sincero che permette di stemperare le difficoltà e di comunicarsi le piccole e grandi gioie che ciascuno porta nel cuore. Non esiste un vero e proprio schema da seguire. “Mia figlia Giulia non è di molte parole” racconta Claudia “per cui quando è il suo turno di benedire la mensa rispettiamo due minuti di silenzio e diciamo insieme il Padre nostro, quando invece è il turno di Angelo ci tocca aspettare perché ha sempre un lungo elenco di cose da dire e da ricordare”. Ogni famiglia può trovare le forme adatte, cercando anche di essere attenti all’anno liturgico. Coinvolgendo i figli a preparare segni che possono abbellire la mensa durante l’avvento o la quaresima. Imparare cioè a dare sapore ai gesti, a scandire i momenti con la preghiera, a riscoprire la casa come il luogo dell’incontro con Dio.

 

 

LETTERA AD UNA MAMMA

 

Cara Giovanna,

 

la vita è sempre un miracolo, uno splendido dono di Dio, voi lo avete sperimentato: certo, avete fatto tutto quello che era umanamente giusto e doveroso prevedere ma… il bimbo è arrivato quando Dio ha voluto, non quando voi avete scelto, come a confermare che Lui solo è la Sorgente della vita. È bello accogliere un figlio senza usare aggettivi possessivi, accoglierlo come una creatura che, nella sua  misteriosa Provvidenza, Dio ha voluto affidarci. È bello sapere di essere soltanto il filo della Provvidenza.

 

Chi accoglie un bambino, accoglie me”, dice Gesù. Dio entra nuovamente nella vostra casa, viene con il volto di questo bambino. Troppo facile, potrebbe dire qualcuno, troppo facile riconoscere il volto di Dio nel figlio generato nella propria carne. È vero. Per questo è necessario allargare l’orizzonte e chiedere a Dio di avere un cuore che non resti chiuso nelle mura della propria casa. Se ogni figlio è dono di Dio, ci sono tanti figli che non vengono accolti o non sono accuditi o non sono amati. Non tutti possono far tutto, ma è bene consegnare a Dio la propria disponibilità. Anche questo, nel mondo di oggi, è un miracolo che perpetua il dono della vita.

 

Il parto è la danza della vita, un passaggio faticoso ma necessario. Preparati a viverlo con la consapevolezza che stai per dare alla luce una nuova creatura, non solo una creatura che si aggiunge ai miliardi di essere umani che hanno popolato la faccia della terra ma una creatura unica e irripetibile che ha una parola nuova da dire e una nuova pagina da scrivere nel grande Libro della vita.

 

La Vergine di Nazaret, che ha conosciuto i dolori del parto, ti sosterrà nella fatica. Ti abbraccio con affetto e ti aspetto nella Cappella Martin per affidare questo bambino all’intercessione di santa Teresa e dei suoi Beati genitori.

 

don Silvio Longobardi

 

 

Il regalo più grande che potete fare ad un bambino è insegnargli l'amore per la Parola di Dio. Molti genitori si chiedono quale sia il momento giusto per insegnare ai loro figli a pregare...I bambini imparano a pregare ascoltando i loro genitori  pregare.. mentre lo portate a nanna.. prima dei pasti... dite una piccola preghiera con lui.. in modo che diventi una consuetudine per lui "dialogare e ringraziare" Dio.

 

 

Cosa posso fare per quel figlio che non volemmo accogliere? 

 

E’ un uomo sulla quarantina, elegante e triste. Mi accorgo che desidera parlarmi e lo incoraggio, salutandolo per primo.  Posso?”, chiede gentilmente mettendosi al mio fianco. “Le dico subito, reverendo, che sono ateo. La fede non esercita alcun fascino su di me. Vorrei chiederle un consiglio per un dramma che mi porto dentro e di cui non riesco a liberarmi. Si tratta di un aborto, effettuato dalla mia ragazza con il mio consenso, quindici anni fa. Ci sembrò, allora, l’unica cosa logica da fare per una gravidanza non voluta. A dire il vero non ci pesò granché… In seguito  ci lasciammo… Oggi sono padre di due splendidi bambini avuti dalla mia attuale moglie. Il pensiero di quel bimbo che non facemmo nascere, però, mi perseguita. Come un fantasma si presenta ogni qualvolta accarezzo e gioco con i miei piccini. Cosa posso fare per quel figlio che non volemmo accogliere?”.

 

Sono preso alla sprovvista. Non pensavo che questo distinto signore volesse parlarmi di un vecchio aborto procurato. Passeggiando, ci dirigiamo verso la campagna. Non capisco perché si rivolga a un prete un uomo che dice di non credere. L’onestà mi obbliga a non fare sconti, a costo di essere spietato; e la carità mi chiede di aiutarlo a ritrovare la serenità perduta.

 

“Non le nascondo che mi trova impreparato  -  spiego  -  . Se fosse un credente le direi che Dio conosce il suo dolore e le offre il perdono; che Gesù ha promesso agli uomini - anche al suo bambino -  la vita eterna; che un giorno lo ritroverà nel cielo dove fu accolto nel momento del rifiuto. Le direi anche  che la persona con cui parla stamattina, un semplice prete, porta in sé un potere immenso, smisurato, incredibile, che potrebbe darle tanta pace. Parlo della confessione: un balsamo potentissimo che lenisce le ferite più nascoste e dona la certezza che Dio ha perdonato il peccato commesso. Potrei dirle ancora tante cose. Lei, però, non crede, e io non so trovare parole di conforto senza rischiare di essere banale. Il suo cuore lacerato è un cuore nobile se ancora piange per un aborto di tanti anni fa. Le potrei consigliare di fare volontariato a favore della vita nascente, o impegnarsi nelle adozioni a distanza per aiutare i piccoli africani a non emigrare. Potrei anche invitarla a donare qualche ora della sua giornata ai bambini più sfortunati della mia parrocchia. Codesti rimedi le darebbero un po’ di sollievo. Ma lei mi chiede cosa si può fare per quel bambino abortito, per quel figlio trascinato via senza il suo consenso. Lei vuol mettere a tacere la vocina fastidiosa che la inquieta quando accarezza i suoi figliuoli, e questa impresa è ardua. Lungi da me il tentativo di infierire sul suo dolore, ma l’unica cosa certa è che il suo bambino andò via per sempre, quella mattina di tanti anni fa. Via senza lasciar tracce. Sotto gli occhi e con il consenso di chi lo aveva chiamato al mondo…”.

 

Passeggiamo ancora senza dirci niente. Un ateo e un prete. Un uomo che crede che sia vuoto il cielo, e un altro che ha scommesso la sua vita su Colui che lo abita. Un ateo che sente il bisogno di raccontare la sua angoscia a un prete. Una storia tenuta in cuore e mai raccontata prima. Un prete che raccoglie e fa suo il grido di questo sconosciuto. Due uomini che si incontrano per caso  -  ma esiste il caso?  -   e sentono di essere fratelli. Quante vittorie sbandierate sul fronte dell’aborto! Quanti inni alla libertà, pagata con il sangue dei più deboli e indifesi. Chi trovò costui a consigliarlo allora? Chi si è fatto carico del tormento di questo padre allora mancato? Intervenire su una donna per eliminare il figlio che non vuole ormai è tanto facile e banale. Più difficile è ritrovare, poi, la serenità perduta. Ce lo insegna quest’uomo che non crede, al di sopra quindi di ogni sospetto. Quindici anni non son bastati per far tacere la voce di quel bambino che non vide il sole. Un bambino che ancora non vuol morire.

 

 

 

 

 

Maurizio Patriciello



 

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Messaggio Cristiano
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV ALL´UNIVERSITÀ "SAPIENZA" DI ROMA

Aula Magna
Giovedì, 14 maggio 2026

Saluto a braccio nella Cappella Universitaria
Buongiorno! Un saluto a tutti, alla Rettrice, a Sua Eminenza, ai Vescovi Ausiliari, a tutti voi studenti, ai professori!
Ho voluto cominciare questa visita stamattina qui nella Cappella, in questa bella chiesa, punto di incontro con il Signore. Perché innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po’ l’Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede. Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione.

Allora è un bel momento oggi condividere un po’ con la comunità universitaria, in questo centro di studio…, credo che sia il più grande in tutta Europa. E allora veramente è una benedizione, un dono di Dio, trovarci qui e vivere questo momento, sapendo che è Dio che ci ha chiamati, è Dio che ha dato questa meravigliosa creazione per tutti noi. Vi auguro non solo una buona giornata, ma un buono studio, e che questo tempo che vivete voi in questa Università sia davvero per tutti voi un incontro con Dio e con la bellezza della vita.

Adesso do la benedizione a voi, poi continuiamo un po’ la visita in altri luoghi dell’Università.

[Benedizione]

Bene, buona giornata, grazie a voi! Grazie per l’accoglienza!

Dirigendosi verso il Rettorato dell’Università, il Santo Padre rivolge alcune parole di saluto agli studenti presenti nel Piazzale centrale dell’Ateneo:

Buongiorno a tutti! Bene, grazie per l’accoglienza! Sono molto contento di essere qui stamattina con voi, potrete seguire tutto l’incontro attraverso gli schermi. E spero che sia un momento di grazia, un momento di gioia per tutta la comunità della Sapienza. Auguri a voi e ci vediamo dopo!

Discorso del Santo Padre

Magnifica Rettrice,
Autorità politiche e civili,
illustri docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo
e, soprattutto, cari studenti e studentesse!

Ho accolto con grande gioia l’invito a incontrare la comunità universitaria della Sapienza – Università di Roma. La vostra Università si caratterizza come polo d’eccellenza in diverse discipline e, al contempo, per il suo impegno in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra. Ad esempio, apprezzo molto che la Diocesi di Roma e la Sapienza abbiano firmato una convenzione per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza. È dunque importante per me, che sono Vescovo di Roma da poco più di un anno, potervi incontrare. Con cuore di pastore vorrei rivolgermi dapprima agli studenti e poi ai docenti.

I viali della città universitaria, che ho percorso per arrivare qui, sono attraversati quotidianamente da tanti giovani, abitati da sentimenti contrastanti. Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare. Allora, gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo.

Sapete che sono legato spiritualmente a Sant’Agostino, che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza. A questo proposito, mi ha fatto piacere ricevere da parte vostra un gran numero di domande: centinaia! Ovviamente non è possibile rispondere a tutte, ma le tengo presenti, augurando a ciascuno di cercare più occasioni per dialogare. Anche per questo esistono nell’università le cappellanie, dove la fede incontra le vostre domande.

Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande.

A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?” Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna. “Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri.

Perciò, a chi è più adulto il malessere giovanile domanda: “Che mondo stiamo lasciando?”. Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale. La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali.

Ad esempio, nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti. Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!

Un secondo fronte d’impegno comune riguarda l’ecologia. Come ci ha detto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’, «esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» (n. 23). Da allora è trascorso oltre un decennio e, al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione, la situazione non sembra essere migliorata.

In questo scenario incoraggio soprattutto voi, cari giovani, a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia. Specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare. Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.

C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia. Voi, infatti, potete aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso, per non fermarci all’ennesima, rapida fotografia della situazione nella quale ci troviamo. Occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza.

La vostra Università, che porta un nome divino, è luogo di studio e sede di sperimentazione, che da secoli forma al pensiero critico. In particolare, voi docenti potete coltivare un proficuo contatto con le menti e i cuori dei giovani: si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante. È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse. Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?

Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità. Che senso avrebbe d’altronde formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini.

Carissimi, mentre vi incoraggio a questo esercizio quotidiano, la mia visita vuole essere segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta. Assicuro a tutti voi il ricordo nella preghiera, e di cuore invoco sull’intera comunità della Sapienza la benedizione del Signore. Grazie!

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Saluto finale a braccio davanti al Rettorato

Grazie, grazie a tutti! In quest’ultimo saluto, dopo la visita di stamattina, vorrei fare come un invito a tutti voi: collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo. Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo! Grazie per essere qui, e arrivederci!

Saluto a braccio del Papa ai familiari dei dipendenti

Buongiorno a tutti! Un’autentica Università, che è l’Università delle persone, non è mai completa se non ci sono le famiglie, e tutte le persone che sono collaboratori della vita universitaria: professori, amministratori, dirigenti, ma anche le famiglie e le persone che fanno diversi servizi dentro la famiglia o la comunità universitaria. Allora sono molto contento stamattina di salutare anche tutti voi, qui, che, immagino, siate una piccola presenza di tante famiglie che fanno parte di questa comunità della “Sapienza”. Tanti auguri a tutti voi, una benedizione speciale! Grazie per essere qui, per questa accoglienza, sono molto contento di condividere questo momento.

Benedizione

Tanti auguri e grazie a voi! Tante grazie!

Leone XIV